Studiando "la Mistagogia" di San Massimo il Confessore mi sono inbattuto in rete in un'interessante scritto che offro alla vostra lettura:
il tempio cristiano:
simbologia cosmica, antropologica e teologicaUn percorso storico
osservando alcune realizzazioni medioevali e descrizioni antiche
Avvisiamo il benevolo lettore che questo argomento sarà assai vasto.
In questo scritto ci limiteremo a fornire alcuni punti di riferimento che sono lungi dall’esaurire il tema.
L’argomento, per quanto faccia riferimento ad antiche testimonianze storiche, ha un riscontro attuale: il tempio cristiano odierno in qualche misura si riconosce ancora in quello antico, che genere di valenza ha ancora conservato? Lo scritto serve per mostrare come, oggi, esista un’enorme confusione a tal riguardo con il pratico riscontro della costruzione di architetture ecclesiali e di arredi sacri assai discutibili.
Nel campo dell’architettura sacra, risalendo nel tempo, si assiste ad una progressiva semplificazione e, spesso contemporaneamente, ad una progressiva spoliazione di significati. Oggi il tempio cristiano è poco piùche un pratico contenitoredi persone.
E’ il luogo in cui si raduna un’assemblea, luogo che può essere facilmente adattato ad un’attività di ordine anche differente da quello cultuale. Non rimanda ad alcuna possibile profonda verità religiosa o umana e, al più, diviene luogo per accogliere messaggi di tipo semplicemente morale o sociale. Al suo interno la ricercatezza dei manufatti, che un tempo lo impreziosivano, ha lasciato lo spazio ad opere che esprimono il carattere asciutto dell’arte contemporanea ma che sono, molto spesso, di dubbio valore artistico.
Il tempio non appariva in tal modo ad un cristiano antico e questo non solo perchè esisteva una diversa temperie culturale. Le testimonianze storiche indicano, piuttosto, l’esistenza di un modo differente di praticare la fede! Così un autore del VII secolo, Massimo il Confessore, al quale fu attribuita un’opera scritta attorno al 632-634, la Mistagogia, ha un’opinione così differente da quella contemporanea da parere addirittura incomprensibile a chi oggi la dovesse leggere.
Nella Mistagogia, il tempio non è descritto come qualcosa di estraneo o esteriore a chi vi entra. Tanto meno ha una funzione puramente pratica. Per Massimo il Confessore il tempio ha un valore simbolico, ossia è collegato a ciò che è l’uomo in se stesso e a ciò che è il cosmo e l’uomo in relazione a Dio. Non si tratta, perciò, di una funzione puramente didattica, esteriore o “pastorale” come si direbbe oggi, funzione che si adatterebbe semplicemente ad un valore semeiotico[i].
L’uomo antico, a differenza di quello contemporaneo, aveva una visione unitaria e solida di se stesso e del mondo che lo circondava. Il microcosmo rappresentato da se stesso richiamava il macrocosmo rappresentato dal mondo e viceversa. Esisteva (come in realtà esiste sempre) una compenetrazione dell’uno con l’altro, per quanto sia evidente una reale distinzione tra i due.
TEMPIO: IMMAGINE DEL COSMO
Per questo, per Massimo il Confessore, è la chiesa la figura e l’immagine dell’universo intero, composto di essenze visibili e invisibili in quanto essa presenta la medesima unità e diversità di questo. Essa è, nella sua costruzione, una sola dimora, ma è contraddistinta da diversità nel modo in cui è configurata per la sua particolare destinazione; effettivamente essa è divisa nello spazio riservato ai soli preti e liturghi, che chiamiamo santuario, e nello spazio accessibile a tutto il popolo fedele che denominiamo navata. D’altra parte la chiesa è essenzialmente una poichè essa non è divisa nelle sue [due] parti a causa della differenza che le separa tra loro [...]. Allo stesso modo l’intero universo, creato da Dio diviso in un mondo intelligibile, riempito da essenze intelligibili e incorporali e in un mondo sensibile e corporale che si compone magnificamente in numerose specie e nature. [Tale universo] è significato chiaramente come un’altra chiesa non fatta da mani d’uomo; questa chiesa ha quale santuario il mondo superiore che appartiene alle potenze dell’Alto e ha, per navata, il mondo del basso che è dato agli esseri sensibili[ii].
In questa visione di chiesa, Massimo riflette quanto viene espresso dal Credo niceno-costantinopolitano in cui Dio è creatore delle “cose visibili e di quelle invisibili”. Così, come nel creato, nella chiesa esistono cose visibili, sotto lo sguardo di tutti (la navata) e cose invisibili, sulle quali non è possibile posare lo sguardo (il santuario custodito da tende o da iconostasi).
Inoltre, la Mistagogia di Massimo il Confessore cerca di mostrare che la chiesa, in quanto tempio di Dio, non è un semplice luogo di riunione dei fedeli, come lo è per quanto riguarda le riunioni sociali, ma il luogo per eccellenza della comunicazione spirituale e dell’elevazione mistica. I due mondi ai quali la chiesa simbolicamente rimanda, mondo sensibile e mondo intelligibile, si rapportano a Dio e in Dio. Di conseguenza, è possibile l’elevazione del mondo sensibile verso il mondo intelligibile: la navata orientata per sua stessa natura in direzione del santuario e riceve da questo il suo senso. L’unità dei due mondi, però, non significa confusione o sovrapposizione indebita: il mondo spirituale rimane sempre “altro” rispetto a quello materiale, il santuario rimane sempre “altro” rispetto alla navata. Per questo il primo non è visibile, a differenza della seconda.
Non è un caso che, tra i due, si sia interposta abbastanza rapidamente una divisione, un’iconostasi o delle tende. Tale divisione non sottolinea una differenza di casta anche se stabilisce rigorosamente uno spazio per i sacerdoti e uno per i fedeli. Un significato rigidamente sociale dei posti nella chiesa contraddistinguerà, semmai, la chiesa feudale e, ancor più, quella postridentina polemicamente contrapposta al mondo protestante. Il valore di questi spazi è collegato simbolicamente ad altro, come chiaramente afferma san Massimo. La cosa riguarda particolarmente anche le chiese occidentali le quali avevano una divisione attorno all’altare e tra il presbiterio e la navata stabilita da tende similmente a quella che, oggi, si conserva nelle chiese armene. L’uso di tendaggi, testimoniato da Guglielmo Durando (XIII sec.) riuscì a permanere in Occidente fino all’inizio dell’epoca rinascimentale quando una nuova visione del mondo affascinò irresistibilmente l’umanità di allora cominciando a scardinare la tradizionale visione simbolica e spirituale che si era, in qualche modo, conservata fino a quel tempo. Tale visione del mondo finì per sommergere tutto irrompendo perfino nelle chiese. Ogni elemento simbolico che ostacolasse lo sguardo verso il santuario fu, allora, tolto di mezzo. Infatti, il Rinascimento rifiuta [...] l’intuizione, veicolata dal simbolo, in favore della ragione discorsiva [...] il centro dell’uomo, lìintelletto contemplativo o il cuore, viene abbandonato oppure oscurato [...][iii]. Per oscurare il centro spirituale dell’uomo basta semplicemente far perdere di significato la sua icona: il santuario di una chiesa.
TEMPIO: IMMAGINE DELL'UOMO
Concepire il santuario come uno spazio aperto allo sguardo determina indubbiamente anche un nuovo concetto di uomo, dal momento che, per Massimo il Confessore, la chiesa rappresenta anche un uomo. Un santuario aperto all’osservazione richiama un uomo la cui interiorità non è custodita da nulla e che, perciò, può addirittura finire per essere progressivamente svuotato da quel poco che gli rimane.
Al contrario, Massimo riflette nella chiesa, quale edificio, il concetto tradizionale cristiano di uomo teso a custodire nella sua intimità l’evangelica perla preziosa. Egli scrive: “Diciamo ancora che la santa chiesa di Dio è un uomo: essa ha per anima il santuario, per intelletto l’altare divino e per corpo la navata poichè l’immagine e somiglianza dell’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio. Attraverso la navata, come attraverso il corpo, essa propone la saggezza morale; attraverso il santuario, come attraverso ad un’anima, essa spiega spiritualmente la contemplazione naturale e, attraverso il divino altare, come attraverso l’intelletto, rivela la teologia mistica”[iv].
Le tre parti della chiesa, navata, santuario, altare, rappresentano, così, tre realtà dell’uomo (corpo, anima e intelletto) ma anche tre livelli o stadi ai quali l’uomo può elevarsi:
1) lo stadio morale. Lo possiamo ritenere come quello relativo all’applicazione della legge divina o alla pratica dei comandamenti;
2) lo stadio spirituale è quello nel quale l’uomo oltrepassa le realtà puramente materiali e intuisce quelle invisibili che reggono il mondo creato;
3) lo stadio mistico è quello nel quale l’uomo giunge a vivere della stessa vita di Dio e ne prende chiara coscienza.
“Qui l’uomo attraverso l’altare dell’intelletto, invoca, attraverso un altro silenzio loquace e prolisso, il silenzio abissale, celebrato da molti inni dalla grande voce invisibile e inconoscibile della divinità e, nella misura che gli permesso, l’uomo raggiunge tale silenzio nella teologia mistica, divenuto tale e conveniente a chi stato favorito dalla visita di Dio ed è stato contrassegnato dai suoi folgoranti splendori”[v].
Non è infatti un caso che l’altare, avendo questa profonda valenza di unione con la vita divina, sia il luogo nel quale convergono tutti i punti della chiesa. Su di esso si celebra l’Eucarestia, è di materiale solido (pietra o marmo) e irremovibile, è toccato solo da pochi (dal celebrante o, per necessità, dal suo assistente) e rappresenta Cristo stesso. Non è altrettanto un caso che, tradizionalmente, l’altare rimanesse nascosto allo sguardo di chi entrava in una chiesa occidentale, come oggi avviene in Oriente.
Il contatto rispettoso con l’altare o con qualche sua suppellettile, significava rendersi partecipi e solidali con la divinità. Questo spiega perchè, per rendere intangibile la sua scelta religiosa davanti al padre, Caterina da Siena la confessò mentre, contemporaneamente, toccava il lembo della tovaglia di un altare. Ma ciò spiega anche perchè, nel tradizionale culto cristiano, l’altare è incensato, rivestito, baciato e si fanno attorno ad esso dei giri, ossia una sorta di danza sacra.
Solo un’epoca di radicale allontanamento dai valori tradizionali poteva confonderlo o sostituirlo con un semplice tavolo e giungere perfino a negarne l’intangibilità allontanandolo dal suo luogo tradizionale per adattare stabilmente lo spazio libero del santuario a laici o a religiosi o consentirvi estemporanee manifestazioni non liturgiche o di carattere culturale. Che ha in comune tutto ciò con i santuari latini dell’alto Medio Evo i quali hanno della cripta e della caverna. Sono concentrati sul sancta sanctorum, l’abside a volta che racchiude l’altare, così come il coro contiene il mistero divino; sono illuminati dai ceri dell’altare così come l’anima è illuminata dall’interiore”[vi]?
Tempio: immagine dell’attività di Dio
Ma il valore simbolico della chiesa riguarda anche il modo in cui essa rappresenta l’operato di Dio. Essa raduna nella navata persone di differente età, uomini e donne di differente grado sociale o culturale, di differente provenienza geografica e li rende uno nella fede in modo da abolire ogni differenza individualistica e unirli in Dio dal suo centro radiante simbolicamente rappresentato dal santuario. Per san Massimo, come il sole sta al di sopra di tutti gli esseri e li illumina tutti egualmente, così Dio, nella sua energia non nella sua realtà sostanziale, si trova sia negli esseri che al di sopra di essi. In virtù di questa energia di Dio nel mondo, Massimo procede a osservare nella chiesa l’immagine di Dio; anch’essa possiede una potenza unificatrice dei fedeli. La chiesa unisce i suoi membri in modo simile a quello di Dio che unisce tutti gli esseri tra loro in Sè. E così che agisce la grazia divina nell’intero mondo e tale fatto è microcosmicamente vissuto in una chiesa concreta. “Così, dunque, la santa chiesa, come è stato detto, è immagine di Dio perchè opera la stessa unità come Dio presso i credenti qualunque sia la differenza tra persone, luoghi, costumi che separano coloro che sono uno nella fede. Tale unione è operata naturalmente dallo stesso Dio senza confusione nelle essenze degli esseri, attenuando, come si ha mostrato e unificando le differenze esistenti nelle essenze degli esseri con la loro relazione e con la loro unione a Lui che ne è la causa, il principio e il fine”[vii].
Come si osserva, questa visione è addirittura opposta a quella individualistica che emergerà dal periodo rinascimentale in poi. In luogo di osservare l’unità di tutti nel luogo raccolto in direzione del santuario, punto di luce e di Grazia, si preferisce osservare e rimarcare la prospettiva e la perfetta e geometrica forma delle linee che compongono l’architettura ecclesiastica.
Così, in primo luogo, nel tempio lo sguardo non può essere ostacolato e deve immergersi in un’estetica puramente esteriore facendo percorrere all’uomo un percorso esattamente opposto a quello spirituale consistente in una proiezione che parte dall’interno di sè e si riversa in un mondo esterno che ora non è più simbolo dell’interiorità umana.
In secondo luogo, l’enfasi prospettica richiama “la logica del punto di vista individualista del soggetto individuale che prende se stesso come centro del mondo”[viii]. A partire dal rinascimento, tale individualismo contraddistinguerà sempre più la cultura occidentale ma, allo stesso tempo, impregnerà di sè l’architettura e l’arte nelle chiese facendo irrimediabilmente perdere loro l’antico valore simbolico. L’arte sacra non sarà più segno del vero ma, al più, segno di una “bellezza” puramente sensuale e soggettiva che cambierà continuamente a seconda dei tempi, dei gusti e delle mode.
Santuario: luogo custodito
L’arte e l’architettura, come ha ben illustrato Titus Burckhardt, non sono slegati dall’uomo ma esprimono il suo intimo modo di essere e di credere, al di là di quanto egli formalmente dichiari. Nell’epoca barocca, ad esempio, si riaffermava con particolare vigoria il dogma cattolico nei paesi rimasti legati a Roma. Ciononostante, l’arte sacra in essi rappresentata proseguiva inarrestabilmente un vero e proprio processo di spoliazione delle forme simboliche. “Il Barocco reagisce contro il razionalismo del Rinascimento [...] ma invece di vincerlo con un ritorno alle fonti sovrarazionali della tradizione, cerca di fondere le forme congelate dal classicismo rinascimentale nel dinamismo di un’immaginazione senza limiti. Si collega volontariamente alle ultime fasi dell’arte ellenista la cui immaginazione, tuttavia, è più misurata, più calma e concreta; il Barocco è animato da un’inquietudine psichica che l’antichità non conosceva. [...] Gli interni delle chiese barocche, come il Gesù o il Sant’Ignazio a Roma hanno qualcosa di allucinante: le loro cupole a corsi nascosti e dalle curve irrazionali sfuggono a ogni misura comprensibile. Lo sguardo invece di riposarsi in una forma semplice e perfetta è come assorbito da una falsa infinità; le pitture del soffitto sembrano aprirsi su di un cielo pieno d’angeli sensuali e dolci... Una forma imperfetta può essere un simbolo ma l’illusione o la menzogna non sono simboli di niente”[ix].
Queste vigorose parole indicano chiaramente che, dietro alle trionfanti e a volte tronfie manifestazioni religiose barocche esisteva una religiosità che aveva perso l’universalità geografica e la solidità antica. D’altra parte, in quest’epoca inizia il periodo moderno tutto proteso verso l’esteriorizzazione della persona. Tale esteriorizzazione, piena di stupefacenti concretizzazioni artistiche si può musicalmente rinvenire anche nel Vespro della Beata Vergine composto da Claudio Monteverdi (1657-1643) nel quale la comprensione del testo liturgico cede totalmente il passo a un’esplosione di parti musicali apparentemente inarrestabili: cosa rimane, oramai, della religiosa interiorità antica che si manifestava in forme contenute e profonde?
Fintanto che gli fu possibile, l’Occidente cristiano non dimenticò l’aspetto interiore, essenzialmente trasmesso dalla tradizione cristiana ed evangelica. Lo possiamo constatare dal valore che il santuario assumeva anticamente e che cerca di mantenere fino alle soglie dell’epoca rinascimentale. Come il cristiano nella pratica della sua fede deve custodire la sua interiorità pena lo snervarsi del vigore unitivo con Dio, così il santuario rimane celato all’esteriorità della navata, che rappresenta il mondo fisico con tutti i suoi multiformi stimoli e distrazioni. Quest’aspetto che, a torto, si attribuisce e si confina al solo mondo monastico era, in realtà, caratteristica della disposizione architettonica antica del santuario e rappresentava simbolicamente quella spirituale di ogni cristiano. Con questi riferimenti, osserviamo due opere artistiche.
La prima è un affresco di Giotto tratto dalla Basilica superiore di Assisi e dipinto prima del 1300. La scena rappresenta il presepio di Greccio. L’evento è ambientato nel santuario di una chiesa. In alto a sinistra s’intravede il pulpito sul quale il predicatore si rivolgeva ai fedeli situati nella navata. L’altare è sormontato da un piccolo baldacchino sorretto da quattro colonne dalle quali pendono forse delle tende avvolte a forma di festone. Una parete divisoria, simile ad un‘iconostasi, separa il luogo dell’altare dalla navata. Dalla porta principale di questa, si affacciano dei fedeli. Al di sopra e rivolto verso il popolo, si nota un grande crocefisso. Attorno al 1300 nella stessa Italia esistevano, dunque, delle chiese con una separazione molto evidente tra presbiterio e navata: il santuario era celato allo sguardo di chi rimaneva nella navata, segno della particolare eminenza dello stesso.[IMG]file:///C:/DOCUME%7E1/x/IMPOST%7E1/Temp/msohtml1/01/clip_image002.jpg[/IMG]
In un’altra opera dipinta poco prima del 1500 e custodita a Londra nella National Gallery, la "Messa di sant'Egidio" si nota una separazione, sotto forma di tende attorno all’altare. Lo spazio attorno allo stesso non è evidenziato, dal momento che il pittore doveva rappresentare coloro che gli commissionavano l’opera e che, quindi, appaiono in ginocchio o in piedi attorno al celebrante.[IMG]file:///C:/DOCUME%7E1/x/IMPOST%7E1/Temp/msohtml1/01/clip_image004.jpg[/IMG]
L’altare, però, è provvisto di cortine, arredo che lo custodisce e che ne rimarca la santità. Tale arredo rimarrà ancora qualche decennio: i tempi nuovi sono oramai imminenti.
UN ESEMPIO ATTUALE
I principi sopra esposti servono anche per leggere l’attuale situazione. Oggi i due fuochi attorno ai quali tende a polarizzarsi tutta l’architettura e l’arredo sacro sono il pietismo o l’utilitarismo.
Il pietismo ha ancora conservato una certa aura religiosa anche se non più sacra ma soggiace, non meno dell’utilitarismo, al capriccio individualista. Come l’utilitarismo anche il pietismo, alla fine, si oppone fieramente al rigore delle scelte tradizionali il cui fine è proprio quello di combattere l’individualismo stesso. Nelle immagini oleografiche dei santini è particolarmente facile cogliere il pietismo con la sua malattia sensuale. I Cristi con occhi dolci e le Madonnine romantiche non hanno niente in comune con la spartana ma spirituale iconografia tradizionale. Si potrà affermare che questo tipo di immagini sono esistite ovunque e, infatti, recandosi anche in Oriente, non è difficile riscontrare iconografie a carattere popolare piuttosto prossime a questi modelli. Ma laggiù le iconografie popolari raggiungono di rado l’arredo sacro di una chiesa e, al pù, ornano le edicole ai lati delle strade. La tradizione simbolica della Chiesa ha ancora un certo valore.
L’individualismo che abbiamo visto emergere potentemente dal Rinascimento in poi è iconoclasta nei riguardi del simbolo, dell’arte e dell’architettura simbolica. Quando assume i connotati dell’utilitarismo razionalista crea dei prodotti come quelli riprodotti nelle fotografie visibili ai lati di questo scritto.
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Le foto riprendono l’interno di una chiesa parrocchiale dove non esiste alcun presbiterio e l’altare sul quale si celebra l’Eucarestia è un semplice grande tavolo. Qui la simbologia di Massimo il Confessore è stravolta.
In primo luogo, anche dalle immagini, non si nota alcun orientamento. Chi entra in questo edificio deve oltrepassare delle porte che sono poste, per così dire, agli angoli di un quadrato. Coloro che hanno progettato questa chiesa l'hanno così pensata perché volevano indicare che una persona non deve avere davanti a sè alcuna certezza ma deve comprendere che la sua vita deve sempre essere una costante ricerca.
L’assenza del presbiterio e il suo assorbimento nel luogo dell’assemblea è pure voluta: la chiesa, nella mentalità di coloro che l’hanno così realizzata, non è un luogo sacro. Ma se le cose stanno così, sulla base di quanto visto precedentemente, non è logico concludere che neppure l’uomo ha un valore sacro ossia non è degno della presenza di Dio come afferma, al contrario, la tradizione apostolica e gli scritti paolini? Se il luogo è simbolicamente vuoto di Dio l’uomo che vi entra non potrebbe credere di esserlo pure lui? Per questo, l'uomo attuale deve cercare sempre laddove l’uomo antico si fermava in silenzio contemplativo di fronte al santuario. Ma qui, coerentemente, il silenzio antico è sostituito da un atteggiamento d'incessante dialogo.
Tutto, in questo luogo, indica, dunque, un dialogo tra assemblea e colui che la presiede. I temi? Non è difficile indovinarlo! Su una parete compare un’iconografia moderna di tipo sociale e politico. Questo luogo serve per assumere una coscienza di tipo sociale, seppur con una motivazione religiosa.
Potremo essere d’accordo con chi ritiene tutto ciò è eccessivo e fuori luogo. Tuttavia il problema ci pare, piuttosto, nel fatto che non ci si accorge che questo è semplicemente il punto di arrivo di un cammino intrapreso abbandonando progressivamente la simbolica, cioè dal Rinascimento in poi.
Epilogo
Parrà forse ardito aver avvicinato il modo di arredare e di separare il presbiterio dalla navata di una chiesa al modo di credere in Dio e di considerare se stessi e il mondo. Tuttavia, a noi non è sembrato così strano, tenuto conto delle strette connessioni tra la realtà personale e quella esterna, così come è ammesso pure dalla moderna psicologia. Non ci pare strano neppure se si considera l’opinione che, su tal argomento, aveva Massimo il Confessore.
Forse la realtà strana è proprio quella rinvenibile nella nostra epoca dove i rimanenti significati religiosi continuano ad essere stravolti, svuotati, polverizzati e le soluzioni architettoniche e artistiche sacre manifestano, ogni giorno di più, l’incapacità dell’uomo attuale di rapportarsi con la sfera divina e, al contempo, indicano un’ossessionante concentrazione e ripiegamento su di sé che nulla hanno a che vedere con l’antico atteggiamento ascetico. Tale concentrazione che, viceversa, indica forse uno spiccato individualismo si può manifestare in un pietismo sensuale o in un razionalismo utilitarista. Entrambi sono facilmente riscontrabili negli edifici religiosi contemporanei.
In conclusione, ci pare che il Cristianesimo attuale abbia molta difficoltà ad uscire da quest’individualismo e dalle sue plastiche realizzazioni nelle quali ogni valore tradizionale tende a confondersi e a scomparire. La soluzione potrà venire solo dal recupero e dall'adattamento, nella situazione odierna, degli antichi significati e simboli laddove vengono ancora custoditi nella forma di una tradizione vivente.
[i] Per valore semeiotico di un tempio intendiamo che il tempio è ridotto ad un semplice segno di qualcosa, similmente al cartello stradale di un incrocio che indica l’intersecazione tra due strade.
[ii] Massimo il Confessore, Mistagogia, cap. II.
[iii] Titus Burckhardt, Principi e metodi dell’Arte Sacra, Arkeios, Roma 2004, p.171
[iv] Massimo il Confessore, op. cit., cap. IV.
[v] Ibidem.
[vi] Titus Burckhardt, op. cit. p. 76.
[vii] Massimo il Confessore, op. cit., cap. I.
[viii] Titus Burckhardt, op. cit., p.167.
[ix] Ibidem, pp. 171-172.
FONTE: http://quiaquorundam.web-gratis.net/...ocristiano.htm




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