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    Predefinito Antropologia del "mostruoso"

    Soprannaturale e innaturale
    di Maurizio Elettrico (Istituto Italiano di Studi Filosofici)

    L'immaginario religioso, artistico, onirico dell'uomo è da sempre popolato da figure mostruose, deformi ed innaturali, che affondano le loro radici simboliche nelle più profonde pieghe della psiche e nelle più arcaiche strutture culturali e mitiche. Carica di poteri e valenze simboliche, profetiche ed iniziatiche, per poco che si indaghi il vario e grottesco repertorio iconografico dell'innaturale, la deformità si protende verso il nostro sguardo attraverso i secoli, alludendo ancora, anche per l'occhio disincantato della modernità, ad una inquietante ricchezza di significati nascosti ed arcani messaggi.


    Villa Palagonia, particolare - Immagine tratta dal sito http://www.museum-bagheria.it/

    Le deformazioni e l’idea stessa di deformazione ha avuto in passato un valore sacrale, profetico ed estetico. Nasce essenzialmente dall’importanza comunicata alle immagini e all’immaginazione dalla filosofia antica e dalla sensibilità religiosa. Per gli antichi l’immagine è la forma del pensiero degli dei. Gli dei pensano per immagini e creano con la parola. L’immagine mostruosa o deformata appartiene agli dei del caos, precedenti quindi ad ogni ordine cosmico: ha quindi concentrata in se l’energia di un mondo originario ancora non delimitato dalla legge. Essi fanno parte del mondo del silenzio prima che la parola della divinità produca le sue leggi e le sue forme perfette. La deformazione appartiene quindi alla dimensione del caos primigenio e a quella degli inferi: si riferisce all’universo precedente le leggi e a quello che disubbidì alle leggi. La deformazione nel primo caso indica la presenza nello stesso soggetto di forme viventi non ancora separate dall’atto creativo e ordinatore (uomini con elementi animali o vegetali, animali con caratteri intermedi tra più specie), nel secondo riguarda piuttosto individui che hanno perso la loro divinità, smarrendo di fatto una loro antica perfezione e regredendo a forme confuse di tipo precosmico (demoni ebraico-cristiani). Le alterazione morfologiche vengono adoperate quindi per rappresentare dei atavici o demoni dei in tutte le grandi civiltà del passato; esseri anatomicamente anarchici, che si determinano da se stessi, apparentemente senza alcuna regola e legge esterna. Questi esseri e i loro culti ferini, non privi alle volte di elementi sanguinari, testimoniano il passaggio da una teologia orizzontale aperta al culto della foresta e alle sue presenze selvagge a una teologia verticale dispiegata verso il cielo e le sue costellazioni. L’eroe divino o divinizzato si scontra con esseri fantastici; è questa battaglia il primo atto della creazione. Il combattimento e la vittoria sul mostro rappresenta il primo passo verso l’ordinamento di un nuovo universo fondato sulla legge. É una lotta simbolica contro il caos di un universo non ancora formato, contro l’entropia di un universo già esistente, e ancora contro la malattia e l’anarchia biologica di una natura non interamente dominata dalla ragione divina e dalla sua forza organizzatrice. La creazione come formazione di un mondo ordinato ed armonioso è quindi identificato con la guerra originaria contro gli esseri deformi del caos. Il babilonese Marduk, il greco Eracle, l’indiano Krisna hanno tutti loro dei primordiali mostri da distruggere.

    Krishna è di certo una delle più amate divinità indiane ed ha dato luogo alla corrente del Krishnaismo. Viene indicata come l’ottava incarnazione di Visnu: la sua nascita come quella di molte altre divinità è assolutamente innaturale e al tempo stesso soprannaturale. Egli si origina da un capello del dio Visnu. Visnu si strappa dalla testa due capelli, uno bianco l’altro nero e pone il primo nel grembo di Rohini e il secondo in quello di Devaki. Il capello nero genererà Krishna che significa appunto il nero mentre dal capello bianco nascerà Balarama.

    Nel Bhagavata Purana che canta le gesta di Krisna, Dhenukasura è un asino dalla forza gigantesca, Kaliya è invece un immenso serpente nero dotato di un centinaio di teste e dalle cui narici esalano fumi tossici. Il mostro Pralambasura, con denti aguzzi e occhi fiammeggianti è in grado di gonfiarsi a dismisura, ma anche di assumere aspetto umano. Aghasura ha invece l’aspetto di un gigantesco serpente dalla bocca perennemente spalancata. Le dimensioni di questo asura erano veramente colossali: l’osso del mento appare grande come una montagna, mentre la lingua ha le dimensioni di una strada. Vatsasura può assumere qualsiasi forma e si trasforma in un vitello, mentre Bakasura è un anitra dalle dimensioni di una collina. Qui i mostri mitici si contrassegnano per due aspetti fondamentali l’instabilità della forma e le dimensioni smisurate. Denotano quindi un aspetto contronaturale negando la legge di una specificità biologica, come pure quella di una giusta proporzione. I due aspetti sostanzialmente si equivalgono: questi esseri partecipano all’infinitezza precosmica attraverso l’indefinitezza; le enormi dimensioni sono segno di un non accettazione dei limiti e dei contorni, ugualmente si giustifica il loro aspetto camaleontico.

    Tiamat dea delle acque salate foggia per combattere Marduk undici esseri orrendi circondati da fiamme e da un particolare bagliore in grado di allontanare i nemici. Ce ne sono in forma di vipera di grande elefante di grande leone, ma anche di cane rabbioso, di centauro e di uomo scorpione. Marduk per dare vita al nuovo ordine ammansirà queste creature e ucciderà Tiamat: dallo smembramento della dea nascerà il mondo così come noi lo vediamo.

    Anche la religione ufficiale di antichi popoli troverà irrinunciabile l’idea di raffigurare i ricchi pantheon con deformità di ogni genere. Il mondo egizio preferirà dei con teste animali che congiungono mirabilmente cielo e terra, le forze dell’universo stellare con quelle della natura. Queste figure sono armoniche e ieratiche e simboleggiano una natura organizzata dalla civiltà umana. Nulla viene risparmiato al collo di queste divinità; teste di ippopotamo, di leone, di falco, di coccodrillo, di sciacallo. Sobec è il dio con la testa di coccodrillo, le cui statue antiche secondo leggende giunte fino al tardo rinascimento venivano issate su una zattera-tabernacolo, trainata da coccodrilli ammaestrati. Sahu, Orione, avrà testa di scrofa e sarà la dea delle eclissi. Anubi dio dei morti avrà testa di oritteropo, strano animale che vive in tane profonde, nutrendosi di termiti.

    Gli egizi, anche se furono i primi grandi chirurghi del cervello, attribuivano però al cuore l’attività psichica dell’uomo; troppo lontano da loro erano i primi tentativi della scuola pitagorica di un anatomia cerebrocentrica. Eppure la testa è per il loro pantheon determinante: la presenza dei sensi e in particolare dell’occhio fa della testa uno dei riferimenti maggiori della manipolazione simbolica di questo popolo. Il dio animale, quindi, ha un cuore umano in un corpo umano, ma sensi animali per la presenza di una testa animale; è questa la garanzia della sua divinità: la grande vita psichica dell’uomo congiunta con la superiorità sensoriale degli animali. Olfatto vista udito di falchi leoni ippopotami sciacalli si combinano con la complessa vita psichica umana coincidente con quella degli dei. Una sintesi di successo con molte varianti.

    Ancora il dio creatore, il grande Osiride, è un dio presensoriale, poiché precede qualsiasi possibilità di sentire, poiché precede qualsiasi essere o ambiente, che in quanto tale può fornire sensazioni e percezioni della sua esistenza. Per questo è rappresentato acefalo. La sua attività psichica, cioè il suo cuore, è l’organo che gli consente di produrre il mondo e i suoi enti.

    Le teste possono trovarsi a sostituire però anche altre parti del corpo; ne abbiamo esempi ancora nella religione egizia, ma con grandi rimandi in tutte le religioni del mediterraneo. In questo senso Bes, dio della fecondità, rappresenta forse una crisi del sistema cardiocentrico della cultura egizia; la sua testa è in fatti nel petto, i suoi occhi si aprono all’altezza del torace. Il cervello e il cuore si identificano anatomicamente quasi ad accordare due scuole di pensiero: di chi vuole il cuore e di chi crede il cervello invece il centro dell’essere psichico. Anche le ginocchia e i piedi del dio sono animate. Questa divinità è caratterizzata da un panpsichismo anatomico: in corrispondenza dei due ginocchi ruggiscono due bocche di leoni, i piedi sono sostituiti ora da teste di sciacallo, altre volte da teste di serpente. É una creatura questa, che avrà grande successo anche nel mondo miceneo e greco-romano.

    Bes diviene nei sigilli cretesi la testa con le gambe, in Libia molto somiglianti a Bes saranno gli akephaloi, Plinio descriverà esseri simili chiamati Blenni, indicati sostanzialmente come specie deformi di terre lontane. In questi ultimi il divino Bes presta la sua forma a oscure specie esotiche. Non mancano rappresentazione di angeli gastrocefali, con una testa che appare all’altezza dello stomaco scolpiti a Chartres e a Bourges in piena età medievale. Sono angeli decaduti: la faccia sulla pancia simboleggia chiaramente che l’intelligenza è in loro asservita ai più bassi istinti.

    Altre volte la testa si moltiplica all’interno di una stessa testa. Nel civiltà sumera, in quella sciita e nelle antiche culture sarde sono diffuse le rappresentazioni di teste a loro volte composte da teste, quasi ad indicare un essere psichicamente e diremo schizofrenicamente composto da alcune sottounità. Queste immagini sembrano legarsi ad un idea discontinua e disomogenea del mondo. Anticipano formalmente le rappresentazioni dell’uomo composto da molti uomini (XVII secolo), simbolo del sovrano nella visione politica di Hobbes o certi scherzi anatomici come nella litografia di Filippo Balbi, Testa anatomica (1864). Le teste composte da altre teste sembrerebbero fornire l’antefatto di una visione dell’io come realtà composita, come coordinazione ed equilibrio di una molteplicità, intuitivamente nella direzione che verrà indicata dallo psicologo Frederich Myers. Il proliferare delle teste, separate e innestate sullo stesso tronco, la policefalia, avrà pure innumerevoli esempi: con tre teste di montone viene alle volte rappresentato il dio egizio Ammon, come pure alcune divinità sumere. Idra cerberi ed altre fanta-zoologie a più teste riempiono gli inferni dell’antichità.

    Anche braccia e gambe si moltiplicano. Nella religione indiana Bramha ha quattro braccia tante quanto sono le sue facce, Agni, dio del fuoco, ha sette braccia e tre gambe. Nel medioevo occidentale l’immagine della fortuna sarà proprio come una divinità orientale fornita di molte braccia, come Boccaccio la descriverà nel De casibus. Ma la deformazione anatomica viene usata anche per evocare e contemporaneamente esorcizzare i sentimenti di paura dell’uomo. Dei e demoni devono quindi incutere timore: per l’autorità della giustizia suprema che rappresentano i primi, per l’ineluttabilità della punizione che infliggono i secondi, giudici e carnefici di uno stesso sistema di leggi. Se quindi nell’antichità gli dei possono avere caratteri disformi, i demoni sono veri azzardi della fantasia. A questi ultimi è consentita qualsiasi oscena combinazione. Qui l’elemento bestiale è lontano dalla riconoscibilità specifica delle divinità egizia; esso è indice di caos e non di un ordine altro o divino. Nel Libro dei Morti sono descritti demoni a forma di serpente con teste di gatto o di papera. Non meno impressionanti o grotteschi appaiono i demoni etruschi. Tuchulcha aveva orecchie d’asino capelli di serpente e un intenso colore livido. I demoni babilonesi sfoggiano corpi di cane, zampe di aquila, artigli di leone, code di scorpione, crani scarnificati, corna di capra ali di uccello: così mostruosi che l’unica cosa in grado di spaventarli era la loro stessa immagine riflessa in uno specchio. Molto simili a questi saranno i demoni locusta descritti da Giovanni nell’Apocalisse. Nel Lemegeton, nello Pseudomonarchia e in altri testi si descrivono creature del male come Amon, decaduto dio egizio, l’antico Ammon-Ra, che diviene un improbabile lupo con testa di serpente che vomita fuoco. La parte serpentina probabilmente doveva conferirgli il potere di prevedere il futuro, quello di lupo la capacità di dare a chi lo invocasse l’amore delle donne. Altrettanto inquietante è Balaam rappresentato con tre teste, mentre cavalca un orso con un avvoltoio appollaiato sulla spalla, dove le tre teste potrebbero avere significato temporale di presente, passato e futuro

    Ancora l’ibrido mostruoso tra animale ed umano nell’età moderna perderà il suo carattere sacrale e fobico per acquisirne uno biologico ed evolutivo.

    Anche nella visione evoluzionistica democritea appaiono questi esseri di passaggio tra animale ed umano come, in pieno Rinascimento, ci testimoniano le pitture di Piero di Cosimo dedicate all’età della pietra, che descrivono ambienti preistorici con animali, fauni e bestie quadrupedi con teste umane. Qui i fauni non sono più esseri semidivini, ma specie animali semiumane.

    In queste rappresentazioni c’è quindi un processo di umanizzazione dell’animale e di animalizzazione dell’umano, idea presente nelle religioni antiche come anche nella magia. Un processo questo che passerà attraverso una rivisitazione biologica e naturalistica nell’età moderna.

    Già un Gian Battista della Porta ordinerà una tassonomia di ibridi nati dagli accoppiamenti di uomini con animali. Queste idee sembrerebbero permanere in una teoria embriogenetica formulata nel secolo scorso secondo la quale ogni animale tenderebbe a diventare un uomo, se il suo sviluppo embrionale non si fermasse ad un certo punto. Questa teoria potrebbe aver ispirato del resto il libro di George Wells L’isola del dottor Moreau, dove sono descritti processi di umanizzazione di animale come nel gioco di una Circe alla rovescia. Ancora la deformazione come scambio tra animale e umano la riscontriamo in un età molto vicina a noi nei cartoni di Walt Disney.

    Il film Pomi d’ottone e manici di scopa rappresenta bene il mito antico dell’alchimista, ripreso in precedenza da Wells, che trasforma gli animali di un isola in esseri antropomorfi. Anche in questi casi è il volto e la testa l’elemento su cui maggiormente si attua lo scambio tra specie animale e specie umana.

    Non solo l’uomo si animalizza e l’animale si umanizza, ma lo stesso mondo assume ora carattere animale ora decisamente umano. Uomo e animale trovano la loro identità nel mondo che acquistano ora i caratteri dell’uno ora dell’altro.

    Dal sito http://www.airesis.net/main%20italia.htm

  2. #2
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    LA COMPAGNIA DEI MOSTRI

    Anche se il meraviglioso e il fantastico hanno accompagnato la storia dell'uomo fin dai suoi inizi, uno dei periodi che con maggiore frequenza viene associato a queste categorie del pensiero e dell'immaginazione è quello medievale, in particolare nel suo tratto finale romanico-gotico. Le ragioni di questa identificazione che, a torto o a ragione, ha contribuito in modo determinante ad alimentare il fascino e la popolarità di quei secoli, vanno ricercate nella grande evidenza - quasi una sovraesposizione - che tali espressioni hanno avuto, alimentando l'immaginario collettivo attraverso la letteratura e le arti figurative. Dal XIII secolo la cultura, quella artistico-letteraria in particolare, inizia una profonda trasformazione: l'osservazione del mondo si fa analitica e la sua rappresentazione più descrittiva, le concezioni gerarchicamente astratte dei periodi precedenti lasciano man mano il posto a una visione più articolata e attenta al "particulare" di tipo naturalistico, l'uomo comincia ad agire individualmente distinguendosi dalla massa e uscendo dall'anonimato, lo spazio e il tempo in cui ci si muove diventano misurabili. È proprio in tale contesto che torna alla luce e si sviluppa, emergendo da un letargo in cui nei secoli precedenti certe raffigurazioni erano state in parte relegate, un universo deliberatamente meraviglioso e fantastico, descritto e rappresentato con una evidenza pari a quella del mondo reale, del quale esprime significati oscuri e profondi, e con cui si misura intrecciandosi continuamente. Questo universo parallelo prende forma e si alimenta con la produzione di opere enciclopediche, bestiari, cicli letterari e opere figurative, con resoconti di viaggio (Il Milione di Marco Polo, Il Viaggio di Giovanni di Mandeville), con fiabe e leggende, i cui avvenimenti immaginari sono psicologicamente considerati autentici per una sorta di transfert che si realizza attraverso il meraviglioso e il fantastico.

    Lo zoo delle meraviglie
    Uno dei capitoli più affascinanti dei prodigi medievali è quello che riguarda la zoologia fantastica, in cui si possono trovare alcune delle figure più bizzarre che l'uomo abbia mai concepito. Difficile fare l'elenco di questi strani animali e chi ci ha provato ha raggiunto risultati assai diversi: alcuni ne hanno contati almeno 1000, altri oltre 4000, mentre Jorge Luis Borges si è fermato a quota 120.
    Ma da dove provengono queste immagini? I fondamentali studi di Jurgis Baltrušaitis hanno da tempo dimostrato la doppia origine, orientale e greco-romana, di molte di queste raffigurazioni, spesso utilizzate dagli artisti gotici con poche o nessuna variante; molti di questi animali sono di origine letteraria in quanto le prime descrizioni che abbiamo sono contenute in testi antichi, di altri invece se ne conosce l'immagine anche da millenni. Alcuni erano considerati esseri reali, come l'unicorno o la sirena, altri invece mitici, come la chimera, il centauro o il Minotauro. Tuttavia, il confine tra mito e realtà era sfumato e se c'era chi dava per certa l'esistenza di questo o quel mostro non mancava chi li riteneva frutto di fantasia. Uno degli animali fantastici più antichi è senza dubbio la sfinge: celeberrima quella egiziana, meno nota quella greca che presenta tuttavia analoghi tratti: Apollodoro Ateniese la descrive, infatti, come un mostro con viso e seni di donna, piedi e coda di leone e interamente coperta di penne d'uccello. Diffusasi a Roma attraverso i Greci, la sfinge convive con le prime manifestazioni cristiane fino al IV secolo per poi scomparire. Riapparirà tra il XII e il XIII secolo (una sfinge è presente nel pavimento musivo della cattedrale di Otranto del XII secolo) e, dopo alcuni decenni di oblio, tornerà ben visibile a partire dal Quattrocento. In molti casi le descrizioni o le raffigurazioni non concordavano e una sirena, per esempio, poteva essere descritta come donna-pesce (in un affresco del XIV secolo nel palazzo di Giustizia di Beauvais la sirena è una donna-pesce che suona uno strumento ad arco!), ma anche come donna-uccello. Secondo Baltrušaitis, la sirena simboleggia la lussuria, cosa sottolineata a volte dalla presenza di due occhi sul basso ventre, come è possibile vedere in un capitello del chiostro romanico di S. Pietro di Galligans, a Gerona: qui la sirena è rappresentata nella sua forma più antica in quanto dispone di due code. A volte esistevano delle varianti di genere e l'equivalente maschile della sirena era il tritone; i due erano spesso raffigurati insieme, come nel bellissimo coro tardogotico dell'abbazia di Staffarda, opera di intagliatori piemontesi del XV secolo, ora conservato nel palazzo Madama di Torino.


    Bosch – Trittico delle delizie (particolare)


    I grilli
    La famiglia degli animali fantastici non si esaurisce con quelli che posseggono un forte simbolismo o hanno qualità estetiche, vi è un secondo gruppo che raccoglie un vasto repertorio di animali mostruosi (che si presentano a volte mescolati con parti del corpo umano, o del mondo vegetale), comunemente noti con il nome di "grilli", la cui origine è in genere figurativa e non letteraria; infatti, molti di loro provengono da monete e gemme greco-romane che nel Medioevo era di moda collezionare. Segno distintivo di tali mostruosità, ben analizzate da Baltrušaitis, è il grottesco, che sfocia a volte nella caricatura, ottenuto grazie a un montaggio di parti diverse del corpo (umane o animali) innestate l’una nell'altra senza curarsi delle proporzioni o delle funzioni dei vari organi. I "grilli" non assumono quasi mai le parti di protagonisti: nelle decorazioni, nei dipinti e nelle miniature hanno ruoli secondari e non si presentano mai da soli ma in genere sistemati in piccoli gruppi molto variegati. Scorrono così davanti ai nostri occhi grosse teste fornite di gambe, esseri ibridi composti da tre, quattro specie, mostri dalle fattezze orripilanti e via immaginando, ma più che spaventare incuriosiscono, divertono perfino per l'aspetto che hanno e per i loro buffi atteggiamenti.

    Riccardo Montenegro, dal sito www.artepass.org




    Bosch – Trittico del Giudizio (particolari)

  3. #3
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    io avevo comprato ( taaaaaaaaaaaaaaaanti anni fa) la raccolta delle tavole di androvaldi .

  4. #4
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  5. #5
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    Figure diaboliche
    II meraviglioso e il fantastico avevano per l'uomo medievale significati diversi e venivano utilizzati - ovviamente in modo del tutto intuitivo - a seconda degli avvenimenti e delle situazioni psicologiche che si volevano interpretare, non senza la libertà di mescolare il meraviglioso al fantastico e viceversa. Dipingere, descrivere ed elencare le meraviglie del mondo terreno e ultraterreno quali miracoli, prodigi, apparizioni demoniache, esseri mostruosi, reliquie taumaturgiche, serviva a correggere e normalizzare una realtà fin troppo dura, mentre le difformità, individuate ed evidenziate, assumevano un valore ovviamente negativo e un ruolo sociale. Così anche il peccato, di qualunque gravità fosse e le disgrazie erano rappresentati come una sorta di meraviglia negativa, una malvagia devianza che l'uomo in genere subiva e in cui il diavolo, non più nelle vesti terrificanti di divoratore di uomini nel Giudizio Universale, assumeva il ruolo di artefice del male o di subdolo tentatore.

    La presenza di figure diaboliche e di esseri mostruosi nelle cattedrali alla fine del Medioevo va interpretata dunque, oltre che in chiave di psicodramma, anche in senso didascalico: un monito nei confronti di chi si poneva, o era tentato di porsi, al di fuori della grazia di Dio.
    Come si sa, il diavolo è un angelo ribelle, precipitato da Dio nel profondo dell'Inferno. Per molto tempo questa sua origine è stata evocata dotandolo di ali simili a quelle degli angeli e di un aspetto non proprio mostruoso: in un "rotule" del X secolo, conservato nella Biblioteca Casanatense di Roma, è rappresentata una scena in cui gli angeli scacciano i demoni: questi ultimi, a differenza degli angeli, sono nudi e mostrano un corpo tozzo e di colore scuro con i capelli scomposti, ma - è questa la sorpresa - oltre alle ali piumate hanno un'aureola per sottolineare il loro stato di angeli ribelli. In seguito il diavolo, pur conservando le ali piumate, assumerà i suoi tratti più tipici con una testa animalesca e ghignante, il corpo villoso e gli artigli adunchi.

    Verso la metà del XIII secolo la tipologia dei diavoli si modificò ulteriormente: le ali assunsero la forma membranosa, assai più sinistra e notturna, di quelle del pipistrello. Questo cambiamento, ispirato ancora una volta dall'Oriente e studiato molto bene da Baltrušaitis, si diffonde immediatamente in Europa e coinvolge tutto il bestiario simbolico utilizzato per alludere alla presenza satanica: così il drago acquista una cresta e le ali da pipistrello, ma anche i grifoni e i basilischi conquistano queste ali che a volte connotano anche le sirene-uccello e i centauri. Demoni-pipistrello volteggiano nei cieli di molti affreschi: ne La cacciata dei diavoli da Arezzo (1300 ca.), dipinto da Giotto nella chiesa di S. Francesco ad Assisi, dove sinistri diavoli ricoperti da una fitta peluria hanno zampe artigliate da aquila, volti umani e ali membranose, nel Trionfo della Morte (1350 ca.) nel Camposanto di Pisa, i cui demoni hanno subito una ulteriore trasformazione nel volto ormai decisamente animalesco. Anche i draghi diventano sempre più terrificanti. Da figure genericamente diaboliche, all'inizio più simili ai serpenti, con la loro associazione all'arcangelo Michele e a San Giorgio, entrambi uccisori di draghi, assumono una precisa identificazione con Lucifero sottolineata, come si è detto, dalle ali da pipistrello, da una cresta, da tortissimi artigli e da una bocca che sputa fuoco, evidente riferimento alla dimora infernale.

    Riccardo Montenegro, dal sito www.artepass.org


    Paolo Uccello – S. Giorgio e il drago

  6. #6
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    Il Medioevo affida le scienze naturali all’emozione della meraviglia. Regnano la zoologia fantastica, la diceria, l’equivoco, la credulità. E i mostri impazzano.
    C’è un buon travaso di credulità tra cultura “alta” e cultura popolare: corre voce che la pantera abbia l’alito profumato, che il coccodrillo si penta della propria crudeltà e pianga. Gli studiosi di scienze naturali ammettono che all’uva possa spuntare la barba e che l’unicorno s’innamori delle vergini. Il basilisco di Mezzocorona incenerisce campi e contadini con lo sguardo. Un tremendo serpentone inquina l’acqua del torrente Leno, finché San Colombano non gli taglierà il capo con un falcetto d’oro. La raffigurazione plastica dei bestiari, sui capitelli delle chiese romaniche, produce un effetto di amplificazione da cinema horror: i mostri biblici e mitologici sono la realtà quotidiana, si incontrano tutti i giorni passando davanti alla chiesa.

    Nel primo Cinquecento fioriscono raffigurazioni di mostri umani dette grottesche, che copiano lo stile degli affreschi sotterranei rinvenuti a Roma scavando nella Domus Aurea di Nerone. Queste pitture diventano una moda: signori e prelati ne adornano appartamenti, cappelle e castelli. La Controriforma però le condannerà quali figurazioni enigmatiche, oscure e pagane. Tra il ‘500 e il ‘600 la letteratura sui mostri si fa ghiotta, più scientifica e già autonoma rispetto alla letteratura di viaggio, che pure li descrive volentieri. Conradus Lycosthenes licenzia il suo Prodigiorum ac ostentorum chronicon, pullulante di mostri, nel 1557. Di mostri scrivono l’enciclopedico naturalista zurighese Conrad Gesner e il chirurgo francese Ambroise Paré. Seguono il De Monstrorum causis natura et differentiis di Fortunio Liceti, pubblicato a Padova nel 1616, e la famosa Monstrorum Historia del bolognese Ulisse Aldrovandi, pubblicata postuma nel 1642.


    Ulisse Aldrovandi - De Monstrorum causis natura et differentiis

    L’epoca delle scoperte geografiche intanto porta nuova linfa alle antiche leggende. Le descrizioni viaggiano attraverso il passaparola, un deformante gioco di telefono senza filo. Tutto è possibile: mostri marini, mostri mitologici, specie animali sconosciute scambiate per mostri, allucinazioni da fame e da fatica, colpi di sole, mostri dell’inconscio. Cristoforo Colombo annota nel suo diario l’avvistamento di tre sirene: bruttine. Ognuno racconta la sua versione (o la sua visione), esagerando. Chi non sa leggere, guarda le figure. Le illustrazioni stampate, copiate, rielaborate, formano una vera e propria cultura visuale di mostruosità.

    Oltre ai bestiari, suscitano meraviglia i popoli dalle fattezze o dalle abitudini “anormali”, spesso raffigurati come mezzi uomini e mezzi animali. Sdoganati da Paesi lontani attraverso i resoconti dei primi esploratori del misterioso Oriente, improbabili esseri ibridi accendono la fantasia degli illustratori.
    Gli antichi greci le chiamavano eteromorfie: fauni, sirene, pigmei, uomini dagli occhi luminosi, cinocefali, giganti, panotii (uomini con orecchie elefantine), blemmi (uomini con gli occhi sul petto), antropofagi, ciclopi, albini, amazzoni, sciapodi che si fanno ombra sollevando l’unico grosso piede sopra la testa. Insomma, fantasie al galoppo sullo spazio bianco, dunque in qualche modo da riempire, delle antiche carte geografiche.

    Liberamente tratto dal sito del Museo Civico di Rovereto - http://www.museocivico.rovereto.tn.it/default.jsp

  7. #7
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    I giganti della val di Ledro

    Una curiosa ricerca dello storico Danilo Mussi ha messo in luce le vicende di una dinastia di giganti, originari della val di Ledro. Per capire lo straordinario successo che ebbe il più famoso e il più smisurato tra loro, soprannominato “el Popo”, occorre fare cenno all’interesse per i freaks maturato tra il Settecento e l’Ottocento. L’intramontabile interesse per le deformità - un misto di voyeurismo e di compassione – aveva infatti prodotto un’antropologia ai confini con il museo degli orrori. A quell’epoca diversi “mostri umani”, nani, giganti, obesi, androgini e altre anomalie note alla medicina, si esibivano al circo come fenomeni da baraccone. Il tendone del circo americano Barnum forniva al visitatore uno spettacolo in cui pareva che Dio si fosse divertito a sbagliare e a confondere le creature. C’erano Jojo, l’uomo-cane siberiano con il viso totalmente ricoperto di pelo. C’era la regina Mab che a vent’anni misurava cinquantasei centimetri e pesava nove chili. C’era la bella Francis O’Connor detta la Venere di Milo perché, come la statua classica, mancava delle braccia. C’erano diversi esemplari di fratelli e sorelle “siamesi” e John Merrick, il famoso “uomo elefante”.


    Il “Popo” di Bezzecca (due metri e sessanta centimetri di altezza), fu probabilmente l’uomo più alto del mondo. Da Danilo Mussi, I giganti della Valle di Ledro, Editrice Rendena, Tione, 1997.

    La storia del gigante della Val di Ledro s’inquadra in questo panorama. Bernardo Gilli detto “el Popo”, nasce a Bezzecca nel 1726. A vent’anni misura due metri e sessanta, ed è forse l’uomo più alto del mondo. Il giovane colosso per qualche tempo rimane in paese, dove strabilia i compaesani caricandosi enormi slitte cariche di fieno sulle spalle. Nel 1745 viene notato da Giambattista Perghem, detto Carattà, un equilibrista di Nomi che torna carico di glorie al paesello nativo. Il Carattà intravvede subito il business, come si direbbe oggi, e si porta via “el Popo” per impartirgli sei mesi di apprendistato. Vestiti da turchi i due si esibiranno davanti a papi e regnanti. Quando il Carattà, a un certo punto, decide di rientrare, il gigante è ormai lanciato. Con due servitori viaggia da Madrid a Varsavia, da Roma a S. Pietroburgo, esibendosi in straordinarie prove di forza. Tanto che un signore di Venezia, sospettando un inganno, paga una bella somma per vederlo all’opera completamente nudo. Nonostante le proporzioni erculee, sappiamo da una testimonianza dell’epoca che il volto di Bernardo Gilli “non spicca ferocia, sibbene una tal quale bonarietà da montanaro”.
    Il gigante aveva disposto nel testamento che i suoi nipoti utilizzassero il suo scheletro a futura memoria, per scopi scientifici. Il suo cadevere verrà quindi ceduto a un chirurgo di Riva del Garda, che provvederà a scarnificarlo. Il cranio e il femore del “Popo” finiscono poi al Museo Civico di Rovereto, con un ritratto a olio a grandezza naturale e una smisurata calza di seta. Nel 1872 in una sala del Museo roveretano viene allestita una vetrina con alcuni passaporti e altri documenti personali del gigante. Purtroppo, tutto andrà perduto durante la prima guerra mondiale, quando il Museo viene colpito da una bomba.


    Bibliografia:
    Danilo Mussi, I giganti della Valle di Ledro, Editrice Rendena, Tione, 1997

    Testo e immagine dal sito http://www.trentinocultura.net/

  8. #8
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    Nell'incisione di Bernard Picart, tratta dall'opera Cérémonies et Cotùmes Religieuses des Peuples Idolàtres,J.F. Bernard, Amsterdam 1721-1727, si contemplano i giovani Balarama e Krishna che combattono il demone Dhenuka.
    Balarama è la settima incarnazione (o avatar) di Vishnù; motivo del contendere fu il fatto che i due ragazzini gli stavano rubando le ciliegie.
    Dhenuka fu "potato" di tutte le non poche appendici di cui disponeva e la rimanente testa d'asino posta in cima a una palma.
    Forse per questa sapiente potatura, Balarama viene venerato come Dio degli Agricoltori.

  9. #9
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    Malles Venosta - Immagine tratta dal sito http://www.freetune.com/


    Il Lorgg

    Il Lorgg di Malles Venosta è un omone nero; scende spesso nel paese e si intrattiene preferibilmente in una stradina che ancor oggi si chiama "Vicolo del Lorgg". Di lui si racconta che una notte, nel prato "Runkwiese", scorse un contadino e la moglie che falciavano l'erba al chiarore della luna. Il Lorgg passò loro accanto, li fissò e, senza dir parola, s'inoltrò nel bosco. Un'altra volta, il Lorgg si azzuffava con un gigante in un frutteto. Un Saltner, in giro per le vie dell'abitato per dare, secondo la consuetudine, l'ora degli spiriti (mezzanotte) si fermò a guardare i due litiganti. L'imprudenza gli costò cara: da quel momento non potè più muoversi, nonostante si facesse più volte il segno della croce e pregasse Gesù, Giuseppe e Maria che lo aiutassero. Con l'alabarda in resta dovette rimaner lì pietrificato fino all'alba. Al suono dell'Ave Maria, potè finalmente tornarsene a casa.
    Il Lorgg era temuto dai giovani nottambuli di Valles Venosta: li prendeva per un braccio e con un'occhiataccia li costringeva a rincasare. Attendeva il passaggio di qualche uomo alticcio in località Mulibödele, gli saltava sulle spalle, si faceva portare fino al bivio della croce, quindi si allontanava lasciando il malcapitato a terra più morto che vivo.
    Il Lorgg di Stelvio era uno dei rari essere misteriosi che trasformavano in giganti. Aveva un occhio solo, come il Ciclope Polifemo. Nella notte di Natale girava per le vie del paese, e, se incontrava un bambino, lo rapiva. A Stelvio c'è ancor oggi una viuzza chiamata "Vicolo del Lorgg".
    Leggende sul Lorgg se ne raccontano anche a Resia, dove i Lorggen sono tre: uno abita sul Piz Lat, uno sul Piz Clopair e un terzo nei pascoli alle sorgenti dell'Adige.
    Quest'ultimo era particolarmente cattivo e dispettoso. Lo chiamavano "Calzettaverde", perché indossava sempre calzini color dell'erba. Rapiva bambini, si faceva portare dai viandanti e li abbandonava esausti; sulle salite si attaccava ai carri, costringendo i cavalli a uno sforzo più grave; e se toccava un animale al pascolo, la povera bestia si ammalava e moriva. Solo un pastore delle capre aveva il potere di comandare al Lorgg; bastava che suonasse il corno, e il mostro tremava come una foglia e si faceva mansueto. Tuttavia era temuto da tutti per le sue intemperanze.
    Una notte il mugnaio di Bovile, con un sacco di farina sulle spalle, ritornava a casa dal molino. Immerso nei suoi pensieri, nell'oscurità del bosco fu preso dalla paura, rievocando tra sé e sé alcune storie del Lorgg, quando questo all'improvviso gli si parò davanti. Lo vide grande come un gatto e se lo sentì saltare sul sacco della farina. "Povero me, sono tanto stanco" egli disse!
    Il Lorgg lo guidò per un bel tratto lungo sentieri insoliti. Improvvisamente se n'andò, ma dopo pochi minuti riapparve grande come un capriolo e si fece portare ancora. Dopo un po' scomparve nuovamente, ma ritornò subito grande come un toro. Il malcapitato mugnaio finse di non vederlo, sgattaiolò tra gli alberi e giunse a casa stanco e sfinito dallo spavento e dalla fatica.

    Nota
    "Ucci, ucci, sento odor di cristianucci" dice l'orco di Pollicino.
    Personaggio tra i più famosi delle leggende l'Orco o Lorgg, come viene detto nelle valli tirolesi, è un gigante antropofago che ha la capacità di percepire con l'olfatto la presenza di uomini vivi. Infatti come l'uomo morto è maleodorante per i vivi, così lo è il vivo per i morti.
    L'Orco è lo spauracchio dell'altro regno.
    La sua bocca e il suo appetito formidabile sono paragonabili all'aspetto divorante e distruttivo della morte. Il suo unico occhio "divora" le sue vittime.
    Nelle valli ladine e trentine l'orco è una figura enorme, il cui carattere principale è la stupidità e l'intermperanza. La sua condizione di "selvatico" lo tiene lontano dalla comunità alla quale però vorrebbe partecipare.

    Da Il sogno della ragione di Brunamaria Dal Lago, Mondadori

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    Walter Catalano

    FREAKS: SCHERZI DI NATURA


    A dire il vero, ora che gli uomini, enormemente moltiplicatisi, hanno popolato il mondo intero,
    è assai diminuito il numero dei mostri che nascono sotto il sole.

    (Anonimo – Liber monstrorum de diversis generibus)



    Il termine latino monster – che derivi da moneo, ammonisco, o da mostro, esibisco – indica, nella concezione propria all’Antichità, una volontà di integrazione dell’anormalità all’interno del reale: l’eccezionalità non era vista come capriccio, ma come segno; apparteneva quindi alla sfera del sacro o ne era manifestazione indiretta. In totale antitesi con questa concezione è invece quella espressa dalla parola inglese freak, che deriva da freak of nature, “scherzo di natura”, da cui “fenomeno da baraccone”, bizzarria da esporre a pagamento nei circhi, nei luna-park e nelle fiere paesane alla malsana curiosità delle folle. Uno dei testi più antichi riguardante i mostri, un lessico babilonese risalente al 2800 a.C., insegna ad interpretare il monstruum come segno: le tre sottoclassi tradizionali della teratologia, mostri per eccesso, mostri per difetto e mostri doppi, hanno ognuna un significato diverso, fausto o nefasto. Ancora i romani praticavano analoghi vaticini. Se presso le civiltà antiche non era ignota la pratica di sopprimere i bambini malformati appena nati, spesso tramite un sacrificio rituale, era assai più comune che essi venissero preservati e venerati: non esisteva infatti nel Mondo Antico quella mentalità che ha portato al fenomeno tipicamente moderno dell’“eugenetica” e alla volontà di eliminazione del diverso in nome di un presunto modello di purezza o di salute. La forma era pertinenza dell’umano e ciò che tale forma infrangeva non era a questo necessariamente inferiore ma piuttosto superiore o comunque pertinente ad un altro piano: divino o infero.Già dai tempi di Plinio, nel II sec. a. C., però, emerge la tendenza ad “usare” il “mostro” come oggetto di divertimento: Lucius il nano, buffone di Augusto, ebbe addirittura una statua eretta in sua memoria nel palazzo dell’imperatore. E così, fino alle corti spagnole del Seicento e oltre, i “mostri” furono passatempi per un’aristocrazia annoiata. “Ma le risate dei normali – commenta Leslie Fiedler nel suo saggio Freaks: miti e immagini dell’io segreto – devono essere sempre state ambigue e di difesa. L’autentico freak suscita invece sia un terrore soprannaturale sia una naturale simpatia, perché, a differenza dei mostri mitologici, è uno di noi, un figlio umano di genitori umani, trasformato però da forze che noi non comprendiamo bene in qualcosa di mitico e di misterioso come non lo è mai un semplice storpio. Incrociando l’uno o l’altro per la strada, possiamo essere contemporaneamente tentati a distogliere gli occhi o a guardare; ma nel caso dello storpio non percepiamo alcuna minaccia a quei limiti disperatamente difesi dai quali dipende qualunque definizione dell’equilibrio mentale. Solo il vero freak contesta i confini tradizionali tra maschio e femmina, sessuato e asessuato, animale e umano, grande e piccolo, io e altro, e quindi tra realtà e illusione, esperienza e fantasia, dato di fatto e mito”. Se nel medioevale Liber monstrorum de diversis generibus (Libro delle mirabili difformità), dell’ottavo secolo, mostro mitologico e mostro naturale si trovano ancora fianco a fianco, fra il ‘500 e il ‘600, con il progredire della medicina, andò sviluppandosi un interesse scientifico per lo studio e la raccolta di reperti irregolari e anomali: i primi passi della teratologia come branca dell’anatomia patologica. Il medico e naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi (1522/1605) fu uno dei primi, con il suo Monstrorum historia, pubblicata postuma nel 1642, a raccogliere una vera e propria enciclopedia del mostruoso in cui questo trovava ancora una giustificazione mitica nel contesto magico-astrologico del tardo Rinascimento e così aveva fatto anche Ambroise Paré con Des monstres et prodiges (1570). Ma fu soprattutto Fortunio Liceti (1577/1656), professore di fisica aristotelica a Padova, nel suo De monstrorum natura, caussis et differentiis (1616), a tentare con certa precisione tassonomica una classificazione dei mostri: li divise in due gruppi, mostri uniformi e mostri multiformi, e ogni gruppo in dieci classi; negò loro inoltre ogni valore di presagio.



    Fortunio Liceti - De monstrorum natura, caussis et differentiis, P. Frambotti, 1634


    Manifestazioni del sacro, divertimento di principi, oggetto di studio scientifico, i mostri entrarono nel massificato ed utilitaristico mondo moderno con la prima rivoluzione industriale. Il testimone letterario di questa, lo scrittore inglese Charles Dickens, lo fu anche dei freaks nel suo romanzo del 1840 The Old Curiosity Shop (La bottega dell’antiquario) e il primo divertimento di massa prima dell’invenzione del cinema, il Circo Barnum e Bailey, dette ampio spazio alle deformi “curiosità”. E proprio nell’Inghilterra del primo Ottocento ed in seguito in quella vittoriana, il cinismo del capitalismo industriale avanzante unito alla pruderie sessuale del puritanesimo, scatenava il morboso interesse, voyeristico ed erotico, per i “fenomeni”, i “mostri”, i “freaks”. Mentre il governo faceva impiccare gli ultimi luddisti – mostri di altro genere – rei di sabotare le macchine e il progresso, circhi e baracconi facevano affari d’oro mostrando prodigi veri e falsi al nuovo imprenditore tessile, fiero dei suoi telai a vapore, come all'artigiano appena regredito ad operaio salariato: l’uno investiva, cercando distrazione, qualche penny dei facili guadagni, l’altro finiva di abbrutirsi dopo le 18 o 20 ore di prigionia nelle nuove fabbriche. Una bella galleria di mostri al di qua e al di là delle sbarre della gabbia.In quegli anni o poco dopo si hanno le testimonianze più precise e dettagliate, in cui la pretesa neutralità scientifica mal traveste lo sguardo rapace del guardone, sulla vita e le deformità dei freaks, tornati temporaneamente divi di un olimpo desacralizzato. Primo fra tutti il celeberrimo Uomo-Elefante, John Merrick. “La sua caratteristica più impressionante era la testa enorme – scriverà il dottor Frederick Treves, che lo salvò dai suoi sfruttatori circensi facendolo ricoverare in un ospedale a Londra nel 1884 – e deforme. Dalla fronte sporgeva una grande massa ossea simile a una pagnotta, mentre dalla nuca penzolava un sacchetto di pelle spugnosa con l’aspetto di un fungo, la cui superficie ricordava quella di un cavolfiore bruno… L’escrescenza ossea sulla fronte gli occludeva quasi completamente un occhio… Dalla mascella superiore sporgeva un’altra massa ossea. Usciva dalla bocca come un moncherino rosa, rovesciando il labbro superiore e riducendo la bocca stessa ad una mera apertura sbavante…”. La schiena, le natiche, le gambe e le braccia del disgraziato erano inoltre ricoperte di “escrescenze papillomatose” che le rendevano orribilmente simili alla pelle rugosa di un elefante: “…che fosse ancora umana – era l’attributo più repellente della creatura. Non c’era nulla in essa della miseria del malformato o del deforme, né del grottesco del freak, ma solo la disgustosa insinuazione di un uomo mutato in animale…”. Merrick era però una persona tutt’altro che animalesca, di animo affabile e gentile, appassionato di teatro e di poesia, avido lettore e amante della natura, si illuse sempre di trovare una ‘Bella’, fra le molte caritatevoli dame della Londra bene – dove il suo caso aveva fatto cronaca – che gli recavano visita o gli inviavano foto con dedica, che potesse accettare la ‘Bestia’. Morì a ventisei anni, soffocato per aver cercato di sdraiarsi e dormire “come gli altri” – le dimensioni pachidermiche della testa non gli permettevano infatti una posizione di riposo normale.



    Elephant man


    Più fortunata in amore fu la Donna Mula, Grace McDaniel. “La sua carne era come polpa rossa cruda; il mento enorme era talmente storto da impedirle quasi di muovere le mascelle. I denti erano seghettati e aguzzi, il naso largo e adunco… in realtà non assomigliava affatto ad una mula ma piuttosto ad un ippopotamo…”; nonostante questo, ricevette numerose proposte di matrimonio e si sposò infine con “un simpatico giovane innamorato di lei”.




    Numerose altre poi sono le vittime di disfunzioni dello scheletro o della pelle assurte alle glorie dello spettacolo e della medicina: Koo Koo la Ragazza Uccello; Priscilla la Donna Scimmia; l’Uomo Porcospino; il Ragazzo Alligatore, ecc. ecc. In questa insolita galleria non possiamo dimenticare Chang e Eng, i fratelli siamesi originali – in realtà cinesi nati nel Siam nel 1811 – attaccati per lo sterno e in eterno litigio fra loro: Chang ubriacone, amante delle donne, delle barzellette volgari e dei cibi orientali piccanti; Eng astemio e vegetariano, poco incline alle compagnie femminili, austero e intellettuale. Si sposarono entrambi con due americane, l’uno con Sarah Ann, l’altro con Adelaide Yates, e generarono in tutto ventidue figli, tutti normali, “12 Sarah, presumibilmente da Eng, 10 Adelaide, presumibilmente da Chang”. Le famiglie vivevano in case diverse, di una delle quali era capo Eng, dell’altra Chang, dove passavano tre giorni per uno. Tentarono più volte di farsi separare chirurgicamente, ma i medici dell’epoca valutarono che l’operazione sarebbe stata fatale. Furono fra i pochi freaks ad arricchirsi con Barnum divenendo poi impresari di sé stessi. Il progressivo alcolismo di Chang lo portò alla paralisi e alla morte nel 1874: terribile fu l’agonia di Eng, attaccato al cadavere del gemello. Si volle tentare in extremis un’operazione che separasse il vivo dal morto, ma un colpo apoplettico stroncò Eng prima che i medici potessero intervenire.



    Eng e Chan

    Un’altra categoria di siamesi particolari da citare è infine quella degli “Uno e mezzo”: esseri umani pienamente sviluppati con un corpo parassita incompleto unito al loro. Uno dei più famosi fu Laloo l’Indù, che nel 1899 fu tra gli organizzatori di un comizio di protesta contro Barnum in cui gli artisti del circo chiedevano di essere chiamati “prodigi” e non più freaks. Più famoso di lui il cubano Jean Baptista dos Santos che, oltre a un paio di gambe congiunte in soprannumero, aveva due grossi organi virili perfettamente funzionanti.



    L’invasione suprema nell’intimità personale che simili dettagli biografici evidenziano svela il gusto ambiguo del “normale”, la sua curiosità incredula, la volontà pervicace di violare il mistero quotidiano di queste creature mutanti, repellenti eppure fascinose.Ancora Fiedler individua acutamente in questo gusto proibito “un collegamento con gli spettacoli per voyeur o con i film porno; la sensazione di guardare, riluttanti ma affascinati, l’oscenità messa a nudo dell’io o dell’altro… quel tanto di pornografico che è implicito in tutti i freak shows… nei quali bizzarrie adulte guardano dall’alto in basso con i loro occhi vivi gli occhi altrettanto vivi degli spettatori”.


 

 

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