Intervista all’autore de ” I giorni della nostra rivoluzione “
tratto da Ilrichiamodelcorno: In questo ultimo anno sembra esserci un ritrovato interesse intorno alla storia della destra e soprattutto missina e neofascista. Oltre i libri di Luca Telese e Nicola Rao, c’è stato qualcuno, in modo completamente autonomo, che ha pubblicato, nel 2003, un libro a tiratura limitata che ha suscitato l’interesse di un’area particolare: quella dei Castelli Romani. Il titolo del libro è tutto un programma: “I giorni della nostra rivoluzione” Sottotitolo: “Grottaferrata 1992-1994: lo sdoganamento della destra prima di Berlusconi…”. L’autore di chiama Fabrizio Giusti. All’epoca in cui è ambientata l’opera era segretario giovanile del Fronte della Gioventù della sezione del Movimento Sociale Italiano di Grottaferrata, il primo paese dei castelli romani ad eleggere un sindaco missino (1993). E la trama della “fatica” di Giusti gira proprio intorno a questa impresa politica. Abbiamo incontrato l’autore per capirne di più.Giusti, di cosa parla esattamente il libro? “E’ praticamente un viaggio all’interno di quello che nelle cronache locali venne etichettato come “il biennio nero”, cioè il periodo che va dal 1992 al 1994. E’ il racconto di una storia vera in cui si intrecciano le mie impressioni, documenti e testimonianze che possono far capire, nell’ambito di un microcosmo come quello di Grottaferrata, la stagione che precede la cosiddetta “svolta di Fiuggi”. Esiste un perno a cui ruota tutto il libro: la vittoria di Mauro Ghelfi alle elezioni comunali del giugno 1993. Quell’evento fu di portata talmente grande che per noi giovani fu intercettata come una vera e propria rivoluzione. La sezione del Msi di Grottaferrata ed il gruppo del Fronte della Gioventù erano la realtà più forte del territorio “tuscolano”. Non sono io a dirlo. Ma l’opinione è presa in prestito dai vari dirigenti che entravano in contatto con noi in quegli anni frenetici”.
Com’era il clima di quegli anni?“Avevamo tutti la netta percezione che stesse accadendo qualcosa, ma era impossibile capire esattamente cosa. I militanti del Msi del 1992 o 1993 non avevano, per la maggior parte dei casi, capito le manovre strategiche all’interno del partito. Da una parte Fini ed i vertici iniziavano a intraprendere quel percorso che avrebbe fatto sorgere Alleanza Nazionale, dall’altra i piccoli dirigenti, le piccole sezioni e le piccole comunità continuavano a fare la loro vita, a volte come se niente fosse. Oggi la definirei un sorta di “zona grigia” all’interno della quale succedevano tante cose. Nel dicembre del 1994 la sezione di Grottaferrata organizzò un bus per Predappio con 60 iscritti a bordo. Non solo. Potrei raccontare anche quello che accadde durante il comizio di chiusura della campagna elettorale di Fini alle comunali del novembre del 1993 al PaleEur di Roma. Saluti romani, croci celtiche, boia chi molla…Fu persino fischiato il complesso che suonava “Vorrei la pelle nera”…. Eppure eravamo in piena fase di trasformazione e il congresso dello scioglimento era alle porte. Sono rimasto molto sorpreso, comunque, quando all’interno di An qualcuno si è scandalizzato per le dichiarazioni di Fini in Israele. La dirigenza nazionale di An, a Fiuggi, nel 1995, aveva iniziato un tragitto serio e in via di definizione. Io credo invece che qualcuno ha pensato per parecchio tempo che An fosse solo un contenitore dentro al quale, nonostante tutto, preservare determinate memorie. Invece non era così ed è stato abbastanza divertente vedere certe reazioni con sette o otto anni di ritardo. Specie da parte di alcuni dirigenti importanti”.
Com’era la sezione di Grottaferrata?
“Strana. E’ l’unico termine che mi viene in mente. Avevano un affetto smisurato per i reduci della Rsi, ma nello stesso tempo soffrivamo di forti antipatie per coloro che si avvicinavano all’esaltazione del nazionalsocialismo. Eravamo sostanzialmente un nucleo moderato che però passava per estremista. Ma ciò era dovuto anche all’attività, allora molto presente, del Movimento Politico Occidentale a Frascati e in tutto il territorio castellano. La persone tendevano talvolta a confondere sigle e personaggi. Questo ci porto a fare delle scelte”.
Tipo?
“Assieme ad altri due dirigenti più grandi di me fondammo i Nuclei Giovanili Castelli Romani. Il gruppo, per il primo anno, agì all’interno del Msi su un territorio che andava da Frascati a Grottaferrata e fino a Rocca Priora e Montecompatri. La nostra attività funzionò molto bene. Tanto è vero che le prime vere adesioni di giovani a Grottaferrata e Frascati arrivarono proprio in seguito alla nascita di questo soggetto. Le cose, specie nella nostra sede, iniziarono a cambiare nel 1993. Avevamo le elezioni comunali alle porte. Era scoppiata Tangentopoli ed avevamo l’impressione che con la crisi dei partiti il Msi, anche nel nostro paese, avesse l’opportunità di avere un bel successo elettorale. Inoltre era la prima volta che si eleggeva il sindaco direttamente. E noi avevamo un candidato, Mauro Ghelfi, perfetto per il Dna dei grottaferratesi e per il momento storico in atto. Accadde che apparvero, in alcune testate locali, degli articoli che praticamente confondevano la nostra politica con quella di altri gruppi. Si disse che dentro alla nostra sezione giravano skinhead, esaltatori dello sterminio degli ebrei, antisemiti…Non era vero e la cosa ci preoccupò non poco. Eravamo tutti giovanissimi. Ci radunammo, ci incontrammo con i vertici della sezione e decidemmo: Grottaferrata avrebbe fatto parte del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile ufficiale del partito. Questo contrastava con il nostro pensiero delle origini, che cozzava fondamentalmente con la propaganda “romano-centrica” (leggasi Via Sommacampagna), ma ritenevamo tutto ciò un passo fondamentale per preservare i nostri ragazzi in un anno in cui la Legge Mancino fece sentire pesantemente il suo effetto. Naturalmente le conseguenze di questo passo si possono immaginare. Passammo, anzi, passai per una specie di traditore. Ma onestamente la cosa non mi interessò molto. Eppoi in termini numerici, di base e di consenso la mossa fu indovinata: raddoppiammo iscritti e militanti”.
E dopo?
“Beh, venne il momento dell’esaltazione, con la vittoria di Ghelfi al comune. Quindi quello della consacrazione, con la nascita del primo (e credo unico) coordinamento giovanile dei castelli. Infine, dopo la campagna per le europee, in cui sostenemmo Rauti ed Angelilli, iniziò il declino. L’avvicinarsi del congresso per la nascita di An divise in due la sezione. La scelta di sostenere Rauti fu ispirata da questo. Noi rautiani non lo eravamo mai stati. La Angelilli, invece, allora era un vero candidato di bandiera. Ci rappresentava bene e non pochi, all’interno del Msi, remarono contro la sua affermazione. Di fronte all’imposizione di appoggiare Fini e Martini, senza discussione democratica all’interno della sede, scatenò questo tipo di reazione e di sostegno. Fu come fare uno più uno. Una battaglia che vincemmo con l’amaro in bocca. Arrivammo al capolinea della nostra esperienza passando dentro i “Comitati di difesa del Msi”, in cui si teorizzava una confederazione di soggetti, cioè Msi e An, capaci di collaborare ed interagire in nome di una destra popolare, sociale e democratica che allo stesso modo non rinnegava il passato. Fu l’ultimo capitolo della nostra storia”.
Perché hai deciso di mettere tutto ciò in un libro?
“Perché la memoria, qualsiasi memoria, è importante. E magari, come in questo caso, può aiutare a capire sfumature che potrebbero essere altrimenti cancellate dal tempo”.
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