Maurizio Blondet
30/01/2007

Mi dicono che Massimo Introvigne, su Il Giornale, spiega la guerra civile in corso a Gaza con la barbarie araba.
Come si voleva dimostrare: dopo aver provocato per mesi gli scontri intestini, Israele riesce finalmente a far passare questa tesi.
I palestinesi sono barbari, belve.
Lo rivela un documento israeliano (una presentazione PowerPoint del ministero della Difesa) venuto in possesso del sito «Electronic Intifada». (1)
Il documento, datato 12 gennaio, si intitola «Coordination of Governemnt Activities in the Territories».
Segue una diapositiva che recita «Key measures for easing the daily lives of the palestinian population», ossia «Misure per facilitare la vita quotidiana della popolazione palestinese».
Tenete a mente questa frase, perché un giorno sarà citata alla stregua della scritta del cancello di Auschwitz, «Il lavoro rende liberi»: un macabro scherzo.
Perché il documento - in inglese, e forse destinato a mostrare la buona volontà sionista ai diplomatici stranieri - definisce in realtà misure crudeli contro un popolo da mesi affamato e rinchiuso.
Una diapositiva recita: «Empower Abu Mazen», ossia dare più potere, al capo di Fatah che ha perso le elezioni contro Hamas.
Come? Facilitando l’entrata nei territori, dice il documento, «del materiale di sicurezza per la guardia presidenziale»: si tratta, come si può capire, di armi da consegnare ai miliziani di Fatah e alla milizia di Abu Mazen, che stanno in questi giorni cercando di cacciare con la violenza il governo, eletto, di Hamas.
Gli USA hanno recentemente fatto sapere l’intenzione di fornire armamento per milioni di dollari alla fazione Fatah.
Queste armi hanno «libero accesso» attraverso i severissimi posti di blocco ebraici.
«I movimenti di VIP e palestinesi importanti» vengono «facilitati, senza controlli ai check-point».
Ma non per tutti, ovviamente.



La misura è intesa a «rafforzare Abu Mazen», consentendo ai membri della sua fazione di passare senza controlli.
A quelli di Hamas ovviamente il permesso è negato; anzi membri del governo si trovano attualmente in prigione senza accusa in Israele, sequestrati ai posti di blocco.
Permessi speciali sono rilasciati per 505 «businessmen» palestinesi, esentati dal divieto di pernottare in Israele, che riguarda tutti gli altri palestinesi comuni.
Questo gruppo selezionato potrà beneficiare del «possible return of $60 million from the frozen tax money to the private sector, subject to identification of the businessman».
Insomma i 60 milioni di dollari, dei 150 che Israele si trattiene dai diritti doganali che spettano ai palestinesi, non saranno dati al governo ma a 505 «uomini d’affari» ben «identificati» come fedeli di Fatah.
E questo, s’intende, solo come «possibilità».
Questi soldi non sono stati ancora dati, ma solo «potranno» essere dati.
Di questo siamo complici anche noi europei, che abbiamo approvato il sequestro di questi fondi e che partecipiamo al blocco economico di Gaza.
A «42.899» lavoratori manuali palestinesi (si noti il numero, teutonicamente preciso) si darà il permesso di lavorare «in Israele e negli insediamenti»; quanto a duemila braccianti agricoli palestinesi, ricevono il permesso di «overnight stay in Israel» ossia di pernottare in Israele, normalmente vietato.
Solo 1.800 di loro tuttavia hanno il permesso di entrare a Gerusalemme Est, la zona palestinese della città santa.
Da notare che a milioni di palestinesi emigrati nel mondo è vietato tornare a visitare i parenti e le famiglie, per restrizioni imposte da Israele e miranti alla pulizia etnica.
Chi esce dal Paese per qualunque ragione subisce il divieto di ritornare.
Anche i palestinesi che sono diventati cittadini europei e americani hanno il permesso di tornare solo per 27 mesi, anche se hanno moglie e figli nei territori occupati.
Anche quelli che risultano residenti.
Essi sono trattati come stranieri.



Infine, come generosa concessione, si proclama il permesso di entrata a ben definiti «operatori umanitari»: fra cui 1.450 religiosi, 1.300 dipendenti ospedalieri, 300 lavoratori turistico-alberghieri e insegnanti, oltre ad alcuni residenti in una enclave di Gerusalemme Est che è chiusa fra il Muro dell’apartheid e un insediamento ebraico che la assedia.
L’esiguità stessa delle cifre dei privilegiati dice, eloquentemente, com’è ossessivo e crudele il controllo sionista sui movimenti.
Se questo documento è fatto per impressionare i diplomatici esteri, poi, è da sottolineare che può essere completamente menzognero.
E’ già accaduto.
Nel dicembre scorso, in un incontro con Abu Mazen, Ehud Olmert promise di rimuovere alcuni degli ostacoli fisici (terrapieni) e posti di blocco - sono centinaia - che ostacolano i movimenti palestinesi.
L’esercito israeliano ha proclamato di aver rimosso 44 di questi ostacoli.
Poi, il 22 gennaio, Haartez ha rivelato che l’armata israeliana «ha ammesso che i 44 terrapieni che ha detto di aver rimosso attorno alla Cisgiordania di fatto non esistono».
La situazione è quella descritta da Uri Avneri nel suo ultimo articolo (2), dove dice chiaramente che Arafat è stato avvelenato per ordine di Sharon: perché «se Arafat fosse vivo, ci sarebbe un chiaro interlocutore per i negoziati. La proclamata assenza di un simile interlocutore serve al governo israeliano come pretesto per rifiutare negoziati di pace. Ogni volta che Condoleezza Rice o qualche altro pappagallo di Bush parla di ‘ricominciare il dialogo’ (mai che si parli di «negoziati») per
‘lo Stato finale’ (mai che si parli di «pace») questa è la risposta di Tsipi Livni, Ehud Olmert & C.: Dialogare? Con chi? Non serve dialogare con Abu Mazen, perché è incapace di imporre la sua volontà al popolo palestinese. Non ha alcun potere. E noi non possiamo dialogare con Hamas perché è nell’‘Asse del male’».
«Tsipi Livni va oltre», continua Avneri: «al raduno dei miliardari di Davos essa ha messo in guardia Abbas dal fare un ‘compromesso coi terroristi’. Un avvertimento puntuale».



Doppiezza, malafede.
Con la crudeltà aggiuntiva di aver istigato gli scontro tra Fatah e Hamas, per poi poter dire: sono belve, come si fa a trattare con loro?
L’Europa è complice di questa bassezza, doppiezza e crudeltà.
E’ complice della fame e del sangue che corre a Gaza.
Domani, al Norimberga 2, potremo dire: non sapevamo?
Forse potremo dire a nostra scusa un’altra cosa: eravamo minacciati.
Ehud Olmert ha minacciato, all’indomani dalla condanna dell’ONU della negazione dell’olocausto, evidentemente puntata contro Teheran, dichiarando quanto segue: «Non consentiremo al mondo di cadere ancora una volta nel silenzio e nell’indifferenza» all’appello per la «distruzione di Israele» che verrebbe da Ahmadinejad, «dando approvazione morale a chi parla in questi termini dell’esistenza del popolo ebraico». (3)
Che cosa precisamente si propone di fare Ehud Olmert dopo una simile dichiarazione?
Come vuole smuovere «il mondo» dalla sua presunta indifferenza, perché è troppo lento ad attaccare l’Iran?
A pronunciare queste parole è il capo di un governo con 300 bombe atomiche, e i missili per lanciarle.
E’ o no una minaccia?
E’ questo che temono i nostri governanti?

Maurizio Blondet




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Note
1) Ali Abunimah, «Leaked israeli document gives frightening glimpse of apartheid», Globalresearch, 28 gennaio 2007. Il sito è quello del professor Chossudovsky, un ebreo veritiero.
2) Uri Avneri, «If Arafat were alive», rense.com, 27 gennaio 2007.
3) «Olmert: Israel won’t let the world be indifferent to calls for Israel’s destruction», Associated Press, 29 gennaio 2007. Uri Avneri, inutile dirlo, è ebreo e veridico. Il privilegio di Dio ad Israele: non gli fa mancare mai dei profeti di verità.