Maurizio Blondet
30/01/2007

Il TG3: «Paolo Alazraki fa la prima offerta per Alitalia».
Incredibile: è tornato?
Controllo su internet: lo dicono presidente di Wonders & Dreams, una finanziaria con sede a Londra «che opera nello stretto rispetto della finanza etica nel campo della consulenza strategica».
Wonders & Dream, Meraviglie e Sogni: è proprio da lui.
Il sito della finanziaria reca sue foto: sì, è lui, non c’è dubbio.
Stringe la mano a Giovanni Paolo II: a Paolino è sempre piaciuto il Vaticano, la Chiesa; grande rispetto e curiosità.
Povero, caro Paolo Alazraki.
Quando l’ho conosciuto? Tantissimi anni fa.
Ero appena arrivato a Il Giornale come inviato di economia.
Alazraki aveva il suo minuto di notorietà alla Borsa di Milano, avendo inventato (o importato dall’America) un’idea di finanza creativa: vendeva bond con lo «strip», i titoli separati dalle cedole, difficile capire perché ma ci aveva fatto un sacco di soldi.
Mi mandarono a intervistarlo.
Personaggio immediatamente memorabile, grassottello, geniale, vulcanico.
Ancora più memorabile il suo ufficio: nulla di simile all’ufficio di un finanziere.
Coloratissimo di cose belle e antiche, un arazzo rinascimentale straordinario, una cassapanca medievale borchiata, aperta e riempita di bottiglie di liquori, poltrone vecchie e comodissime.
«Sono architetto», mi disse.
Era vero.
Un gusto sicuro nelle trouvailles.
Ovviamente, ottime scuole americane e così via.
Grande chiacchieratore, un po’ logorroico.
Scoprii che la finanza era quello che meno l’interessava; portava sempre il discorso su altro, su libri che voleva scrivere, su iniziative artistiche che voleva pagare, su discoteche che avrebbe aperto, su sue teorie che non spiegava se non oscuramente («Il colore dei soldi», era il titolo del libro che prometteva essere pronto): mi parve di capire che la sua tensione era di dimostrare che il denaro poteva essere messo al servizio del Bene e del Bello.



Aveva appena fondato una società chiamata «Zelig», perché era appena uscito il film di Woody Allen, e lui s’era identificato: l’ebreo pluriforme e senza forma, un io che è tutti gli io e nessuno (una specie di dolore della sua ebraicità gli covava dentro).
Scrissi il pezzo, gli piacque.
Due giorni dopo mi telefonò: «Sto andando a New York per un affare, vieni anche tu», mi disse senza preamboli.
Quando? «Fra un’ora e mezza. Pago io».
Non mi pareva vero, andare a Wall Street con un finanziere rampante.
In volo, mi espose una miriade di progetti, di cui io dovevo essere gran parte: aveva subito capito le mie qualità nascoste, e voleva farmi partecipare.
Ero frastornato ma euforico.
Ma cosa andava a fare a New York?
Me lo spiegò: aveva stipulato un contratto col Vaticano per imprimere e vendere in oro i sigilli dei Papi.
Mi mostrò le foto: i sigilli pontificali sono cose bellissime, opere di bulino di artisti rinascimentali. Aveva convinto dei cardinali (me li nominò) che l’affare era grosso, i sigilli in oro potevano entrare nel mercato numismatico.
Scendemmo, se ricordo, al Waldorf.
Paolo mi trascinò, anzitutto, per una New York che non conoscevo: in negozi stranissimi, specie alla ricerca di giocattoli d’antiquariato o modernariato, robe da far impazzire l’architetto che è in lui, ma - diceva - li comprava per i figli.
L’altra New York la cui conoscenza devo ad Alazraki è quella della finanza, e di questo gli sarò sempre grato.
La facilità con cui - con la sua faccia tosta, la perfetta sicurezza e l’ottimo inglese - prendeva appuntamento con personalità eccelse di quel mondo (presidenti di banche, ad esempio) e l’immediata apertura che le sue avances incontravano: l’appuntamento era subito confermato per il giorno dopo.
Alazraki andava (io lo accompagnavo), spiegava chi era e quanto aveva guadagnato in Italia, proponeva le sue idee - vulcaniche e grandiose - gli veniva chiesto di lasciare il biglietto da visita. Mai un incontro gli era negato.

Mi portò alla riunione dell’Institutional Investors, una rivista di economia che organizza raduni, quasi un ballo dei debuttanti del mondo finanziario.
Ciascuno (pagando) può iscriversi a parlare, davanti ad una platea attentissima di investitori e banchieri americani, giapponesi, coreani, arabi.
Ricordo dirigenti della Sumitomo, con cui Paolino Alazraki scambiò molti biglietti da visita.
Sempre più contento, sempre più vulcanico e sicuro di sé, gli capitava di accettare due appuntamenti nella stessa ora: mandava a me ad uno dei due come latore con la preghiera di aspettarlo; era alquanto imbarazzante pregare di attendere il presidente della Chemical Bank.
Ma ero arrivato con una limousine affittata da Paolo.
Generosissimo.
Mi venne qualche dubbio.
Gli dissi: non stai facendo «troppo»? Perché non ti concentri sul business?
Tutto inutile: le idee creative, artistiche, benevole e mecenatistiche lo trascinavano, letteralmente. Era pieno d’energia, mai stanco, mai assonnato nemmeno a tarda notte.
Poteva parlare fino all’alba.
Il dubbio divenne certezza quando, finalmente, ottenne l’appuntamento con la più grossa finanziaria (non ne ricordo il nome, scusate) che si occupa di metalli preziosi e numismatica.
Grande ufficio open-space, computer scintillanti, come la redazione di un giornale.
Un tizio giovane, con la cravatta stretta e in maniche di camicia rimboccate, ascoltò attentamente la sua idea dei sigilli vaticani.
Al tizio l’idea parve buona, Paolo voleva comprare l’oro da loro.
Quanto ne vorrebbe?, chiese il tizio.
Una tonnellata, rispose Alazraki: ho fatto il contratto col Vaticano per una tonnellata.
Il tizio non sorrise neppure.



Un po’ irritato, gli spiegò pedagogicamente che le emissioni numismatiche o para-numismatiche richiedono 15, al massimo 30 chili d’oro; per non deprezzare i pezzi, che devono essere in emissione limitatissima.
Se voleva ripensarci…
Alazraki uscì inconcusso: «Quello non capisce niente», sancì.
Ma lui stesso mi aveva detto che «quello» era il massimo esperto del settore.
Il viaggio continuò, una corsa a Boston, al MIT, a parlare con il preside di Harvard per esporre grandi idee.
Cortesemente ascoltato sempre, devo dire.
Fu così anche nei mesi seguenti.
Ogni volta che lo vedevo - mi invitava spesso qua e là, anche nella sua bella villa sul lago, antica, con una volpe semi-domestica in giardino - mi parlava di nuovi progetti, che lo costringevano volentieri a rallentare i vecchi.
Le sue idee, tutte ottime e geniali, non uscivano mai dalla fase preliminare e di bozza.
La sua vulcanicità, da trascinante, diventava inconcludente, ancorchè sempre grandiosa.
Capii a poco a poco che Alazraki era colpito da quella malattia dell’anima che è meglio non nominare (perché il suo suono può spaventare), e che è il contrario della depressione.
Se questa toglie il gusto di vivere, fa fuggire le idee e la fiducia in se stessi, quella contraria rende energici, vulcanici, instancabili, simpatici ottimisti e trascinatori.
Molti uomini politici di successo ne sono colpiti in forma sub-clinica, a questo ottimismo, chiacchierone e pieno d’iniziativa, devono la loro popolarità.
E’ una malattia ciclica, dove alle fasi d’euforia segue spesso la depressione.
Nelle prime, uno che non ha mai cavalcato può comprare un purosangue, chi non ha la patente una Ferrari; per poi accasciarsi e chiedere aiuto.
Non ho mai visto Alazraki nella fase depressiva.
Però ad un certo punto scomparve dalle cronache e dagli amici, numerosissimi come una corte, di cui ero io stesso un membro.



Lo incontrai mesi dopo, non in limousine, ma in metrò, la barba di due giorni, il doppiopetto da finanziere stazzonato.
Risultò che la moglie l’aveva lasciato, che la famiglia era riuscita a far recedere il Vaticano dall’assurdo contratto di una tonnellata d’oro senza penali, e che insomma era guardato a vista dai suoi.
«Ma mi rifarò, sono pieno di idee. Vediamoci quando hai tempo», e mi allungò il biglietto da visita.
Ora è tornato a comprare l’Alitalia: l’orribile catorcio che perde due milioni di euro al giorno, tanto da far apparire modesto lo stipendio del suo manager Cimoli, dopotutto, solo due giorni di sprechi. Alazraki ha già convocato i temibili sindacati del catorcio, i sindacati delle hostess più altezzose del mondo e coperte di ori come madonne di Pompei.
«Wonders and Dreams», come sempre.
Di nuovo Zelig, imprendibile, euforico, geniale a suo modo, abitato da un segreto dolore, votato al denaro e aspirante al Bello e al Bene.
Mi piacerebbe che gli aggiudicassero Alitalia.
Sicuramente sarebbe una rovina definitiva, ma ben meritata.
E ci sarebbe da divertirsi, almeno per un po’.

Maurizio Blondet




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