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L'amministrazione americana non vuole che l’Iraq cada in una guerra civile. I mezzi di comunicazione parlano di un Iraq sull’orlo di una guerra civile. Capisco l’impegno ad essere necessariamente ottimisti, ma allora in che situazione è l’Iraq? Perché non si può usare il termine di guerra civile, quando iracheni combattono contro altri iracheni? Forse perché sposterebbe il fuoco dell’attenzione da questa eroica guerra al terrorismo globale?
Matteo Triossi

Caro Triossi,
la sua lettera coglie uno dei punti più interessanti dell’attuale situazione irachena.
L’iniziale resistenza baathista e islamista contro le forze di occupazione si è trasformata, dopo l’attentato contro la moschea di Samara nel febbraio dell’anno scorso, in un sanguinoso conflitto fra sunniti e sciiti.
Ma la presidenza Bush continua a sostenere che la guerra civile è un rischio, non una realtà.
Dietro questa riluttanza ad accettare i fatti vi è una precisa ragione politica.
Quando sul territorio iracheno non furono trovate armi di distruzione di massa, gli americani continuarono a giustificare l’invasione con due argomenti.
Sostennero in primo luogo che la guerra contro l’Iraq era il passaggio necessario di una più vasta guerra contro il terrorismo. E, in secondo luogo, che l’eliminazione di Saddam e la costruzione di un Iraq democratico avrebbero dato un contributo decisivo alla nascita di un nuovo Medio Oriente, più stabile e prospero.
Se ammettessero l’esistenza di una guerra civile, gli americani dovrebbero riconoscere che la loro invasione ha risvegliato le antiche fratture del Paese e ha scatenato un conflitto che rischia di ripercuotersi sull’intera regione. È apparso proprio in questi giorni a New York un lungo rapporto (130 pagine) preparato per la Brookings Institution (la maggiore organizzazione americana per lo studio della politica internazionale) dal Saban Center for Middle East Policy. Secondo il rapporto, sono già evidenti in Iraq alcuni degli ingredienti che caratterizzano generalmente le guerre civili: l’esodo delle popolazioni (i rifugiati sono già un milione), la proliferazione dei gruppi terroristici, la tendenza degli abitanti di una città a raggrupparsi per ragioni di sicurezza in quartieri «omogenei», le tendenze secessioniste, gli interventi e le interferenze dei Paesi vicini.
Per contrastare queste tendenze, il rapporto invita l’amministrazione a riconoscere umilmente i propri errori (un invito che Bush non ha alcuna intenzione di accogliere) e avanza alcuni suggerimenti.
Occorre che gli Stati Uniti evitino di schierarsi con uno dei contendenti, cerchino di impedire la disintegrazione del Paese, ritirino le truppe dalle città e creino centri per l’accoglienza dei rifugiati. Sul piano politico, secondo il rapporto, l’America dovrebbe adoperarsi per la soluzione della questione palestinese e aprire canali di comunicazione con Siria e Iran.
Temo che il rapporto, quando verrà letto alla Casa Bianca, farà la fine di quello scritto dal Gruppo di studi presieduto da James Baker e completamente ignorato da Bush nelle sue dichiarazioni delle scorse settimane. Questa presidenza continuerà a sostenere che la guerra non fu un errore e che l’America sta combattendo in Iraq una sacrosanta battaglia contro il terrorismo. Anzi, per meglio puntellare questa tesi, l’amministrazione ha individuato un nuovo nemico, l’Iran, contro il quale continua a lanciare segnali piuttosto minacciosi.
È certamente possibile che agenti iraniani siano presenti in Iraq per aiutare le milizie sciite e trarre profitto dalla situazione in cui il Paese sta precipitando. Ma gli ammonimenti di Washington a Teheran servono soprattutto a giustificare la presenza americana in Iraq, e potrebbero aprire un altro fronte: un nuovo errore nel tentativo di cancellare un errore precedente.