Discorso di Tony Blair, 18/01/07


Solidarietà, giustizia, uguaglianza: erano i valori in cui credevamo noi progressisti, e lo sono ancora. Ma il mondo in cui quei valori si sono formati è profondamente cambiato. Era un mondo di classi sociali nettamente differenziate, di produzione di massa, di uomini d’affari in doppio petto, di grandi aziende rigidamente distinte dalle piccole. Oggi quel mondo si è trasformato al punto da risultare irriconoscibile. La produzione di massa non esiste più negli stessi termini, tecnologia e globalizzazione hanno reso necessario un costante riadattamento al mercato, un grande business può improvvisamente scomparire e uno piccolo diventare grande con altrettanta rapidità. La parola d’ordine è diventata «liberalizzazione». Per qualcuno, nella sinistra europea, questa è una parolaccia. Eppure descrive il modo in cui vivono e lavorano gli uomini e le donne del nostro tempo.

Un nuovo modello sociale europeo, per fare i conti con questo mondo, deve basarsi di meno sulla protezione dei cittadini e di più sullo sforzo di dare alla gente il potere di controllare le proprie vite. Per realizzare un obiettivo simile, una buona istruzione per tutti è il singolo elemento più importante. Ma non è il solo. Siamo di fronte a una classe sociale in continua espansione. Una classe che io definirei la classe di coloro che aspirano a un maggiore benessere, a un’elevazione della propria condizione sociale, e che perciò è meno tollerante nei confronti della criminalità, più preoccupata per la propria sicurezza, più attenta ai benefici ma pure ai problemi creati dall’immigrazione.

Se le forze progressiste d’Europa non capiscono questo, allora i valori su cui è basato il nostro credo politico, i valori di solidarietà, giustizia, uguaglianza, non servono a niente; allora le forze progressiste diventano forze conservatrici, interessate a di fendere uno status quo anziché a innovare. Può anche darsi che, così facendo, riescano a farsi eleggere al governo: ma non riusciranno a restarci a lungo perché non sapranno dare risposte alle aspirazioni della maggioranza. E se c’è una cosa che ho appreso dalla mia esperienza personale, è che un leader e un partito possono attuare i cambiamenti che hanno in mente solo se rimangono al governo per un periodo prolungato di tempo.

Tutto ciò è facile a dirsi, ma difficile a farsi. In Gran Bretagna le forze progressiste ci sono riuscite: hanno vinto tre elezioni consecutive, ora hanno buone possibilità di vincere una quarta volta. Come è stato possibile? Imboccando la Terza Via, che non era una via di mezzo tra conservatorismo e progressismo: era uno stato d’animo, un modo di essere. Alla cui base c’è un concetto fondamentale: ascoltare la gente, non se stessi. Non per diventare prigionieri del populismo, ma semplicemente perché prima viene la gente e poi veniamo noi, i politici di professione, i militanti, gli attivisti. Ascoltare il desiderio di compassione sociale della gente, ma anche il desiderio di avere successo, di elevarsi, di crescere socialmente. Se non lo faremo, non sorprendiamoci se la gente si rivolge alla destra per ottenere risposte. La destra, in Gran Bretagna, oggi è in uno stato politico confusionale. Ci attacca, ma non sa cosa proporre, né su quali principi assestarsi. I Tory sono confusi per una precisa ragione: perché noi abbiamo occupato il centro. Ed è un centro che si muove continuamente. Se lo abbandoniamo, i Tory riprenderanno terreno.

Dunque dobbiamo essere coraggiosi, non timorosi. Certamente non dobbiamo pensare soltanto a questa classe che aspira a un maggiore benessere, ma non possiamo nemmeno schierarci contro di essa. Il futuro del modello sociale europeo continua a essere fondato sui nostri valori tradizionali, ma dipende dalla nostra capacità di cambiare insieme al mondo in cui viviamo. I partiti progressisti continueranno naturalmente ad avere bisogno dei loro militanti, ma io penso a partiti che rispondano soprattutto a quelli che vorrei chiamare i nostri «azionisti» più che ai nostri attivisti: gente che ci vota e ci assegna la fiducia perché sa di poter ricevere in cambio quello che chiede.

Facciamolo e potremo rimanere partiti di governo per lungo tempo. Senza abbandonare i nostri valori, ma imparando a farli funzionare nel mondo moderno. Impariamo a coniugare insieme aspirazioni e compassione. Se un mondo più individualista contrasta con la nostra visione di progressismo, allora secondo me abbiamo un problema: perché non c’è niente di male nell’individualismo. Nel mondo d’oggi la gente vuole più individualismo: significa maggiore controllo della propria vita, maggior capacità di scegliere, maggiori opportunità. Non c’è nulla di male nemmeno nel materialismo: la gente vuole più beni materiali - è normale - a patto di ricordarsi, come forze progressiste, di salvaguardare coloro che hanno di meno. La distinzione tra noi e la destra sta appunto in questo: i progressisti si battono affinché la maggiore libertà di scelta si espanda il più possibile, affinché non siano solo i più privilegiati a beneficiarne. Ritorno al punto iniziale, fondamentale: non dobbiamo essere noi politici a dire alla gente quello che deve volere. Dobbiamo ascoltare la gente, lasciare che sia la gente a dirci ciò che vuole e capirla. I progressisti, nell'Europa odierna, devono porsi sulla frontiera del cambiamento continuo. E su quella frontiera devono restare.

Fonte : www.policy-network.net - www.repubblica.it