Domenico Savino
25/01/2007

Grande, bellissimo film Apocalypto, l’ultima fatica dell’attore-regista-produttore-premio Oscar Mel Gibson («The Passion of the Christ», «Braveheart»).
Un film dal ritmo incalzante, con scenografie straordinarie, una fotografia mozzafiato, costumi dai dettagli impeccabili, attori non professionisti di grandissimo spessore.
La narrazione è preceduta da una frase dello storico-scrittore Will Durant, che egli riferiva a Roma: «Una grande civiltà viene conquistata dall’esterno solo quando si è distrutta dall’interno».
Una chiave di lettura per capire ciò che si andrà a raccontare.
Poi un salto nel tempo e nello spazio dentro il crepuscolo della civiltà Maya, scomparsa non per l’arrivo dei conquistadores, ma perché aveva già esaurito al proprio interno ogni forma di vitalità originaria, trasformando il supporto spirituale che sostiene ogni civiltà in una frenesia del sangue, che portava a immolare agli dei migliaia di vite umane attraverso sacrifici in cui alla vittima veniva strappato il cuore.
Un film come al solito potente, spettacolare, virile, che forse aiuterà a fare giustizia nell’immaginario collettivo del pregiudizio tutto irenico e no-global sulle società precolombiane e sulla loro distruzione ad opera del cattolicesimo colonizzatore.
Apocalypto - come manifestazione e nuovo inizio, ma anche come catastrofe, crollo epocale, collasso, fine del mondo - è un film impressionante, ove il chiaro e lo scuro si alternano e si giocano scambiandosi i ruoli, ove la vita vive nell’ombra della foresta e muore al sole della città. Un’apocalisse proclamata da una bambina, per di più lebbrosa (è icona troppo cristiana questa per non riconoscerla: «Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua potenza contro i tuoi nemici» - Salmo 149), e già annunciata da antiche profezie.
A ben vedere, l’attesa della catastrofe quei popoli già l’avevano potuta leggere nel destino che attende ogni cosa e che è iscritta nel libro stesso della natura, ferita dal peccato e che «anch’essa geme e soffre attendendo con impazienza la rivelazione dei figli di Dio (Rm 8, 19)».
Eppure nonostante tutto questo, Apocalypto non è un film sulla fine della civiltà maya, non è un film sul tramonto degli imperi del Sole.
E’ il seguito, o il presupposto o il parallelo - fate voi - di «The Passion of the Christ»: è un film sul sangue e sul sacrificio, su dio e sull’uomo, sulla caduta e sulla reintegrazione del cosmo.
L’Agnello di Dio e Zampa di Giaguaro sono gli archetipi dei due sacrifici che Gibson ha voluto rappresentare.
Il valore redentivo e definitivo del primo Sacrificio si contrappone alla reiterazione e provvisorietà del secondo, il carattere liberante del primo a quello vincolante e coercitivo del secondo.



Apocalypto è costruito come un parallelo perfetto, seguendo la stesso schema narrativo: la cattura, la «via crucis» verso il supplizio, il sacrificio, la discesa agli inferi, il nuovo inizio.
Come in «The Passion» la scelta fu quella di usare l’aramaico, l’ebraico ed il latino, così qui Gibson ripercorre la stessa strada, facendo parlare i protagonisti in una lingua simile all’antico maya con sottotitoli.
Zampa di Giaguaro è membro di una piccola comunità di villaggio, che vive all’interno della foresta mesoamericana, una specie di piccolo Paradiso caratterizzato da una vita comunitaria, fondata sulla condivisione dei beni, ove i cacciatori provvedono ai bisogni di tutti, in mezzo ad un’apparente armonia generale, non priva di bonari e boccacceschi scherzi, oltre a rapporti parentali fin troppo invasivi.
In questa comunità si insinua improvviso il presagio della fine attraverso il tarlo della paura, che penetra nell’animo del protagonista durante una battuta di caccia, a seguito dell’incontro con una tribù spaventata e disorientata, in fuga da qualcosa di orrendo: vago ma fosco presentimento di un’oscura e incombente minaccia.
La paura è il sentimento che annuncia la fine, una fine che arriva con la razzia di guerrieri di una tribù al soldo dei Maya: il ciclo armonico della comunità è spezzato e la cattura e la deportazione assomigliano quasi alla cacciata dell’uomo dall’Eden.
I carnefici li sorprendono durante il sonno, venendo con torce e armi, proprio come in «The Passion», quando Gesù, mentre i suoi si erano addormentati, fu catturato in un giardino di notte da un distaccamento di soldati e guardie, che recavano anch’essi torce e armi (Giovanni, 18, 1-4).
E’ qui che inizia quest’altra passione, passione collettiva questa volta, conformemente al fatto che essa non sarà sopportata in vista di un Sacrificio unico e irripetibile, ma per il compimento di sacrifici rituali che debbono essere reiterati continuamente, con lo scopo di saziare gli dei della città dei Maya, rigenerare il Cosmo, allontanare l’Apocalisse, intesa come crollo, che si manifesta nella sterilità dei campi e nel deperimento dei corpi degli abitanti della città, esseri ridotti a larve dalla fame e dalla carestia.
Durante questa «via Crucis» pagana appare di nuovo - come in «The Passion» - il lato tremendo e terribile dell’animo umano, la sua crudeltà, il suo sadismo di fronte alla sofferenza del simile, vissuta come perversa libido.
Il modo in cui gli indios catturati vengono trattati dai loro simili è la corrispondente icona delle sofferenze inflitte dalle guardie del Sinedrio e dai soldati romani al Cristo e dai carnefici di ogni guerra alle loro vittime.
Il ghigno quasi orgasmico per il dolore altrui, la vita tremante dei prigionieri in mano agli aguzzini come vibrazione estrema del proprio piacere, sono l’«apocalisse», cioè la rivelazione dell’oscuro demone presente in ognuno di noi, l’erompere dell’impulso primordiale pronto a scatenarsi non appena ne siamo posseduti: esso diventa oscuramento dell’etica, del bene e del male per diventare abitus, funzione, ruolo, all’interno di un ciclo cosmico che conosce creazione e dissoluzione, morte e vita, seme e sangue, notte e giorno, vita e morte, in un eterno ritorno che non è in realtà frutto della crudeltà degli uomini, ma rappresentazione dell’Essere stesso degli dei, destino cui non è possibile sfuggire, ma solo fuggire.



Ed è questa - la fuga disperata per salvarsi la vita - l’immagine centrale del film, inaugurata dalla caccia al tapiro: nella foresta, in quel mondo che pure presenta una sua straordinaria bellezza, ricordo di quello che fu all’Inizio un Giardino, vi sono in realtà solo prede e cacciatori.
Vi è sempre qualcuno che fugge, inseguito dalla morte che lo incalza.
E la morte ha sempre l’immagine di una creatura, destinata a sua volta a morire.
Esemplare l’uccisione a sangue freddo da parte del capo dei cacciatori di uno di loro, perché si rifiuta di saltare nel vuoto della cascata, per inseguire Zampa di Giaguaro.
L’angoscia che pervade questo film è precisamente questa: non c’è pace, non c’è riposo, non c’è direzione in questo continuo fuggire.
Si fugge di luogo in luogo, ma senza rifugio sicuro, perché tutto è nemico.
E se la fuga è l’immagine costante del film, la paura né è il sentimento: una paura metafisica, una paura che cambia e uccide l’anima, prima dei corpi.
Come in «The Passion», le vittime cadono durante «la via Crucis» e sono angariate dai loro carnefici, che quasi scommettono sulla capacità di resistenza delle loro vittime.
Infine, attraversando vallate e dirupi, guadando fiumi che paiono travolgerli senza scampo, arrivano alla città.
Lo stacco è netto: dal buio della selva alla luce accecante della pianura ove la città sorge, dall’humus della selva alla polvere delle cave di calce, dal rigoglio lussureggiante della foresta all’aridità dei campi che circondano il territorio urbano, all’inutile sfarzo dei suoi palazzi, alla depravazione e disperazione dei suoi abitanti.
E’ qui che la gente, gente che ha spesso i tratti di scheletri ricoperti d’ossa, così ridotti da una terra che non dà più frutto né seme, viene loro incontro toccando i prigionieri e osannandoli come salvatori.
Il loro sangue, che sta per essere versato, servirà a redimere il Cosmo, darà nuovo vigore alla terra sterile, scongiurerà il collasso, salverà la vita, farà tornare la prosperità.
O almeno così credono.
Come non vedere il parallelismo da un lato con l’aspettativa messianica che aveva accompagnato il Cristo nel suo ingresso trionfale a Gerusalemme e dall’altro il pianto delle pie donne durante la salita del Calvario.
Ma la città in cui entrano Zampa di Giaguaro e i suoi miseri compagni non è Gerusalemme, che pure ha ripudiato il suo Messia: è una città cosparsa di piramidi tronche, così simili agli zigurrat di Babilonia.
Babilonia dell’Apocalisse di Giovanni appunto, Babilonia ebbra di sangue, «Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra» (Apocalisse 17, 5b), Babilonia con i suoi templi, «covo di demòni, carcere di ogni spirito immondo, carcere d’ogni uccello impuro e aborrito e carcere di ogni bestia immonda e aborrita» (Apocalisse 18, 2).





La disperazione dei suoi abitanti, unita al cinismo degli altri, rende stridente il senso della catastrofe di quella che doveva essere «città dei carichi d’oro, d’argento e di pietre preziose, di perle, di lino, di porpora, di seta e di scarlatto; di legni profumati di ogni specie, oggetti d’avorio, di legno, di bronzo, di ferro, di marmo; cinnamòmo, amòmo, profumi, unguento, incenso, vino, olio, fior di farina, frumento, bestiame, greggi, cavalli, cocchi, schiavi e vite umane» (Apocalisse 18, 12) .
Ma in questo crepuscolo degli dei, sopra di lei come sopra ogni Babilonia, il giudizio è gia scritto: «Guai, guai, immensa città, Babilonia, possente città; in un’ora sola è giunta la tua condanna!» (Apocalisse 9, 10).
L’apocalisse - intesa come disvelamento - della città dei demoni e il destino di morte che la sostiene e che li attende, si svela a Zampa di Giaguaro e ai suoi sventurati compagni nelle immagini orrorifiche che scorgono lungo i corridoi che li portano in cima alla piramide, mentre teste e corpi mozzati vengono fatti rotolare giù dalla sua immensa scalinata, in un’orgia di urla assatanate della folla che se le contende, tra decine di cadaveri senza testa, lividi di morte, che giacciono accatastati ai piedi della piramide stessa.
L’odore di sangue quasi trasuda dallo schermo ed ha la sua apoteosi nel sacrificio rituale: col corpo dipinto dell’azzurro del cielo, alle vittime immobilizzate sull’altare viene squarciato il ventre, da cui con le mani il sacerdote strappa il cuore ancora palpitante di vita e lo ostende alla folla.
E’ un macabro rituale ove gli officianti ben sanno di offrire un sacrificio ingannevole, come si legge dai maligni sguardi d’intesa tra colui che sembra essere il re ed il sommo sacerdote, quando mandano in estasi la folla per un’eclisse di sole, che in realtà essi, in base ad un sapere segreto, erano in grado di prevedere, ma che appare invece ai profani come un prodigio attivato dalla potenza sacrificale del sangue.
Ed anche qui v’è un’altra analogia con «The Passion», perché anche qui in corrispondenza del sacrificio «si fece buio sulla terra».
E quel sole nero, oscurato dall’eclissi, sembra davvero un «ostia tenebrosa» (ostia - non dimentichiamolo - vuol dire «vittima»), immolata ai demoni di quella liturgia negromantica che si sta compiendo.
Ma ora, proprio nel momento del sacrificio, il destino di Zampa di Giaguaro e quello del Cristo si separano.
Non poteva essere diversamente.
Il dio sole nel suo oscurarsi, sazio di sangue, salverà Zampa di Giaguaro.
Il Padre, invece, sembra non ascoltare quell’«Eloi, Eloi lemà sabactani».
I demoni sembrano più potenti di Dio stesso.


Il tunnel, affrescato con immagini di morte, che conduce alla spianata delle piramidi



Eccole le due vie di salvezza: l’una si compie nella morte del «Corpus Christi», permettendo alla «Buona Novella di essere annunciata anche ai morti...» (1 Pt 4,6), affinché i «morti» udissero «la voce del Figlio di Dio» (Giovanni 5,25) e, ascoltandola, vivessero.
E’ così che Gesù, «l’Autore della vita», ha ridotto «all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo», liberando «così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita» (Eb 2,14-15).
Ed è uccidendo in tal modo la morte che Cristo risuscitato ha «potere sopra la morte e sopra gli inferi» (Ap 1,18) e «nel nome di Gesù ogni ginocchio» si piega «nei cieli, sulla terra e sotto terra» (Fil 2,10).
Ed è così che Cristo - ricordate l’ultima immagine di «The Passion»? - esce risorto dal Sepolcro, portando le stigmate della Passione, che sono però ferite di Gloria e di Vittoria.
Anche in Apocalypto si compie una apparente forma di salvezza, ma quale sia la salvezza che viene dai demoni è presto visto: l’eterno ciclo, l’eterno divenire, subito riprende.
I carnefici offrono alle vittime risparmiate una via d’uscita, che passa però attraverso il rito di sempre: la fuga, il sangue e la morte.
Inseguito da una pioggia di frecce scagliatagli contro in mezzo ad un arena di combattimento, Zampa di Giaguaro deve riuscire a scappare e infilarsi alla foresta.
Solo così potrà salvare la vita.
Colpito, si strapperà la lancia da un fianco, ucciderà il figlio del capo dei guerrieri che l’hanno catturato e fuggirà libero verso la selva.
Ma per poter guadagnare la salvezza, anche Zampa di Giaguaro scenderà agli inferi, gettandosi a rotta di collo giù dal pendio scosceso d’una collina letteralmente ricoperta dei cadaveri in putrefazione e senza testa dei sacrificati.
Il ronzio delle mosche, lo stesso che in «The Passion» avvolgeva il cadavere decomposto di un cammello sotto i piedi di Giuda impiccato, sovrasta incombente il respiro di terrore del fuggitivo che moltiplica i suoi sforzi, nonostante la ferita sanguinante, per staccare quanto prima i suoi piedi dal regno di Belzebù, il «signore delle mosche» appunto.
Quando riesce a infilarsi di nuovo nella giungla, il ciclo ricomincia, ma per lui sarà una catarsi: incontrerà il dio giaguaro, che ancora lo salverà, dapprima spingendolo incontro ai suoi nemici, costringendolo ad affrontarli, poi sbranando i suoi inseguitori e dando la vita per lui, affinché egli stesso diventi giaguaro.
E così sarà: sfuggendo dalle sabbie mobili, risalendo dalle viscere della terra, cosparso di fango nero, egli sembra davvero il dio giaguaro, reincarnatosi, riplasmato dalla terra.
La rigenerazione si è compiuta.
Ha vinto la sua paura, è pronto per salvare la sua vita, il suo seme, la sua famiglia.
E infatti, mentre uccide il suo nemico, la vita di suo figlio esce dalle acque del grembo della madre, per essere accolta dalle acque del grembo della Madre Terra, raccolte in un crepaccio che si sta riempiendo a causa di un violento temporale e dove la moglie è rimasta imprigionata.
Il piccolo nasce senza di lui, è la Natura che si incarica di farlo nascere, la Natura provvidente nel grande ciclo della vita e della morte, potente e terribile ad un tempo.



Tuttavia alla fine, di nuovo ferito, sembra soccombere.
Stremato, sull’arena del mare è raggiunto dagli ultimi due inseguitori superstiti.
Lo salverà, senza che lui se ne renda conto, una Croce.
Un gruppo di conquistatori spagnoli sta sbarcando in quel momento e i due inseguitori lo lasciano lì in ginocchio, dirigendosi verso gli sconosciuti.
Sono i «malvagi» ad essere attratti da quell’Incontro, in realtà più per curiosità che per… altro.
Ma quei «peccatori» sono attratti; e già questo è un messaggio.
Zampa di Giaguaro no.
Zampa di Giaguaro diffida dei nuovi venuti, è uomo della foresta, fa naturalmente parte della foresta, non è un malvagio, è una sorta di «buon selvaggio», che ha vissuto fino a qualche giorno prima armonicamente all’interno di quell’organismo vivente che è la selva, seguendo le sue leggi. Proprio per questo sente dentro di sé la «giustezza» del proprio essere, la rettitudine del proprio destino, la necessità di un nuovo inizio.
Dopo esser tornato a recuperare la sua famiglia: «Dovremmo andare con loro?» - chiede la moglie mentre si stanno allontanando e sullo sfondo compaiono le navi spagnole alla fonda nella splendida baia. «No» è la sua risposta, «il nostro posto è nella foresta a cercare un nuovo inizio».
Non può che essere così. (1)
Come dice il «tagline» del film «When the end comes, not everyone is ready to go», ovvero «Quando arriva la fine, non tutti sono pronti ad andare».
Zampa di Giaguaro spera di ricostruire il Paradiso perduto di un tempo, il piccolo villaggio, la vita comunitaria di un tempo.
Ma quel mondo oramai è scomparso per sempre.
E un sentimento di amarezza, non di speranza quello con cui si conclude il film.
Libero, ma non liberato, Zampa di Giaguaro, persa la sua iniziale innocenza, ha superato la prova, ha vinto la paura, è padrone del proprio destino, che rivendica con orgoglio: ma il nuovo inizio, che egli cerca e non può trovare, reca già in sé la sua ciclica ed eterna fine di violenza e sangue.
E’ la legge della foresta, cui egli sente di appartenere… naturalmente.
Il nuovo inizio di Zampa di Giaguaro non è altro che un istante dell’eterno divenire.
La sua Passione non avrà mai fine.
Il nuovo Inizio dell’Agnello di Dio è invece l’istante eterno di Colui che fa nuove tutte le cose.
La sua Passione ha consegnato il divenire redento all’Eternità.
Ma non c’è colpa in Zampa di Giaguaro, perché la forza e l’attrazione potente della Natura è vinta solo da ciò che sta al di là della Natura: non si va a Cristo da soli.
Occorre l’Apocalisse, cioè la rivelazione e poi l’annuncio: «Andate ad ammaestrare tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Matteo 28,19-20).
E’ la missione della Chiesa.
Certo nella sua rettitudine Zampa di Giaguaro sembra già obbedire ad una sorta di rivelazione naturale.
Ma non conosce la Verità.


L'esaltazione ossessionante della folla ai piedi dell piramidi in attesa di un altra testa



Ma «Dio ‘vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità’ (1 Tm 2,4). vuole la salvezza di tutti attraverso la conoscenza della verità. La salvezza si trova nella verità. Coloro che obbediscono alla mozione dello Spirito di verità sono già sul cammino della salvezza; ma la Chiesa, alla quale questa verità è stata affidata, deve andare incontro al loro desiderio offrendola loro. Proprio perché crede al disegno universale di salvezza, la Chiesa deve essere missionaria». (2)
Sine Christo ed extra Ecclesia nulla salus: senza Cristo e fuori della Chiesa c’è - inevitabile - il ritorno alla selva, ai suoi ritmi, ai suoi riti, ai suoi sacrifici, perché l’ordine cosmico violato chiede comunque e continuamente di essere reintegrato.
Cristo col suo eterno sacrificio, perennemente offerto al Padre nella Messa, ci protegge da questa ricaduta.
Senza il sacrificio del Cristo, il sacrificio redentore di Dio stesso, l’ostia, cioè la vittima, è stata e tornerà ad essere l’uomo.
I Maya avevano sviluppato una società progredita, all’avanguardia nell’agricoltura e nei sistemi di irrigazione, avanzata negli studi, progredita nelle scienze, nelle arti, nella matematica, nell’architettura; un impero dotato di un proprio modello di scrittura e profondo conoscitore dell’astronomia, ma fondato sulla guerra, sullo sfruttamento, su un dissennato uso del suolo e delle risorse ambientali, sull’abbattimento di intere foreste che sconvolsero le condizioni climatiche provocando siccità e carestia.
Credevano di potervi rimediare ricorrendo alla potenza rigenerante del sangue.



E’ ciò che sta accadendo oggi, stiamo solo preparando l’«ètat d’esprit».
Sono «le strategie culturali del potere iniziatico», di cui parla Blondet ne «Gli ‘Adelphi’ della dissoluzione» il suo libro più inquietante, ove riporta un brano che Roberto Calasso, uno dei protagonisti più autorevoli del mondo culturale ed editoriale italiano, ruba a M. Duverger per il suo libro «La rovina di Kasch»: «Quechcotona in nahuatl, significa al tempo stesso ‘tagliare la testa a qualcuno’ e ‘cogliere una spiga con la mano’. La percezione dell’origine del sacrificio è appunto che ogni cogliere è anche un assassinare. […] La vita, se vuole perpetuarsi, esige che si colga qualcosa. Il sacrificio avvolge il primo sradicamento, l’originaria decisio (da caedo, il verbo dell’uccidere la vittima sacrificale con effusione di sangue) in una delicata, sottilissima, immensa rete che riconnette al tutto la cavità della ferita […] Sradicare il cuore ancora palpitante, con la ‘farfalla d’ossidiana’, dal tronco della vittima riversa: strappare quell’altra rete che unisce il cuore al tutto del corpo, si è inondati da sei sette litri di sangue. E’ l’esuberanza della vita, che soltanto in quel sangue si promette perenne». (3)
E’ ciò che sta accadendo oggi, Apocalypto siamo noi.

Domenico Savino




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Note
1) Premesso che un regista (soprattutto se anche produttore) può chiudere il suo film come gli pare, il messaggio che trasmette la conclusione di Apocalypto, a nostro parere, è storicamente falso e fuorviante, oltre a sottolineare la nota ostilità del tradizionalista Gibson nei confronti della Chiesa di oggi [legittima, vista l’autodemolizione che la pervade; ingiusta però nel coinvolgimento della Chiesa evangelizzatrice di 500 anni fa]. Nella quasi sconosciuta realtà degli avvenimenti di allora gli oppressi infatti (Zampa di Giaguaro e amici) aderirono in massa, entusiasticamente, al cristianesimo, unendosi agli spagnoli; mentre gli oppressori, i Maya, li combatterono. Come avrebbero fatto altrimenti poche centinaia di uomini, con qualche rudimentale cannone e qualche fucile, meno efficace di arco e frecce, a conquistare un continente immenso e abitato da milioni di persone? (Nota Effedieffe).
2) Catechismo della Chiesa Cattolica, paragrafo 851.9.
3) Maurizio Blondet, «Gli Adelphi della dissoluzione», Ares, pagina 157.




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