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  1. #1
    legio_taurinensis
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    Predefinito Il nemico della natura? il capitalismo

    Il nemico del clima? Il capitalismo, semplicemente
    di Joseph Halevi - 01/02/2007

    Fonte: Il Manifesto [scheda fonte]



    Cambiamenti climatici Grande industria e governi di fronte alla crisi

    Gli scienziati dell'ambiente riuniti a Parigi stanno chiedendo ai governi di approntare piani per attenuare il surriscaldamento del pianeta. Jaques Chirac ha organizzato per il 2 ed il 3 febbraio un congresso internazionale sulla governance ambientale planetaria. Mi permetto di giudicare sin d'ora: sarà aria fritta. La crescita sostenibile è fumo negli occhi. Se il problema è effettivamente grave, la risposta non può essere che in termini pianificatori, volti a cambiare la composizione merceologica della produzione e a stabilire criteri diversi per quanto riguarda accumulazione e profitto.

    Riprendiamo un lucido articolo del compianto Paolo Sylos Labini sull'Unità dell'8 settembre 2003 intitolato «se la sinistra ha il coraggio dell'Utopia». Scriveva Sylos Labini che contro la saggezza convenzionale «occorre mettere all'ordine del giorno l'obiettivo della crescita zero». Tuttavia «...la crescita zero può affermarsi man mano che viene abbandonato l'ideale tipicamente piccolo-borghese di rincorrere a tutti i costi i soldini, un ideale che oggi domina il comportamento delle classi medie e di un'ampia fetta della classe operaia - sempre più minoranza e sempre meno classe». L'altra faccia della medaglia del discorso di Sylos consiste nel fatto, teoricamente ed empiricamente fondato, che un'economia che viaggia verso la crescita zero implica un tasso di profitto calante e tendente a zero. Si potranno forse cambiare i desideri di consumo delle classi di reddito medio-basse, ma dal lato capitalitistico non si potrà mai cambiare l'obiettivo di un tasso di profitto sostenuto.

    Quest'aspetto elementare del marxismo viene rafforzato dal conflitto ambiente-accumulazione. Oggi mentre scienziati, politici e multinazionali del petrolio parlano di ambiente, mostrandosi al pubblico come entità responsabili e consapevoli, le società finanziarie - pienamente integrate ed appoggiate dalle suddette multinazionali - impongono tassi di rendimento di mercato a due cifre, vale a dire di oltre il 10%. E da dove dovrebbe venire tale tasso di rendimento? Ovviamente dalla produzione stessa, ossia dal saggio di profitto estratto dal rapporto produttività-salari. Quindi un'economia a crescita zero dovrebbe esibire un rapporto salari-produttività favorevole ai primi, inconcepibile nel clima politico attuale. Inoltre ogni eventuale scarto favorevole alla produttività dovrebbe essere controbilanciato dalla diminuzione dell'orario di lavoro per evitare la crescita della disoccupazione - cosa che Sylos menziona - e da impieghi volti alla protezione ambientale. Il contrario della dinamica dell'accumulazione finanziaria sostenuta dai Trichet e Padoa Schioppa di turno.

    Oltre un decennio fa ascoltai una conferenza di Paul Ralph Ehrlich, uno dei fondatori del pensiero ambientalista. Raramente ho condiviso le sue posizioni che mettono popolazione e natura in conflitto tra loro. Ma una sua frase mi trovò profondamente concorde. Egli osservò che era impossibile mettere in cantiere politiche ambientalistiche senza prima garantire la piena occupazione, notando che innanzitutto la gente si preoccupa, giustamente, della propria esistenza. Oggi con la flessibilità del mercati del lavoro - attuata secondo i criteri dell'accumulazione finanziaria la quale impone la ricerca di saggi di profitto di oltre il 10% - la disoccupazione, attraverso la precarietà, entra marcatamente nella stessa occupazione. Gli occupati part-time sono anche disoccupati part-time: sono milioni in tutta Europa e stanno diventando l'elemento caratterizzante del profilo occupazionale europeo.
    Esiste però uno iato tra pensiero sociale ambientalista e problematica della piena occupazione. Un'economia a tasso di accumulazione e profitto tendenzialmente nullo deve essere resa compatibile con la piena occupazione. Nei paesi maturi non ci sono ostacoli strutturali all'unificazione dei due termini, cosa colta da Keynes nel lontano 1936 sebbene allora le capacità produttive pro capite fossero inferiori a quelle attuali. Il problema risiede nel fatto che le istituzioni economiche pubbliche e private del mondo capitalistico maturo militano contro ogni seria e sistematica presa in considerazione della questione ambientale. A questo si aggiunge la situazione dei paesi sottosviluppati, della Cina e dell'India. Quale autorità può arrogarsi il diritto di dire alla Cina e all'India di non raggiungere i 4-500 milioni di auto? E che diritto abbiamo di dire al Brasile o al Kazakhstan di non puntare sullo sviluppo fondato sulle materie prime, quando la loro connessione con l'economia mondiale passa proprio da questi settori?

  2. #2
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    L'industrialesimo, sintesi di capitalismo e marxismo.

  3. #3
    legio_taurinensis
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    Vero.
    Ma penso che l'industrialismo di stampo liberalcapitalista abbia fatto più danni di quello comunista (anche perchè ha uno specchio temporale di presenza maggiore dei 70 anni del comunismo russo).

  4. #4
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    si invece il nazismo è stato benefattore
    fasci tornate nelle fogne

  5. #5
    legio_taurinensis
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    Cosa c'entra il nazismo adesso?
    Nessuno ha accennato ai massimi sistemi, zecca.
    Ragiona (se ne sei in grado) prima di dire cazzate.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da 1Controcorrente Visualizza Messaggio
    si invece il nazismo è stato benefattore
    fasci tornate nelle fogne
    200 milioni di morti devono obbligarti al silenzio.

  7. #7
    legio_taurinensis
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    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    200 milioni di morti devono obbligarti al silenzio.
    Ma poi queste zecche non sono mai in grado di fare un ragionamento senza uscirsene con i soliti slogan triti e ritriti: pochezza d'argomentazioni. Quindi stiano zitti se non sanno cosa dire.

  8. #8
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    Francamente non ho colto il nesso tra crescita zero e politiche ambientali. Un meccanismo economico a crescita zero abbandonerebbe il meccanismo del "massimo profitto con minimo sforzo" ma comunque non interverrebbe sulla politica ambientale di ciascuno stato. A far propendere l'economia mondiale per un utilizzo ancora massiccio del petrolio non sono soltanto le multinazionali ed il loro peso politico, è soprattutto il fatto che il petrolio, con le attuali tecnologie, resta la via più conveniente per produrre energia. Una crescita zero comunque non eliminerebbe meccanismi di mercato tra stati. Mi spiego meglio: nessuno stato (eccettuati forse Stati Uniti, Russia e Cina) è autarchico. Ne consegue che c'è, e ci sarà sempre, un meccanismo di import export su scala globale. Ogni stato, anche in regime di crescita zero, ha necessità di rifornirsi dal miglior offerente, in fase di importazione, al fine di produrre a costi competitivi, in fase di esportazione. Il risultato sarebbe, a mio parere, un capitalismo di stato che, comunque, dovrà seguire le attuali logiche e si rifornirà di petrolio per poter vendere i propri prodotti.

    Una politica ambientalista può farsi solamente se gli stati industrializzati si rendono conto che, a lungo termine, conviene, e penso che il problema sia inverso: una politica energetica seria non si contrappone alla disoccupazione, ma crea un'infinità di nuove figure e nuovi posti di lavoro che servono a gestire i processi ecologicamente sostenibili.

  9. #9
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    le MENZOGNE DEGLI AMBIENTALISTI

    (qualcuno ricorda il club di roma?????)

    1 elenco sterminato di apocalissi prossiem venture mai avvenute, e intanto Pecoraro scanio si becca 15 milioni al mese, e voi idioti a cedergli

  10. #10
    Can che abbaia morde
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    Aurelio Peccei - Il Club di Roma.
    I limiti dello sviluppo.
    Lo ricordo benissimo
    In particolare l'articolo dei due scienziati del Mit - Denis D. Meadow e J. Forrester- Comportamento controinuitivo dei siostemi complessi.
    La distruzione è sotto gli occhi tutti.

 

 
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