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    Arrow "Come la penso" di Giuseppe Nuvolari,un garibaldino pentito

    Diario di garibaldino pentito

    Nella galleria dei memorialisti garibaldini, Giuseppe Nuvolari non compare. Partecipe di tutti i grandi eventi del Risorgimento, volontario in Sicilia con Garibaldi, e a lui vicino in quella sorta di esilio che fu Caprera, tornando a casa ebbe il coraggio di dire “ciò che pensava”: di qui l’ostracismo decretato della storiografia ufficiale. A differenza di Giuseppe Cesare Abba, autore del celebratissimo e “politicamente corretto” libro di memorie garibaldine “Da Quarto al Volturno”, prefigurazione dell’Italia monarchica, o di Giuseppe Bandi, ostico toscano e duro combattente, rientrando presto nei ranghi della “normalizzazione” regia, ucciso per mano di un anarchico, dopo una vita da “irregolare e bastian contrario”, il nostro Nuvolari, mantovano sobrio e concreto, tornando a casa deluso dalla piega degli avvenimenti non s’era macerato nell’astio e nel compatimento di sé, come fanno spesso i reduci che danno per scontato che per pochi “fessi” che si sacrificano c’è sempre la vasta legione dei profittatori e dei furbi che si fa avanti per reclamare la pensione. Al contrario Nuvolari, sfidando il nuovo regime che lo ripagò con la moneta del silenzio, sebbene più a suo agio col vomere e la vanga, prese la penna ispirato dalla passione e dall’indignazione, e quasi di getto, con verve ironica irresistibile, compose questo straordinario e godibilissimo memoriale diviso in due parti e scritto in forma di lettera. Memoriale finora poco noto perché documento scomodo, ignorato dalla pubblicistica militante, che raccolto in volume venne pubblicato per la prima volta a Genova nel 1879 col titolo significativo: “Come la penso”; libro appena ristampato dall’editore Sometti di Mantova, a cura dell’associazione Padi Terrae, con una penetrante ed esemplare introduzione di Sante Bardini.
    La storia di Giuseppe Nuvolari, agricoltore, con possedimenti a Roncoferraro, suo paese natio, nel mantovano, è simile per molti versi a quella di molti altri giovani del suo tempo, infiammati dalle nuove idee di “nazionalità” e di indipendenza, ed era implicito per tutti che il concetto significasse anche libertà, sebbene i programmi dei liberali devoti a Torino non vi facessero specifico riferimento. E non a caso. “Non basta l’indipendenza per essere liberi”, diceva Carlo Cattaneo. La libertà non era roba che potesse interessare la corte di Torino. Nel nome di Garibaldi venuto dall’America per fondare una nuova patria rigenerata, il giovane Nuvolari scappa di casa nel 1852. Si arruola nel 1859 nei “Cacciatori delle Alpi”, di Garibaldi visto con sospetto dai generaloni di Torino: nel 60 è in Sicilia con i Mille, che al primo solenne raduno nel cinquantenario della spedizione, nel 1910, invece di presentarsi dimezzati complice l’anagrafe e la falce, si erano come moltiplicati, come aveva temuto Garibaldi. Fatta o disfatta l’Italia, Nuvolari resta per qualche tempo con Garibaldi a Caprera, avendo modo di sperimentare come il “sogno” svanisca lasciando il posto a una ben triste realtà. Tornato a casa comincia a stendere questa lunga lettera e il destinatario simbolico è il sindaco dell’isola della Maddalena, Leonardo Bargoni, al quale, senza volerne fare il capro espiatorio del decadimento morale già in atto, denuncia quasi con foga e con dati inoppugnabili, le incipienti storture, i ladrocini, la corruzione, ravvisando nel doppio sistema che si va instaurando la nascita della “questione meridionale” (speculare a quella “settentrionale”), che sarà alla base di un secolare e irrisolto malinteso. Vede, quasi in anticipo e chiaramente, la formazione di due Italie contrapposte, di una doppia morale, e provoca il Bargoni, con la sua
    focosa e stringente requisitoria:«Come Ella avrà osservato, nel mio Comune vi è meno di un impiegato su mille persone. Alla Maddalena, e nella Sardegna tutta, quanti ve ne saranno? Credo di non esagerare dicendo uno su cento. Ma mi dica di grazia, caro signor Leonardo, a che cosa servono, cosa fanno tutti gli impiegati che sono alla Maddalena?».

    È già in atto, specie al Sud, il “miracolo” della moltiplicazione dei posti, nelle ferrovie, alle poste, nelle preture. Ed è con saggezza contadina che egli commenta:«Chi lavora ha una camicia, chi non lavora ne ha due». Cita l’esempio del suo comune di Roncoferraro,«dove si lavora davvero e dove c’è tanta miseria, e dove ogni individuo, con meno di un ettaro di terreno, paga attualmente allo stato nette lire 18 - diciamo 18 camicie che il nostro poco coscienzioso Governo prende da chi lavora per regalarle ad ogni individuo della Maddalena che mangia pane bianco, si provvede di pesce o carne ogni giorno, non sa cosa sia la miseria, fa il signore, ed è rispettivamente passivo al Governo di annue lire 56, ovvero 56 camicie!».Prima del 1860, il governo piemontese non aveva costruito in Sardegna un chilometro di ferrovia (come i Borboni in Sicilia); dopo l’unità è un fervore d’opere a spese dei contribuenti delle nuove province annesse; l’isola, dopo il secolare abbandono (c’era solo una strada - la Carlo Felice - che la attraversava da Nord a Sud), verrà collegata al continente da un numero francamente eccessivo di linee di navigazione; e non si stenta a credere perché: lavori, posti, clientele; un sillogismo che non sfugge al Nuvolari, scarpe grosse e cervello fino. Senatori e notabili naturalmente viaggiano gratis.Non è finita! La Sardegna, poco abitata, poco ricca, è dotata di due università, Cagliari e Sassari, quando in Piemonte ce ne è una sola. Più posti, più professori, più burocrazia! Quanto alla magistratura (e sembra che parli di quella d’oggi),“lungi dall’essere libera e indipendente, il più delle volte è in balia dell’intrigo, alla mercè di Alti Personaggi o di partiti e così la bilancia della Giustizia, presenta il doloroso spettacolo di due pesi e due misure sempre a vantaggio del denaro o del blasone...». Al Sud osserva le terre lasciate incolte dai proprietari ed esclama:«Si fossero trovati sotto il paterno regime austriaco - allorché questi dominava nel Lombardo-Veneto - sarebbero stati freschi! Negli anni di penuria, l’Austria obbligava i conduttori di fondi a dare lavoro ai contadini, in proporzione del censo, indicandogliene il numero, e se non vi era proprio nulla da fare... in tal caso bisognava pagarli lo stesso!».Così dopo aver combattuto l’Austria a viso aperto, viene quasi la tentazione di rimpiangerla: col “regime italiano” la Lombardia scade di livello e di senso civico. Se si vuol fare giustizia della propaganda post-risorgimentale, questo libro è l’antidoto adatto. Una lettura che vivamente raccomando. Ne emerge l’immagine veritiera dell’Italietta di ieri, pataccara e vile, nutrice e pronuba dell’Italia d’oggi, vizi, malversazioni e cialtronerie compresi.


    "Come la penso"
    Autore:Giuseppe Nuvolari
    Casa editrice:Sometti di Mantova

    Per i vecchi forumisti non è una novità,per i nuovi sarà una sorpresa,ma è sempre utile da postare ad intervalli di tempo regolari per far capire che non sbagliava Giuseppe Nuvolari + di 150 anni fa e non sbagliamo noi oggi.
    Padania Libera!

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  2. #2
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    Predefinito Un garibaldino pentito

    Ai fatto bene a ripostarlo. In effetti l'avevo letto e stampato e diffuso diversi mesi fa. Lo ristampo ancora e lo darò a una parente mantovana, che guarda la televisione dal mattino alla sera e mi ha detto che si sente itagliana, come le hanno insegnato a scuola e le ripetono mattina, mezzogiorno e sera tutti i media (se sono così scatenati..forse hanno paura che la gente incominci a aprire gli occhi). I germogli crescono..Evidenziamo comunque sempre anche quanto ci costa questo sctato, e chi paga e perchè siamo noi che paghiamo..Mah..

  3. #3
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Dragonball Visualizza Messaggio
    Diario di garibaldino pentito

    Nella galleria dei memorialisti garibaldini, Giuseppe Nuvolari non compare. Partecipe di tutti i grandi eventi del Risorgimento, volontario in Sicilia con Garibaldi, e a lui vicino in quella sorta di esilio che fu Caprera, tornando a casa ebbe il coraggio di dire “ciò che pensava”: di qui l’ostracismo decretato della storiografia ufficiale. A differenza di Giuseppe Cesare Abba, autore del celebratissimo e “politicamente corretto” libro di memorie garibaldine “Da Quarto al Volturno”, prefigurazione dell’Italia monarchica, o di Giuseppe Bandi, ostico toscano e duro combattente, rientrando presto nei ranghi della “normalizzazione” regia, ucciso per mano di un anarchico, dopo una vita da “irregolare e bastian contrario”, il nostro Nuvolari, mantovano sobrio e concreto, tornando a casa deluso dalla piega degli avvenimenti non s’era macerato nell’astio e nel compatimento di sé, come fanno spesso i reduci che danno per scontato che per pochi “fessi” che si sacrificano c’è sempre la vasta legione dei profittatori e dei furbi che si fa avanti per reclamare la pensione. Al contrario Nuvolari, sfidando il nuovo regime che lo ripagò con la moneta del silenzio, sebbene più a suo agio col vomere e la vanga, prese la penna ispirato dalla passione e dall’indignazione, e quasi di getto, con verve ironica irresistibile, compose questo straordinario e godibilissimo memoriale diviso in due parti e scritto in forma di lettera. Memoriale finora poco noto perché documento scomodo, ignorato dalla pubblicistica militante, che raccolto in volume venne pubblicato per la prima volta a Genova nel 1879 col titolo significativo: “Come la penso”; libro appena ristampato dall’editore Sometti di Mantova, a cura dell’associazione Padi Terrae, con una penetrante ed esemplare introduzione di Sante Bardini.
    La storia di Giuseppe Nuvolari, agricoltore, con possedimenti a Roncoferraro, suo paese natio, nel mantovano, è simile per molti versi a quella di molti altri giovani del suo tempo, infiammati dalle nuove idee di “nazionalità” e di indipendenza, ed era implicito per tutti che il concetto significasse anche libertà, sebbene i programmi dei liberali devoti a Torino non vi facessero specifico riferimento. E non a caso. “Non basta l’indipendenza per essere liberi”, diceva Carlo Cattaneo. La libertà non era roba che potesse interessare la corte di Torino. Nel nome di Garibaldi venuto dall’America per fondare una nuova patria rigenerata, il giovane Nuvolari scappa di casa nel 1852. Si arruola nel 1859 nei “Cacciatori delle Alpi”, di Garibaldi visto con sospetto dai generaloni di Torino: nel 60 è in Sicilia con i Mille, che al primo solenne raduno nel cinquantenario della spedizione, nel 1910, invece di presentarsi dimezzati complice l’anagrafe e la falce, si erano come moltiplicati, come aveva temuto Garibaldi. Fatta o disfatta l’Italia, Nuvolari resta per qualche tempo con Garibaldi a Caprera, avendo modo di sperimentare come il “sogno” svanisca lasciando il posto a una ben triste realtà. Tornato a casa comincia a stendere questa lunga lettera e il destinatario simbolico è il sindaco dell’isola della Maddalena, Leonardo Bargoni, al quale, senza volerne fare il capro espiatorio del decadimento morale già in atto, denuncia quasi con foga e con dati inoppugnabili, le incipienti storture, i ladrocini, la corruzione, ravvisando nel doppio sistema che si va instaurando la nascita della “questione meridionale” (speculare a quella “settentrionale”), che sarà alla base di un secolare e irrisolto malinteso. Vede, quasi in anticipo e chiaramente, la formazione di due Italie contrapposte, di una doppia morale, e provoca il Bargoni, con la sua
    focosa e stringente requisitoria:«Come Ella avrà osservato, nel mio Comune vi è meno di un impiegato su mille persone. Alla Maddalena, e nella Sardegna tutta, quanti ve ne saranno? Credo di non esagerare dicendo uno su cento. Ma mi dica di grazia, caro signor Leonardo, a che cosa servono, cosa fanno tutti gli impiegati che sono alla Maddalena?».

    È già in atto, specie al Sud, il “miracolo” della moltiplicazione dei posti, nelle ferrovie, alle poste, nelle preture. Ed è con saggezza contadina che egli commenta:«Chi lavora ha una camicia, chi non lavora ne ha due». Cita l’esempio del suo comune di Roncoferraro,«dove si lavora davvero e dove c’è tanta miseria, e dove ogni individuo, con meno di un ettaro di terreno, paga attualmente allo stato nette lire 18 - diciamo 18 camicie che il nostro poco coscienzioso Governo prende da chi lavora per regalarle ad ogni individuo della Maddalena che mangia pane bianco, si provvede di pesce o carne ogni giorno, non sa cosa sia la miseria, fa il signore, ed è rispettivamente passivo al Governo di annue lire 56, ovvero 56 camicie!».Prima del 1860, il governo piemontese non aveva costruito in Sardegna un chilometro di ferrovia (come i Borboni in Sicilia); dopo l’unità è un fervore d’opere a spese dei contribuenti delle nuove province annesse; l’isola, dopo il secolare abbandono (c’era solo una strada - la Carlo Felice - che la attraversava da Nord a Sud), verrà collegata al continente da un numero francamente eccessivo di linee di navigazione; e non si stenta a credere perché: lavori, posti, clientele; un sillogismo che non sfugge al Nuvolari, scarpe grosse e cervello fino. Senatori e notabili naturalmente viaggiano gratis.Non è finita! La Sardegna, poco abitata, poco ricca, è dotata di due università, Cagliari e Sassari, quando in Piemonte ce ne è una sola. Più posti, più professori, più burocrazia! Quanto alla magistratura (e sembra che parli di quella d’oggi),“lungi dall’essere libera e indipendente, il più delle volte è in balia dell’intrigo, alla mercè di Alti Personaggi o di partiti e così la bilancia della Giustizia, presenta il doloroso spettacolo di due pesi e due misure sempre a vantaggio del denaro o del blasone...». Al Sud osserva le terre lasciate incolte dai proprietari ed esclama:«Si fossero trovati sotto il paterno regime austriaco - allorché questi dominava nel Lombardo-Veneto - sarebbero stati freschi! Negli anni di penuria, l’Austria obbligava i conduttori di fondi a dare lavoro ai contadini, in proporzione del censo, indicandogliene il numero, e se non vi era proprio nulla da fare... in tal caso bisognava pagarli lo stesso!».Così dopo aver combattuto l’Austria a viso aperto, viene quasi la tentazione di rimpiangerla: col “regime italiano” la Lombardia scade di livello e di senso civico. Se si vuol fare giustizia della propaganda post-risorgimentale, questo libro è l’antidoto adatto. Una lettura che vivamente raccomando. Ne emerge l’immagine veritiera dell’Italietta di ieri, pataccara e vile, nutrice e pronuba dell’Italia d’oggi, vizi, malversazioni e cialtronerie compresi.


    "Come la penso"
    Autore:Giuseppe Nuvolari
    Casa editrice:Sometti di Mantova

    Per i vecchi forumisti non è una novità,per i nuovi sarà una sorpresa,ma è sempre utile da postare ad intervalli di tempo regolari per far capire che non sbagliava Giuseppe Nuvolari + di 150 anni fa e non sbagliamo noi oggi.
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    Stasera da Vespa di parla del bicentenario di Garibaldo...

 

 

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