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    Predefinito Insisto, Silvio Berlusconi non è un nuovo De Gaulle

    Insisto, Silvio Berlusconi non è un nuovo De Gaulle

    Furio Colombo



    Parlare del conflitto di interessi di Silvio Berlusconi, che è la vera unica e clamorosa distorsione della politica italiana rispetto al bene e al male di ogni altro Paese democratico, deve apparire ad alcuni una sorta di divieto implicito, una barriera insuperabile come quelle di cui ci parlano gli antropologi a proposito di incesto o di cannibalismo. Non si può e basta. E così, quando la politologa Donatella Campus sceglie di occuparsi di antipolitica e di personaggi che arrivano al potere sdegnando ogni percorso della politica tradizionale e nonostante e a dispetto di questo loro disprezzo per la politica tradizionale, giungono al vertice istituzionale di un paese democratico, individua tre straordinari personaggi contemporanei: De Gaulle, Reagan e Berlusconi. Ora è vero che tutti e tre hanno sdegnato la ritualità partitica a cui si piegano tutti gli altri (però il caso Prodi, votato spontaneamente da quattro milioni e più di persone non da partiti, avrebbe dovuto attrarre almeno la visione marginale della nostra autrice).
    Ma non è vero che tutti e tre hanno affidato la loro sorte e la loro fortuna politica al coraggio anticonformista e alla capacità di imporsi e fare presa nonostante la scelta di essere antipolitici. Infatti noi ricordiamo due di essi per avere cambiato la storia del loro Paese (De Gaulle, che affronta i colonnelli e fa finire la guerra d´Algeria) o la storia del mondo (Reagan, che pur avendo predicato «l´impero del male», appena vede i segni del cambiamento, contribuisce alla fine senza scontro e senza sangue della guerra fredda e, con Gorbaciov, ne è uno degli artefici). Ma sappiamo benissimo che il terzo, Berlusconi, non solo non si è imposto a dispetto dei partiti, che anzi ha fondato o chiamato a raccolta ma, a bordo della sua immensa potenza mediatica, ha occupato da solo tutto il settore televisivo privato. E si è insediato nel settore televisivo pubblico, impegnandosi in nomine, licenziamenti e programmi. È un dettaglio che fa saltare la tesi della Campus, che è come confrontare la bravura di un maratoneta con la velocità di Schumacher. Semplicemente non c´è gara, perché la gara è stata, ed è tuttora, truccata. Basti pensare alla violenza con cui anche adesso Berlusconi, l´antipolitico, sta cercando di mobilitare sia la piazza (ha annunciato cinque milioni di persone in piazza) sia la politica (ha detto: «In Parlamento non si troveranno complici per quella legge») nella sua campagna frenetica contro la proposta di modificare e limitare (ma soltanto un poco) la totale libertà d´azione, di trasmissione, di raccolta pubblicitaria del suo impero televisivo. Tutto ciò basterebbe a smentire coloro che si affannano a dire che con la televisione non si vince, e mostrano come esempio le due sconfitte di Berlusconi. Dovrebbero anche spiegare come mai Berlusconi resti tenacemente aggrappato tanto alla politica quanto alla televisione, e come mai sia riuscito - durante l´ultima campagna elettorale - a ridurre drammaticamente il distacco con Prodi e l´Unione (distacco dovuto al suo pessimo governo) attraverso una frenetica e illegale occupazione di tempi televisivi. E dovrebbero spiegare perché un candidato presidenziale del calibro di Hillary Clinton abbia già accumulato un «tesoro di guerra» (nel linguaggio americano) di trecento milioni di dollari da spendere in televisione durante la prossima campagna elettorale. La Campus dunque sceglie di accostare Berlusconi e De Gaulle e a Reagan come il terzo «antipolitico» della storia contemporanea, dimenticando del tutto di accennare al «tabù» incestuoso del conflitto di interessi che gli consente di governare violando ogni decenza e ogni regola (fatto inesistente e comunque impossibile per gli altri due), ma senza che il fenomeno venga mai nominato. Certo non nel suo libro. Come i lettori de l´Unità sanno, io ho scelto di far notare questo fatto, sorprendente per una studiosa (sarebbe come non notare i tacchi o il trucco o il lifting di Berlusconi per chi si occupa di immagine e volesse accostare Berlusconi a Paul Newman) nell´editoriale di domenica su questo giornale. Per dire: pensate a che punto è efficace quel conflitto. Garantisce il controllo totale della comunicazione televisiva. E tale controllo altera non solo il paesaggio e la percezione di tutti ma anche quello degli esperti che, per professione, devono notare le anomalie e le diversità. S´intende che Berlusconi intendeva apparire simile a De Gaulle e a Reagan. Truccando le comunicazioni, licenziando, zittendo, insultando, chiudendo bocche, spargendo intimidazioni o mettendo il silenziatore, ecco che ci è riuscito. Trovo naturale che la mia tesi sia, come quella della Campus, discutibile. E infatti sul Corriere della Sera del 30 gennaio interviene Antonio Carioti che difende Donatella Campus con tre argomenti. Il primo è che «Donatella Campus si è limitata a confrontare il linguaggio e lo stile dei tre leader». Ma è difficile parlare di «linguaggio» e «stile» di Berlusconi senza fare riferimento alle scelte mediatiche (e al potere mediatico esclusivamente suo, e paragonabile con nessun altro) di cui ha scelto di valersi. Il secondo è che la Campus si è limitata a dire di Berlusconi che «da uomo della strada ha modernizzato la politica italiana rendendola stabilmente bipolare». Difficile immaginare la «modernizzazione» di un Capo del governo che opera dentro le aziende pubbliche e private licenziando chi non favorisce i suoi interessi, da Enzo Biagi (Rai) a Ferruccio de Bortoli (Corriere della Sera) e passa il tempo a far trasmettere notizie senza riferimento alla realtà e dirette esclusivamente all´autocelebrazione, come il «ruolo speciale» che lui diceva di avere restituito all´Italia. Difficile definire «uomo della strada» il quattordicesimo uomo più ricco del mondo. E poi sentite questa: «Berlusconi non ha mai usato il video per annunciare, spiegare e promuovere le politiche del suo governo. Se mai, durante la scorsa campagna elettorale, prima che scattasse la par condicio, ha preferito partecipare a diversi programmi di intrattenimento dove ha parlato della sua vita privata e delle sue passioni sportive e musicali». Come vedete il tabù funziona, implacabile. Persino due persone informate dei fatti scelgono di alterarli non solo per non parlare del conflitto di interessi e del dominio delle comunicazioni. Ma anche per dimenticarsi del «contratto con gli italiani» (passioni sportive o musicali?) o degli insulti al deputato Schultz tagliati non da un programma di intrattenimento ma dal Tg1, nella speranza cancellare la più brutta figura del decennio europeo. O della amabile conversazione con Lucia Annunziata in cui l´allora premier ha definito la disobbedienza ai suoi ordini della giornalista (voleva una domanda piuttosto che un´altra) «una macchia che resterà sulla sua reputazione». Resta invece una domanda: visto che fermezza e dignità giornalistica non intaccano una reputazione (e non l´hanno intaccata), restiamo con una macchia in sospeso. Non dovrebbe toccare l´enorme anomalia del conflitto di interessi e del silenzio che grava tuttora su di esso?

  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da salerno69 Visualizza Messaggio
    Insisto, Silvio Berlusconi non è un nuovo De Gaulle



    Oddio...per altezza e capelli può aspirare ad essere un piccolo De Funes....

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da T34 Visualizza Messaggio
    Oddio...per altezza e capelli può aspirare ad essere un piccolo De Funes....

  4. #4
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    Mi era sfuggito che Colombo fosse stato un ammiratore di Gaulle

  5. #5
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    Il paragone è improponibile e offensivo nei confronti dello statista francese. E' vero che anche il vecchio aveva fatto ricorso a robuste dosi di demagogia e populismo, ma alla fine era riuscito a compattare la stragrande maggioranza del proprio popolo, a riscattare in parte la sconfitta con i tedeschi, a ripristinare la legalità, a dare nuova autorevolezza e credibilità allo stato centrale e a emarginare le frange estremiste neofasciste dal confronto politico. Esattamente l'opposto dei bellachioma

 

 

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