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    Predefinito L'autobiografia di Del Piero: 10+

    Esce l'autobiografia di Del Piero
    DOSSIER Qui Juve

    «Con Capello non sarei
    rimasto: meglio l’estero
    una città bella e piccola
    con un piccolo stadio»
    ALESSANDRO DEL PIERO
    A inizio febbraio uscirà «10+», l’autobiografia di Alex Del Piero (edita da Mondadori). Dagli esordi al grave infortunio, dal trionfo dei Mondiali a Calciopoli, il filo conduttore è il numero 10. Ecco uno stralcio del sesto capitolo.

    Parlo soprattutto di quei dieci giorni che hanno cambiato la mia vita. C’è stato un momento in cui ero pronto, con le valigie in mano: se rimaneva Capello, io dovevo andare via, perché non esisteva tra me e lui un rapporto tale da motivarmi per un altro anno. Io ci avevo investito, forse leggendo male alcune situazioni, avevo investito su di lui come allenatore, su questa società, sul fatto che comunque mi sentivo bene, ed ero rimasto un secondo anno; però era inevitabile che il terzo, a quelle condizioni, non ci sarebbe stato, né in B né in A.

    Non dico che stessi già cercando casa ma, insomma, intimamente avevo già preso una decisione molto dolorosa, che era quella di andare via da Torino. Anzi, di andare all’estero, per rispetto di una idea di me stesso, non solo per rispetto verso i tifosi e la società; avrei cambiato campionato, sì, per cogliere l’opportunità, a quel punto, di fare un’esperienza veramente nuova: cambiare lingua, paese, usi, costumi, e vivere il calcio in maniera diversa. (...)

    Non pensavo a una grande squadra, pensavo a una piccola squadra: una piccola squadra con delle ambizioni, in una bella città, con una bella tifoseria, un bello stadio. Una squadra piccola i cui tifosi non avessero nemmeno mai immaginato tutti gli allori dai quali io provenivo. (...)

    Considerando poi che io sono juventino da quando ero piccolo, e mentre giocavo le mie prime partite, alla domenica, nelle pause chiedevo sempre cosa stava facendo la Juve - e se vinceva me ne caricavo come se stessi già giocando con quella maglia -, si può capire quanto possa essere attaccato a questi colori. E poi il rapporto con Torino, la città dove sono arrivato a diciotto anni e dove sono diventato un uomo, dove ho comprato la casa e me la sono modellata addosso negli anni, dove stanno gli amici che frequento, la città dove è nata mia moglie; anche quello è un valore enorme, nella carriera di un professionista, perché non sono molti i calciatori che, nel corso di una carriera ad alto livello, abbiano potuto piantare radici profonde come le mie. Avrei perso anche quello. E tuttavia, quella decisione l’avevo presa, il che da solo dice tutto riguardo ai miei rapporti con Capello.

    Non si può tornare dove si è già
    Lo so, c’è chi sostiene che io dovrei ringraziarlo, Capello, perché utilizzandomi come mi ha utilizzato negli ultimi due anni mi ha permesso di tornare ad alti livelli. Ma io non devo ringraziarlo, perché non è così. Io con lui non sono tornato ad alti livelli, io a quei livelli c’ero anche prima, e non si può tornare dove si è già. E’ questo che non riesce a capire chi dice così. (...)

    Quando sposo una causa - e qui la causa era la Juventus -, io penso che giovare a quella causa diventa automaticamente il mio impegno. Quindi sono tenuto, fra l’altro anche come capitano della squadra, a dare qualsiasi segnale positivo per ottenere il massimo da qualsiasi situazione si venga a creare; e se ci sono cose che a me non vanno giù, sono tenuto a regolarmi interiormente per accettarle, di modo che, almeno sino a fine stagione, il mio avversario non sia interno, ma soltanto esterno (...) Criticare pubblicamente le scelte del proprio allenatore, a stagione in corso, non è compatibile con questo mio principio, e perciò non l’ho fatto, né lo farò mai, per quanta fatica mi possa costare.

    Achille non ringrazia Agamennone
    Ed ecco perché è nata la storia di Achille, tra parentesi. E’ stata una specie di fantasia, di «autoispirazione», con la quale ho cercato di trasformare il mio stato d’animo, da negativo che era, in positivo. Insomma, la metafora è chiara: la guerra alla fine, gli Achei l’hanno vinta, e, malgrado i contrasti con Agamennone, Achille è stato decisivo. Poiché io mi sento, sotto molti aspetti, un solitario, come lo era Achille. Però, alla fine, Achille non ringrazia Agamennone.

    E insomma ero lì con le valigie in mano, la scorsa estate, ero veramente pronto a cambiare squadra, e invece poi si è ribaltato tutto: se n’è andato Capello, io ho vinto il Mondiale, e sono rimasto alla Juve - anche in B, anche con la penalizzazione pesante -, e ora sono molto sereno.

    Sereno - l’ho sempre detto, e lo ripeterò sempre - ma senza mai smettere un solo istante di sentirmi addosso anche lo scudetto dell’anno scorso, che abbiamo vinto sul campo, nettamente, meritatamente e senza discussioni.

    Dopodiché sono state prese delle decisioni e lo scudetto è stato cucito su un’altra maglia; ma io non ho mai smesso di sentirlo mio, e ora che la Juve gioca in serie B lo sento mia ancora di più, perché la retrocessione ha spazzato via da noi ogni ambiguità.

    Ora l’ambiguità è sicuramente altrove, e se molti dicono che il mondo del calcio italiano, nonostante i processi e le condanne, non è affatto cambiato ma è rimasto praticamente uguale, bè, io so che di certo non stanno parlando di me, perché noi della Juve siamo i soli per i quali, invece, è cambiato tutto.

    Per me, ora, è tutto nuovo, e le differenze non investono solo i dettagli ma la sostanza stessa dello sport che faccio.

    E ora sono «dentro»
    Sì, sembrerà un paradosso, ma devo dire che questo campionato di serie B è un po’ la situazione perfetta, per me. Rappresenta un ritorno reale, e non solo mentale, al calcio delle origini: allenamenti con continuità senza trasferte infrasettimanali, possibilità di preparare ogni gara con grande cura; una partita a settimana, e di pomeriggio, cioè con la luce naturale (...) In fondo, per me giocare in B significa ritrovare la mia giovinezza, e questo è un grande privilegio (...) Ma soprattutto è fantastico sapere che non mi sveglierò mai da questo sogno, perché è vero, è tutto vero: sono campione del mondo, gioco in serie B con la mia squadra, col mio 10 sulla schiena, e sono dentro.
    --------------

    ..Perchè i giudici invece di applicare la legge la interpretano

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