| Mercoledì 24 Gennaio 2007 - 11:48 | Piero Sella |

Più volte, e da settori diversi, la nostra rivista è stata accusata di dare eccessivo spazio alla questione giudaica. A quel secolare problema che, ai nostri giorni, si manifesta in tutte le nazioni a più elevato reddito e a regime liberaldemocratico dove la minoranza ebraica esercita un potere spropositato nella finanza, nell’informazione e nella cultura. Potere che puntualmente si riverbera prima a livello legislativo e governativo, imponendosi infine nella Grande Politica internazionale.
Ci rendiamo conto di quanto sia difficile esprimere delle opinioni sotto la minaccia di una legge, la Mancino-Modigliani, che ha reso terreno minato i temi della razza, della nazionalità e della religione, e comprendiamo anche la prudenza di chi non vuole indisporre un ambiente tanto influente e suscettibile come quello ebraico e preferisce negarne a priori ogni specificità, riducendo tutto alla sfera dello strettamente individuale.
A un osservatore onesto, tuttavia, il fenomeno della sovraesposizione ebraica, ma soprattutto quello del coordinarsi delle lobby giudaiche attive nei vari Paesi a favore nello stato d’Israele, dovrebbe risultare tanto evidente quanto di grande attualità.
A documentare l’onnipervasività giudaica non sono del resto gli antisemiti o i nemici di Israele, ma proprio, a causa del suo tracotante ingombro, l’ebraismo stesso, con la sua editoria, i suoi direttori di telegiornali, quotidiani e periodici, e la pletora ossessionante di giornalisti, conduttori, opinionisti, corrispondenti, inviati speciali, scrittori, produttori e registi teatrali e cinematografici, presidenti di fiere e di mostre, nonché critici letterari e musicali, una vera legione straniera a libro-paga nel mondo dei media, delle arti e dello spettacolo.
Questi personaggi, che presidiano le posizioni ritenute strategiche dalle lobby, escludendone di fatto chi non risulti gradito, agiscono come un sol uomo e hanno in primis il compito di alimentare il clima egocentrico e vittimistico di cui il giudaismo fisiologicamente ama circondarsi. Ma essi si occupano di tutto. Ogni argomento offre l’occasione per diffondere lo schema «corretto» e quindi «autorizzato» di pensiero, per concedere agli amici l’imprimatur e il successo e, viceversa, accollare all’avversario, per metterlo fuori gioco, le accuse più squalificanti.
Questa inesausta manipolazione, sia didascalica che diffamatoria, fa da specchio deformante anche alle vicende di Palestina.
Le radici storicamente più recenti di quanto sta accadendo nel Vicino Oriente stanno in quegli eventi che, a partire dalla sconfitta dell’Europa nel 1945, hanno accompagnato il tentativo sionista di creare un proprio Stato. Un tentativo che dopo sessant’anni consegna solo risultati fallimentari: l’entità ebraica non ha mai goduto di un giorno di pace e la sua esistenza è all’origine di gran parte delle tensioni mondiali, nonché del fenomeno terroristico.
I più recenti dettagli della situazione, quali l’enfatizzato sgombero da Gaza, l’erezione del Muro e da ultimo l’aggressione ebraica al Libano, sono d’altra parte la conferma che l’integralismo sionista ha perso la testa e si è cacciato in un cul de sac dal quale non è in grado di uscire.
Israele, alla lunga, non può sfuggire all’infelice contesto geostrategico che lo vede circondato da un Islam che si estende dall’Atlantico al Mar della Cina, né tanto meno, dopo aver raschiato fino in fondo il barile dell’immigrazione, alla sentenza della demografia che accompagna la riscossa del popolo arabo. Nonostante l'attivismo della dirigenza ebraica che è giunta a spendere milioni di dollari per ogni gruppo familiare ebraico immigrato, è previsto che entro il 2030 all’interno degli attuali confini di Israele gli arabi saranno maggioranza. E tuttavia lo Stato ebraico rifiuta di cambiare registro e si avvia, tra rappresaglie ed omicidi mirati, al disastro finale. Non vi è infatti ragione per pensare che l’avventura dei coloni ebrei in Palestina possa avere un destino diverso da quello, lontano, dei crociati di Terrasanta o da quello, più vicino, degli italiani di Libia e dei francesi d’Algeria.
I diretti interessati – quegli ebrei che vivono in Israele – anche se ad alimentare la tensione esplosiva sono stati proprio loro, non sembrano però rendersi conto di trovarsi sull’orlo di un vulcano in eruzione. Ciò perché vengono giornalmente rassicurati dai loro governanti. La stessa funzione narcotizzante viene svolta ovunque nel mondo dalle lobby ebraiche che, attraverso il controllo degli strumenti di formazione dell’opinione pubblica, minacciano e blandiscono i politici democratici orientandoli a celebrare la Memoria dell’Olocausto, ad affiancare ogni iniziativa internazionale a favore dello Stato ebraico, a contribuire alla campagna mediatica che tende a presentare come terrorista ogni vittima della sopraffazione giudaica.
Si tratta nell'insieme di una densa cortina fumogena che allontana i più dal percepire Israele quale prodotto ultimo ed in controtendenza dell’ideologia colonialista. Un’entità destinata ad essere permanentemente in guerra con i vicini che non l’hanno mai accettata, un’entità che per sopravvivere è costretta a seminare attorno a sé ingiustizia, distruzione e odio.
Al riparo del veto americano, Israele rifiuta ostinatamente di applicare le risoluzioni ONU e continua senza alcun controllo a disporre di armamenti atomici. È dunque uno Stato che non si regge, come tutti gli altri, sul diritto internazionale, ma sullo strapotere militare garantito da un alleato-canaglia, gli USA, che Israele tiene al guinzaglio col ricatto della religione e con la trappola elettorale.
Uno Stato, quello ebraico, tanto artificioso da aver architettato la propria nascita ancor prima di avere una lingua parlata e una popolazione. Questa sarebbe stata attirata nel territorio con gradualità; c’era infatti un piccolo intoppo da superare: la scelta dei fondatori dello Stato era caduta su un Paese, la Palestina, abitato da altri.
In tali condizioni la nascita di Israele non poteva che seguire un percorso tortuoso. Ecco il complotto sionista che costringe gli Occidentali a scaricare l’alleato arabo (1917); il tradimento della potenza mandataria, l’Inghilterra, che invece di condurre la Palestina all’indipendenza ne compromette, favorendo l’immigrazione ebraica, l’identità etnica (1922-1939). Ecco infine la scandalosa spartizione decisa dall’ONU nel novembre 1947, un provvedimento privo di qualsiasi base giuridica, in quanto non previsto dalla carta costitutiva delle Nazioni Unite.
Pochi mesi dopo (maggio 1948) gli ebrei immigrati clandestinamente proclamano, con la connivenza delle Superpotenze USA e URSS, la nascita del loro Stato.
Da questo momento, la questione sionista si internazionalizza. Essa non è più un problema per il solo Vicino Oriente e per gli arabi, lo diventa anche per tutti gli Stati del mondo nel quale risiedono degli ebrei. Quelle minoranze che fino ad allora erano vissute facendosi i propri affari a livello economico e culturale si trasformano in un organizzato strumento di pressione a favore di uno Stato straniero, quello ebraico. Da problema sociologico, cioè di politica interna, l’ebreo diventa problema di politica internazionale.
Fin dall’inizio Israele si sviluppa in un clima di sopraffazione, di pulizia etnica e di ributtante razzismo a danno della maggioranza autoctona araba, espulsa o privata dei più elementari diritti civili. Il mondo, schiacciato dalle lobby giudaiche, assiste in silenzio e paga senza discutere il mantenimento dei palestinesi chiusi nei lager israeliani e quelle infrastrutture – case, strade, aeroporti – che Israele via via non si fa riguardo di distruggere con le sue scorrerie nei territori occupati e negli Stati vicini. L’Europa, negli ultimi mesi, ha già stanziato centinaia di milioni di euro per la ricostruzione del Libano, come se quel Paese fosse stato distrutto da un terremoto e non dai bombardamenti di Israele.
La prognosi per una simile entità statuale non può che essere sfavorevole; tant’è che il suo stesso diritto ad esistere viene apertamente messo in discussione. È ormai chiaro infatti che la fine del cervellotico esperimento sionista in Palestina è l’unico modo possibile per assicurare il ritorno alla pace nello scacchiere e porre al tempo stesso fine alle pressioni delle lobby giudaiche sui vari governi del mondo.
Quanto agli ebrei residenti, tutti immigrati o figli di immigrati, non dimentichiamolo, potranno, se lo riterranno opportuno e prudente, restare in qualità di cittadini del futuro Stato palestinese, o decidere di tornare da dove sono venuti. Non si può dubitare che, in tal caso, troveranno ovunque, presso i loro correligionari, l’aiuto necessario per il reinserimento.
Nonostante il buon senso sconsigli dunque il mantenimento dello status quo, la totalità dei politici e degli intellettuali europei – per evitare l’infamante accusa di antisemitismo e quindi l’ira delle lobby – si dichiara per il «diritto di Israele ad esistere».
Ma, se tutti sono d’accordo – dicono a questo punto gli ebrei – si può alzare il prezzo e chiedere di più. Portavoce di questa posizione oltranzista si è fatto di recente Yehud Gol, ambasciatore di Israele in Italia.
In un’intervista rilasciata a Massimo Caprara e pubblicata dal Corriere della Sera del 29 luglio 2006, costui si è spinto a criticare gli stessi fiancheggiatori di Israele: «Lo sa quando mi irrito? Mi irrito quando c’è chi sostiene che Israele ha diritto di esistere. Cosa direste se qualcuno vi dicesse che riconosce il diritto all’esistenza dell’Italia?».
Avete letto bene. Siamo al gioco delle tre tavolette!
Il «diplomatico» si permette di paragonare Israele all’Italia e alle altre nazioni, come se il «diritto ad esistere», per uno Stato, non derivasse da situazioni di stabilità etniche, storiche e culturali, dalla capacità cioè di imporre e di far durare nel tempo (e non pochi decenni con la forza) le condizioni per essere accettati nel contesto internazionale. Soprattutto dai Paesi vicini e confinanti, i quali, nel caso di Israele, fin dai primi passi dell’insediamento ebraico, hanno in tutti i modi fatto conoscere la loro posizione assolutamente negativa.
Posizione che ancor oggi appare immodificabile.
Non c’è spazio in conclusione sulla Terra per chi nel terzo millennio si propone di inventare nuove nazioni, specie se queste non sorgono in modo spontaneo dalle rivendicazioni autonomiste di un popolo già insediato in un preciso spazio geografico, con la sua storia e le sue tradizioni, ma, come è il caso di Israele, affondano le loro deboli radici nel caotico confluire di nuclei isolati ed etnicamente disomogenei, di fanatici integralisti religiosi.
I sionisti, provenendo dalle più disparate regioni del globo, dove per secoli i loro antenati avevano liberamente scelto di vivere, colti dalla visionaria, estemporanea idea di cambiare residenza in massa, prendono a intrufolarsi nel territorio di un altro popolo, quello palestinese, che di nessuna colpa si era macchiato nei loro confronti e, per farsi spazio, ne perseguono sfacciatamente il genocidio.
Quel mondo occidentale che oggi è schierato a fianco di Israele, e che al massimo arriva a riconoscere «anche» ai palestinesi il diritto a uno Stato (dove, se il territorio è uno solo?) finge di dimenticare che i principi laici ed egualitari sui quali si fonda la democrazia sono in aperta contraddizione con le basi ideologiche e culturali dell’insediamento ebraico.
Un’esigenza di coerenza ci spinge a un ulteriore rilievo. Il concetto semita di una divinità antropomorfa, di un Dio partigiano che scende nella storia a fianco del suo popolo, quello ebraico, e contro tutti gli altri, è all’origine di una caricaturale idea del sacro che viene posto a tutela del proprio miope vantaggio materiale. È stata una simile visione del mondo a spingere i giudei all’autoisolamento e a improntare ad astiosa presunzione i loro rapporti con le altre genti, disprezzate perché escluse dall’Alleanza e giudicate per ciò stesso inferiori.

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Le ragioni dello scontro tra Occidente e mondo islamico, oltre che politiche ed economiche, sono dunque anche religiose. Cerchiamo allora di capire perché questa componente stia assumendo crescente importanza al punto che vediamo scendere in campo uno contro l’altro il Popolo Eletto e il Partito di Dio.
Sono presenti sulla Terra, approssimativamente, dieci o quindici milioni di ebrei, un miliardo di cristiani e uno di musulmani. Balza subito all’occhio il numero assai ridotto degli ebrei: la loro è una religione che non è nata per diffondersi, ma solo per cementare, in modo razionalizzante e laico, la compattezza del gruppo. Per escluderne gli altri, i non ebrei. L’assenza del proselitismo non ha però evitato al giudaismo di trovarsi coinvolto in complicate relazioni teologiche con le altre due grandi religioni.
Cristo e Maometto, figure di riferimento rispettivamente di cristianesimo e Islam, non escono dai confini delle proprie religioni; il Dio degli ebrei invece, sia pure sotto altro nome, Dio Padre per i cristiani, Allah per i musulmani, è anche il Dio degli altri due monoteismi i quali, proprio perché tali, ed essendo venuti dopo, non potevano inventarsi un altro Dio con le stesse prerogative del primo arrivato.
Le convergenze tra Jahweh, Dio Padre ed Allah, restano però solo generiche, i tre personaggi sono sì tutti onnipotenti, eterni e quindi coetanei, ma l’identikit di ciascuno non corrisponde affatto a quello degli altri due. Caratteri assolutamente diversi, opposto il modo di confrontarsi con la realtà e con l’uomo, suggerimenti comportamentali contraddittori, gusti artistici inconciliabili: dalla più severa sobrietà si passa al trionfo del barocco, al colore e alle immagini.
Il preconcetto monoteista, la persuasione che quella del Dio unico fosse la scelta migliore, impedisce però di scavare a fondo sulle differenze, di definire i distinguo, di privilegiare la chiarezza. E, in verità, incamminarsi su questa strada avrebbe avuto per il monoteismo implicazioni devastanti. Meglio perciò un compromesso fumoso – anche se questo recava in sé i germi di future guerre civili tra i popoli del Libro – piuttosto che accettare l’idea di divinità diverse costruite ciascuna secondo natura, e cioè a immagine e somiglianza del proprio popolo. Sta di fatto che ad avvantaggiarsi di questa situazione è lo Jahweh ebraico.
Il Dio di una piccola tribù nomade che nulla ha trasmesso alla Storia, né organizzazione politica, né architettura, né scienza, né arte, ha dunque inopinatamente raggiunto una posizione dominante. Facendo un paragone con la nostra storia del secolo passato, sarebbe come se Vittorio Emanuele III di Savoia avesse iniziato la sua carriera istituzionale come re d’Albania, per diventare poi re d’Italia e imperatore d’Etiopia e d’Abissinia.
Il successo del Dio ebraico è pieno e colpisce in particolare per quel che riguarda l’Islam. Se Cristo, per i suoi fedeli, è un Dio, Maometto, anche per i suoi, rimane un semplice profeta. Perché l’Islam rinuncia, già in partenza, ad avere una voce autonoma al vertice? Né il profeta, né i suoi epigoni erano dotati di una statura intellettuale da lasciare nel pensiero religioso una traccia originale. È umanamente comprensibile quindi che, per fornire al proprio proselitismo credenziali più valide dello scarno Corano, i musulmani si rifacessero a quanto in quel momento era disponibile sulla piazza, e cioè alla Torah ebraica, la quale del resto non era altro che uno zibaldone, un caotico collage di leggende cosmogoniche e miti comuni a diversi popoli dell’Oriente. Su questo corpus, gli ebrei, grazie alla loro straordinaria mobilità, erano riusciti a mettere le mani, imprimendogli, col trascriverlo, una specie di copyright.
Diverso il caso del cristianesimo. Carismatica e più articolata spiritualmente la personalità del Cristo, più ricco lo sviluppo del pensiero teologico per la possibilità di innestarvi elementi propri delle culture greca, latina e poi europea, con le quali, grazie a Roma, la nuova religione era destinata a incontrarsi.
Sarebbe stato dunque possibile per il cristianesimo dar vita a una religione interamente nuova, e di fatto la Chiesa ha dimostrato da un lato la capacità di liberarsi dai condizionamenti impliciti nelle sue origini, dall’altro quella di assorbire usanze, culti, tradizioni, feste e riti pagani e di saperli metabolizzare, proponendoli ai fedeli nel tripudio di una liturgia che rimane ad oggi ineguagliata.
Questi apporti, gestiti da una solida gerarchia, davano vita col trascorrere dei secoli a una costruzione teologica assai diversa dal giudaismo, una religione non più legata all’Oriente, ma vicina all’Europa. Il sacro era sprovincializzato; il suo baricentro non era più l’Alleanza tra Dio e il popolo ebraico. La Legge non era più, come nella Torah, una serie di regole poste a tutela degli interessi di un ristretto gruppo etnico. Era subentrata una visione morale universalmente accettabile nella quale a nessuno a priori era riconosciuta una posizione di privilegio.
E infatti le ristrettezze del monoteismo ebraico vengono superate, i nuovi dogmi accolgono via via altri personaggi, cadono i divieti alimentari, si elimina la circoncisione, si aprono, grazie a una fede orgogliosa delle sue certezze, spazi per la diffusione della civiltà e, con la divozione ai santi e alle loro raffigurazioni, varchi preziosi per la vita artistica.
Sullo sfondo, non chiariti, restano, è vero, dati di fatto ineludibili: Gesù era stato sicuramente un ebreo, e gli stessi Vangeli confermano che la sua predicazione era stata rivolta esclusivamente ai giudei. Il Crocifisso non aveva insomma avuto la minima intenzione di stravolgere l’ebraismo, di trasformarlo in qualcosa di esportabile. Quel che era avvenuto dopo di Lui era solo una costruzione cresciuta su iniziativa degli uomini e sui capricci della storia.
A una precisa scadenza questo peccato originale, rimasto a lungo sullo sfondo, presenta però la sua cambiale all’incasso. La Chiesa non può evitare di essere coinvolta dai grandi eventi dell’umanità, specie se essi riguardano da vicino la concorrenza.
Con l’indiscutibile vittoria nel secondo conflitto mondiale della setta giudaica e il contemporaneo imporsi oltreoceano del calvinismo più radicale, ad essa strettamente legato, il cristianesimo viene bloccato nel suo sviluppo e di fatto risucchiato nell’orbita veterotestamentaria. Talché oggi, tra gli addetti ai lavori, si parla comunemente di giudeocristianesimo, di radici giudaicocristiane.
Cancellando secoli di ostilità tra giudaismo e cristianesimo e di scontri durissimi tra i portatori delle due visioni del mondo, scavalcando il grande ostacolo di fondo, ossia la documentata incompatibilità teologica e caratteriale tra Jahweh e Gesù, i rapporti tra le due fedi prendono a intrecciarsi in cordiali scambi di visite protocollari e riunioni ecumeniche, eventi tutti che per i cattolici si fanno puntuale occasione per scuse, aperture e caute ritrattazioni dottrinali. Le Chiese cristiane, con la deferenza tipica di chi ha qualcosa da farsi perdonare, recuperano le loro radici e proclamano, rinunciando a convertirli, la loro sudditanza teologica nei contronti dei «fratelli maggiori».
Nella sostanza, la grande comunità cristiana è svuotata da dentro e fagocitata dall’ebraismo. Non è difficile capire come le conseguenze di un simile rivolgimento siano destinate a uscire dal ristretto ambito religioso. Da quando il giudaismo della diaspora viene, a torto o ragione, identificato con lo Stato ebraico, la Chiesa si sente moralmente obbligata a prendere posizione coerente al Patto divino col Popolo Eletto. Non importa che per dare soddisfazione a pochi milioni di ebrei ci si metta in urto con un miliardo di musulmani; Gesù era ebreo, Maometto no; si deve stare dalla parte di Israele. Ecco i cattolici, confondendo sacro e profano, fomentare in prima persona lo scontro di civiltà. Ecco il pontefice, sordo al grido di dolore che giunge dai popoli del Vicino e Medio Oriente, mettere sullo stesso piano gli aggressori e le vittime, pretendere che queste accettino passivamente il sopruso patito. Ecco il cardinale Ruini (riunione CEI del 18 settembre 2006) esaltare gli sconci, odiosi scritti della Fallaci.
È in questo nuovo schieramento assunto dalla Chiesa che il Padre, che nella cristianità era scivolato tacitamente, ma progressivamente in secondo piano a vantaggio del Figlio, registra un clamoroso ritorno. È lui anzi, in un mondo ormai giudaizzato, a garantire, grazie ai suoi priviligiati rapporti con i giudei, agibilità al cristianesimo e alle sue gerarchie.
Nell’atmosfera di collaborazione strategica instauratasi tra giudaismo e cristianesimo, Gesù non ha ovviamente buone carte da giocare. Dagli ebrei, quel che gli spettava – la croce – già l’aveva avuto, e il fatto che in seguito la sua Chiesa l’avesse proclamato Dio a pari merito non aveva certo migliorato le cose. L’ipotesi di uno Jahweh che si abbassa ad accettare una diarchia è, per ogni ebreo, pura empietà. Il Dio della Torah è per antonomasia l’Unico, il Solo.
I contatti attuali dell’ebraismo con la religione cristiana sono dunque solo tattici, strumentali, coltivati per i vantaggi che possono portare. Nella religione romana, per i giudei, l’unico a contare è il loro Jahweh, cui gli altri della Trinità, volenti o nolenti, hanno tirato la volata.
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Sarebbe di grande interesse – così come accadeva ai tempi degli Dei olimpici – ascoltare i commenti dei diretti interessati circa la complicata situazione nella quale le vicende storiche e le elucubrazioni dei mortali li hanno cacciati.
Non è difficile immaginare il loro stato d’animo.
Il Dio d’Israele è il più sereno. Sempre interessato a intervenire nella Storia a fianco dei suoi e sempre geloso delle proprie prerogative, è indubbiamente soddisfatto di dominare dall’alto le tre religioni e la moltitudine dei loro fedeli.
Il bilancio del Cristo è assai meno soddisfacente; quando si guarda attorno è costretto per prima cosa a rilevare che, mentre i musulmani trattano la sua figura con grande rispetto, gli ebrei, che già in vita gliene avevano fatte passare di tutti i colori, nei loro testi ufficiali continuano a riempire, Lui e sua Madre, di insulti. Per questi motivi sta covando da tempo verso il Padre un sordo risentimento. Come poteva essere che Dio, che pure, grazie al Figlio, per non dire a spese del Figlio, si era trovato catapultato ai vertici della nuova religione, restasse indifferente a tutto quanto era avvenuto? Avrebbe dovuto scuotersi e farsi sentire dai colpevoli, come del resto molte altre volte, e per eventi di assai minor rilievo, era successo nel passato. Invece non aveva fatto una piega ed era rimasto fermo come una roccia nel Patto col Popolo Eletto.
Ma Gesù lamenta anche torti più recenti. Servendosi di una gerarchia alla quale di cristiano è rimasto solo il nome, il Padre ha messo in atto, col Concilio, l’Ecumenismo, il Dialogo interreligioso, un vero e proprio colpo di Stato. Il Vecchio, l’uomo degli ebrei, che per secoli – un battito di ciglia – era rimasto sornione sulle sue, ha ora praticamente detronizzato il Cristo.
La rivoluzione costruita dal Cattolicesimo a partire dalla Sua parola si è afflosciata. A Gesù, già titolare della nuova religione, è rimasta solo l’esteriorità, unicamente qualche prerogativa di facciata. Le strutture istituzionali della Sua Chiesa ruotano ormai nell’orbita del più classico giudaismo.
Quanto ad Allah, è oppresso dalla sindrome da doppia personalità. È una crisi che nessuno psicanalista potrebbe risolvere, anche se le sue cause sono evidenti. Come abbiamo già visto, l’Islam si è scelto lo stesso Dio degli ebrei e Costui ha le mani legate dall’Alleanza col suo popolo. I musulmani, in conclusione, non hanno santi in paradiso e, in terra sono considerati dagli ebrei solo i figli della serva di Abramo. Non si salva neppure Maometto. Per qual motivo infatti il Dio di Israele dovrebbe aver fatto uno strappo alla regola illuminando, col dono della profezia, un non ebreo?
Pur priva della consistenza numerica necessaria per muovere nel mondo con le proprie gambe, la setta ebraica si è rivelata nel tempo abile a sgomitare anche nel campo religioso. Ed è stato proprio perché esaltata dalla imprevedibile e spropositata influenza acquisita dal suo Dio che sta ancora pensando di potersi allargare nelle terre del Profeta.