Riporto un interessante articolo del grande Rigoni Stern

ciao

La memoria non ha bisogno di una legge

• da La Stampa.it del 29 gennaio 2007

di Mario Rigoni Stern

Sabato era il Giorno della memoria. Ma come possiamo dimenticare? Non dobbiamo
fare, non occorrono, leggi per obbligare la memoria: ci sono le opere di chi
c’era per trasmettere gli eventi ai posteri: i poeti, i musicisti, i pittori, i
narratori. Non abbiamo bisogno di una legge che obblighi a ricordare; giungere a
questo vorrebbe dire che gli eventi non hanno avuto sufficiente forza per essere
storia e quindi sono destinati a scomparire.
Qualche sera fa un amico lontano mi ha telefonato e solo il suo nome e la data,
che per tutto il giorno hanno occupato i nostri pensieri, mi dicevano tutto. Ma
non solo a me, anche a quelli di casa e a chissà quanti pochi altri. Il 26
gennaio del 1943, con lui e con altri compagni che non ci sono più, andavamo in
quell’ultimo estremo combattimento che avrebbe aperto la strada verso l’Italia.
Questo dopo dieci giorni di marcia nella gelida steppa e altri sei o sette
scontri.

«Quando ritornate a casa, raccontate»
L’amico che mi ha telefonato era in testa al suo plotone quando lo vidi,
colpito, cadere sulla neve dopo aver detto tranquillo «secondo plotone avanti».
Il congelamento del sangue sulle ferite lo salvò dall’emorragia, un nostro
conducente gli salvò la vita. Nel campo contumaciale di Udine un capitano ci
disse: «Quando ritornate a casa, raccontate». Nel mio libro Il sergente nella
neve ho raccontato di quel 26 gennaio 1943. In pochi siamo sopravvissuti a quel
disastro voluto da chi allora ci governava.

Solo cinque su cento sono sopravvissuti
Il 27 gennaio del 1945 la prima pattuglia di giovani soldati russi a cavallo
giunse ai reticolati che recingevano il Lager Buna-Monowitz, nel distretto di
Auschwitz, mentre Primo Levi e il deportato francese Charles stavano
trasportando alla fossa stracolma il corpo di Sómogyi. Levi scrive nella Tregua:
«Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un
confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo
scenario funereo...».
Dei deportati italiani solo cinque su cento hanno fatto ritorno, fra i quali
Primo Levi, con la volontà di raccontare le cose a cui aveva assistito e che
aveva sopportato. Con le sue parole ha testimoniato al mondo.
Non quindi una legge che «obblighi» il ricordo, ma solo un invito a leggere le
prime venti pagine della Tregua che valgono ben più di qualsiasi legge.