Maurizio Puppo
(Autore di "Bandiere Blucerchiate. Storie di calcio storie di Sampdoria", Fratelli Frilli Editori, 2006)

PARIGI- Ma insomma, quali tempi sono questi, quando parlare di calcio è quasi un delitto? Lo sapete, lo sappiamo, è storia di questi giorni, di queste ore: a Catania è morto un poliziotto. Uno dei millecinquecento (millecinquecento!) schierati a difesa dell'ordine, a prevenir sommosse, per il derby tra la squadra di casa e il Palermo. È morto, non aveva ancora quarant'anni; aveva una moglie, dei figli - un anello sul dito. Immolato alla paradossale simulazione di una guerra civile in sedicesimo; un conflitto in tempo di pace, combattuto per noia, per stupidità, per vuoto di senso civico, di umanità, di tutto. E pochi giorni fa, in una rissa scoppiata dopo una partita di terza categoria, è morto un dirigente (suscitando, a dire il vero, molto meno clamore; il che può far pensare che esistano morti professionisti, di serie A, e semplici morti dilettanti). Lo sapete, lo sappiamo: gli stadi, e i loro dintorni, tornano ad essere, a intervalli regolari, un teatro di guerra, un palcoscenico per l'esibizione di pulsioni distruttive; una sorta di preteso luogo franco, dove al contratto sociale si può derogare con ragionevole speranza di salvar la ghirba: basta indossare una sciarpa.
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