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    Predefinito Ebrei di sinistra italiani danno vita al campo della pace

    Il pensiero critico rappresenta un cardine della tradizione e di tutta la storia ebraica, prima e dopo la nascita dello stato di Israele. Ma negli ultimi anni, a causa di eventi tragici, si è andato affievolendo sino a un ripiegamento del mondo ebraico su se stesso, che - comprensibile dal punto di vista emotivo - ha portato a un´involuzione identitaria in cui sono saltate le distinzioni stesse tra ebrei, ad esempio tra ebrei di sinistra e di destra. Si sono riaffacciate paure di annientamento - la "distruzione di Israele" - che non valutano lucidamente il rapporto effettivo tra minacce gravissime, come quelle del presidente iraniano Ahmadinejad, e le possibilità reali del loro avverarsi.

    Il terrorismo islamista, pericolo più immediato, si alimenta peraltro dal proseguimento dell´occupazione dei territori palestinesi da parte israeliana che è la vera fonte di immani disgrazie non solo per i palestinesi ma anche per Israele. Da parte della sinistra ebraica si è persa quella capacità di progettare un diverso presente e futuro rispetto a quello prospettato dalla destra ebraica, allineata alla destra mondiale neo e teo-con. Nell´ebraismo il pluralismo è una condizione esistenziale. Questo pluralismo, oggi, ha bisogno di essere riconfermato anche rispetto alla differenza tra "ebreo" e "israeliano". Perché se è ovvio, per noi, un legame tra la propria identità diasporica e Israele, tale legame non deve diventare una appartenenza sostanziale, che genera confusione e rischia di portare acqua al mulino di chi non vuole distinguere tra ebreo e israeliano. Noi vogliamo coltivare il nostro legame con Israele alla maniera lucida con cui lo coltivò Primo Levi, che di fronte alla prima "avventura in Libano" dell´esercito israeliano levò la sua voce insieme a quella di molti altri ebrei diasporici e israeliani contro la logica aggressiva e non più solo difensiva dell´esercito israeliano.Dopo una riflessione collettiva tra ebrei di sinistra con diverse esperienze, abbiamo deciso di prendere una posizione pubblica che, anche dopo le polemiche tra il ministro D´Alema e molta parte dell´espressione istituzionale di destra ma anche di sinistra delle Comunità ebraiche, evidenziasse una voce diversa. Riconosciamo alle parole di David Grossman, durante la commemorazione di Rabin a Tel Aviv il 4 novembre, quel carattere che serve oggi a noi ebrei di sinistra in Italia, in Israele e nel mondo, per riprendere l´iniziativa in un panorama segnato dal cosiddetto "scontro di civiltà"
    . In questo quadro il conflitto israelo-palestinese è ancora, purtroppo, un centro di irradiamento dell´odio globale tra culture e religioni oltre che luogo dove si continua a perpetrare un´ingiustizia costante nei rapporti tra i popoli

    . E´ nostra intenzione contribuire a ricostituire il "Campo della Pace Ebraico" in Italia e a questo scopo chiediamo a quanti nel variegato mondo ebraico sentono la stessa esigenza di confrontarsi con noi.Paolo Amati, Marina Astrologo, Andrea Billau, Ilan Cohen, Beppe Damascelli, Lucio Damascelli, Marina Del Monte, Ester Fano, Gisella Kohn, Dino Levi, Stefano Levi Della Torre, Tamara Levi, Patrizia Mancini, Marina Morpurgo, Moni Ovadia, Renata Sarfati, Sergio Sinigaglia, Stefania Sinigaglia, Sus anna Sinigaglia, Jardena Tedeschi, Claudio Treves

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    da repubblica


  2. #2
    .... .....
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    La pace oggi non interessa...soprattutto quando si lega al buonsenso..
    non suscita emozioni virili.. non eccita gli animi...e dopo un pò..viene cestinata.....
    Questa è la logica dei tempi...speriamo bene.....anche se....
    Bisogna dare all'uomo non ciò che desidera..ma ciò di cui ha bisogno...
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  3. #3
    sembra l'estate di cerrapungi
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    Citazione Originariamente Scritto da bsiviglia Visualizza Messaggio
    Il pensiero critico rappresenta un cardine della tradizione e di tutta la storia ebraica, prima e dopo la nascita dello stato di Israele. Ma negli ultimi anni, a causa di eventi tragici, si è andato affievolendo sino a un ripiegamento del mondo ebraico su se stesso, che - comprensibile dal punto di vista emotivo - ha portato a un´involuzione identitaria in cui sono saltate le distinzioni stesse tra ebrei, ad esempio tra ebrei di sinistra e di destra. Si sono riaffacciate paure di annientamento - la "distruzione di Israele" - che non valutano lucidamente il rapporto effettivo tra minacce gravissime, come quelle del presidente iraniano Ahmadinejad, e le possibilità reali del loro avverarsi.

    Il terrorismo islamista, pericolo più immediato, si alimenta peraltro dal proseguimento dell´occupazione dei territori palestinesi da parte israeliana che è la vera fonte di immani disgrazie non solo per i palestinesi ma anche per Israele. Da parte della sinistra ebraica si è persa quella capacità di progettare un diverso presente e futuro rispetto a quello prospettato dalla destra ebraica, allineata alla destra mondiale neo e teo-con. Nell´ebraismo il pluralismo è una condizione esistenziale. Questo pluralismo, oggi, ha bisogno di essere riconfermato anche rispetto alla differenza tra "ebreo" e "israeliano". Perché se è ovvio, per noi, un legame tra la propria identità diasporica e Israele, tale legame non deve diventare una appartenenza sostanziale, che genera confusione e rischia di portare acqua al mulino di chi non vuole distinguere tra ebreo e israeliano. Noi vogliamo coltivare il nostro legame con Israele alla maniera lucida con cui lo coltivò Primo Levi, che di fronte alla prima "avventura in Libano" dell´esercito israeliano levò la sua voce insieme a quella di molti altri ebrei diasporici e israeliani contro la logica aggressiva e non più solo difensiva dell´esercito israeliano.Dopo una riflessione collettiva tra ebrei di sinistra con diverse esperienze, abbiamo deciso di prendere una posizione pubblica che, anche dopo le polemiche tra il ministro D´Alema e molta parte dell´espressione istituzionale di destra ma anche di sinistra delle Comunità ebraiche, evidenziasse una voce diversa. Riconosciamo alle parole di David Grossman, durante la commemorazione di Rabin a Tel Aviv il 4 novembre, quel carattere che serve oggi a noi ebrei di sinistra in Italia, in Israele e nel mondo, per riprendere l´iniziativa in un panorama segnato dal cosiddetto "scontro di civiltà"
    . In questo quadro il conflitto israelo-palestinese è ancora, purtroppo, un centro di irradiamento dell´odio globale tra culture e religioni oltre che luogo dove si continua a perpetrare un´ingiustizia costante nei rapporti tra i popoli

    . E´ nostra intenzione contribuire a ricostituire il "Campo della Pace Ebraico" in Italia e a questo scopo chiediamo a quanti nel variegato mondo ebraico sentono la stessa esigenza di confrontarsi con noi.Paolo Amati, Marina Astrologo, Andrea Billau, Ilan Cohen, Beppe Damascelli, Lucio Damascelli, Marina Del Monte, Ester Fano, Gisella Kohn, Dino Levi, Stefano Levi Della Torre, Tamara Levi, Patrizia Mancini, Marina Morpurgo, Moni Ovadia, Renata Sarfati, Sergio Sinigaglia, Stefania Sinigaglia, Sus anna Sinigaglia, Jardena Tedeschi, Claudio Treves

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    da repubblica


    Ogni tuo intervento è da incorniciare.
    Non è che hai voglia di prendere il posto di Panebianco a scrivere gli editoriali del Corriere?

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da unknow Visualizza Messaggio
    Ogni tuo intervento è da incorniciare.
    Non è che hai voglia di prendere il posto di Panebianco a scrivere gli editoriali del Corriere?

    Ti ringrazio molto ma io sono solo una portavoce. Non figuro fra i nomi di quelli che hanno scritto e firmato l' articolo, forse per un piccolo particolare: non sono ebrea, anche se sono di sinistra anch' io.

    Ps: naturalmente condivido tutto quanto è scritto, virgole comprese.

  5. #5
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    Billau e Sinigaglia SPUNTI DI RIFLESSIONE
    Di fronte alla tragicità del momento storico in cui viviamo e di fronte al pericolo del cosiddetto scontro di civiltà che rischia di divenire una profezia che si autoavvera, come ebrei riteniamo nostro dovere mobilitarci per dare il nostro apporto alla costruzione di una convivenza tra popoli e religioni che richiami l’origine comune dell’esperienza umana, schierandoci contro la strumentalizzazione a fini di potere di versioni riduttive e chiuse delle proprie e altrui culture e religioni. In particolare, ci appelliamo a quella “sinistra ebraica” italiana che, soprattutto dagli anni ’80, si mobilitò per la fine della prima “avventura militare in Libano” dell’esercito israeliano e poi sviluppò significative iniziative di dialogo con i palestinesi residenti in Italia e di appoggio al “campo della pace” israeliano
    . Questa azione procurò nell’ebraismo italiano una svolta che ebbe anche i propri frutti nella gestione dei suoi organi dirigenti con la predominanza di quella stessa sinistra. La situazione oggi appare ribaltata, con la destra ebraica che governa l’Unione delle comunità e in particolare le comunità più significative come quella di Roma e Milano. Ciò appare il risultato di un indebolimento della “spinta propulsiva” della sinistra ebraica che sempre più, in rapporto alle scelte politiche del governo israeliano, sembra essersi allineata alle parole d’ordine della destra che approva d’ufficio qualsiasi scelta di qualsiasi governo israeliano. Questa posizione rischia di mettere in discussione un caposaldo dell’identità plurale ebraica, in cui l’ebreo diasporico deve essere ben distinto dall’israeliano, perché trasformare il legame con Israele in un’appartenenza sostanziale non può che ingenerare confusione e indirettamente favorire chi, in chiave antisemita, questa distinzione ha sempre ignorato. Serve un ritorno alla specificità e alle radici di un impegno ebraico di sinistra.

    Per far questo, occorre ricominciare a riflettere su alcuni temi chiave dell’identità ebraica oggi, a partire dal sionismo, abbandonando le sterili polemiche tra sionisti e antisionisti; e riconsiderare la realtà effettiva dello Stato ebraico in modo da trarne elementi di valutazione al di là dei miti basati su coinvolgimenti soprattutto emotivi e su meccanismi psicologici di difesa.Si è spesso detto che il sionismo era un movimento laico con una componente d’ispirazione socialista, laica e libertaria, contigua al socialdemocratico Bund, cui si aggiungeva una minoranza d’ispirazione nazionalista. Vero, ma con una differenza fondamentale: mentre il Bund lottava “qui e ora” contro l’antisemitismo cercando di organizzare le masse ebraiche, il sionismo teorizzava il ritorno degli ebrei alla “terra promessa”, pur avendo in certi momenti preso in considerazione altri progetti però presto accantonati. Tale richiamo biblico -oltretutto in una versione terribilmente semplificata e mondata di tutti i commenti che i maestri avevano elaborato intorno a questa promessa negli anni della diaspora- insieme all’idea della costruzione dell’ebreo nuovo, forte e combattivo, da contrapporre all’ebreo “molle” e pavido della diaspora, introduceva nella visione del sionismo, anche in quello d’ispirazione socialista e libertaria, un elemento forte di nazionalismo e militarismo e nello stesso tempo un tabù che mal si conciliavano con la sua visione laica e socialista.

    Inoltre questi elementi si sono consolidati proprio grazie al fatto che Israele fu considerato il simbolo della rinascita ebraica dopo la Shoà, e ne hanno determinato le scelte successive a partire dalla sua fondazione nel ’48 con tutto ciò che ha comportato.Fino a oggi, salvo rare eccezioni, gli ebrei della diaspora hanno continuato a considerare Israele nella suddetta luce, e a vedere nella sua sopravvivenza in quanto tale la garanzia della propria stessa possibilità di sopravvivenza, senza tenere in gran conto che la realtà israeliana è ben più complessa della sua idealizzazione. Israele, infatti, non è solo e “assolutamente” lo Stato degli ebrei ma uno Stato che come tutti gli altri ha dinamiche materiali che rimandano a interessi non meramente riconducibili a quelli dell’ideale comunità mondiale ebraica. Tali interessi sono inseriti in una geopolitica particolare, dettati, da un lato, da alleanze internazionali con risvolti non trascurabili - e certamente discutibili- a livello globale e, dall’altro, dallo sviluppo della propria popolazione, anche se, come dappertutto, e lo vedremo, gli interessi di potere delle élite deformano a proprio favore le legittime aspirazioni dei più.1La realtà israeliana2Il nucleo più numeroso della popolazione (circa il 40%) è costituito dagli ebrei di origine mediorientale e nordafricana che dalla prima guerra arabo-israeliana del ’48, e fino al dopo ’67, emigrarono verso Occidente dai paesi dove erano stanziati da secoli: i più ricchi verso Europa e Stati Uniti e i più poveri verso Israele.

    Queste masse di ebrei di origine non occidentale sono chiamate mizrachi e vale la pena soffermarsi sulla loro condizione poiché costituiscono un motivo non indifferente delle attuali scelte politiche dei governi israeliani. Tali popolazioni hanno rifornito a Israele forza lavoro per costruire ex novo una nazione, e diseredati da insediare nelle zone di confine dove fungevano da “cuscinetto” fra i paesi arabi confinanti, i palestinesi e il resto degli israeliani. Si crearono così quegli strati che, con gli arabi rimasti in Israele, sono ancor oggi la parte più povera e sfruttata della popolazione3 e che solo di recente riescono ad accedere a una limitata mobilità sociale soprattutto attraverso il servizio militare (ciò non vale però per gli arabi israeliani, che ne sono esclusi). E’ una delle ragioni per cui i refusnik e i pacifisti sono soprattutto di origine benestante e figli degli europei rifugiatisi in Israele prima e dopo la Seconda guerra mondiale. Nella recente guerra con il Libano, sono stati ancora i mizrachim a pagare il prezzo più alto, sia perché continuano ad abitare in posti di frontiera come Sderot o l’Alta Galilea insieme agli arabi israeliani, sia perché ormai costituiscono il grosso dell’esercito.4 Inoltre, al loro arrivo sono stati costretti a cancellare le proprie origini e ad accettare la cultura dominante -laica e sionista, che faceva della tragedia degli ebrei occidentali uno dei perni principali attorno a cui si costituiva la legittimità dello “Stato ebraico”- attraverso politiche d’integrazione forzata adottate nei loro confronti dalla dirigenza laburista.5 Tali politiche sono notoriamente consistite in:Cambiamento del nome originario e sostituzione del corrispettivo (ove possibile) in lingua ebraica.Corsi accelerati di apprendimento della lingua (i famosi ulpam).Proibizione della lingua del paese di provenienza (anche l’yiddish subì per molti anni simile proibizione).

    Meno notoriamente in:Sottrazione di bambini alle famiglie d’origine (soprattutto famiglie yemenite, ma non solo, in quanto considerate particolarmente “arretrate”) e loro adozione da parte di ebrei “doc”; queste sottrazioni avvenivano nel corso di disinfestazioni da una particolare forma di pidocchio cui venivano sottoposti i bambini all’insaputa delle famiglie, alle quali veniva detto che i figli si trovavano in colonie estive.6Circa 800.000 cittadini sono arabi, ovvero palestinesi, anche se privi degli stessi diritti degli israeliani e in genere, salvo rare eccezioni, versano in condizioni economiche precarie; oltretutto, sono considerati una sorta di potenziale “nemico interno”.Circa un milione di cittadini sono emigrati dall’ex Urss negli anni ’80 a seguito delle aperture di Gorbacev; costituiscono un ulteriore elemento di complicazione e tensione sociale in quanto molti di loro non sono ebrei -vista l’impossibilità di reperire i documenti anagrafici nell’ex Urss-, non osservano le leggi della kasherut e allevano maiali.

    Sono fattori che li rendono invisi agli ebrei di origine mediorientale, molto religiosi anche per reazione alle politiche del partito laburista nei loro confronti cui si è sopra accennato. Inoltre molti dei “russi” godono di condizioni sociali da cui la gran parte dei mizrachim sono esclusi.Solo il restante 20-30% della popolazione è di origine occidentale, discende direttamente dagli scampati ai campi di sterminio o da coloro che migrarono in Israele per sfuggire ai pogrom dell’Europa orientale: oggi sono la classe dominante sotto ogni punto di vista e i pochi leader di governo di origine mediorientale (vedi Amir Peretz o lo stesso presidente Katzav) hanno fatto propria la loro ideologia.Per certi studiosi israeliani7, a causa di tali divisioni trasversali e verticali che attraversano la società israeliana, si può parlare di Israele anche come di una “etnocrazia”.Tale situazione ha inevitabilmente delle ricadute politiche. Tra le altre:A causa del “trattamento” che ha adottato il partito laburista nei loro confronti, i mizrachim hanno orientato il proprio voto verso il Likud prima e lo Shas poi, che oltretutto gli fornisce i servizi sociali che non ricevono dall’assistenza pubblica: le spese militari non consentono investimenti nel welfare. Inoltre per le stesse ragioni, sono contrari agli accordi di pace con i palestinesi in cui non sono mai stati coinvolti direttamente come soggetti e parti in causa, e guardano ai pacifisti con la stessa diffidenza. Purtroppo non comprendono che il dirottamento delle spese militari in altre direzioni favorirebbe il loro benessere e sviluppo; solo da pochi anni alcuni gruppi pacifisti hanno cominciato a tenere conto di questo lato poco considerato del conflitto israelo-palestinese.Nello stesso tempo, i partiti religiosi e in particolare lo Shas sono un comodo salvagente per i governi, perché attraverso le loro prestazioni “caritatevoli” contengono i conflitti sociali e consentono alle leadership di portare avanti indisturbate le politiche militari e di occupazione.Come si vede, la realtà è molto più complessa della “mitologia” ed è molto probabile che proprio la necessità della tenuta di una tale complessità sociale d’Israele sia una delle ragioni per cui si lascia aperta la piaga della questione palestinese. Un’altra domanda si fa strada: quale relazione è esistita ed esiste fra la leadership israeliana e le popolazioni che ne compongono la società? Queste, traumatizzate a vari livelli, sono vittime più o meno consapevoli di una propaganda nazionalistica cui spesso non si sanno opporre per il timore di perdere quelle poche certezze che sono loro rimaste: di avere una patria legittima, di essere il simbolo vivente dei sopravvissuti alla più grande tragedia della nostra storia e che per questo stesso fatto nessuno possa mai rimetterne in discussione il diritto di stare lì. Non è forse vero che i loro leader hanno ampiamente approfittato di tali timori e ottenuto la (quasi) totale impunità?

    E’ bene ricordare un episodio per tutti: quello della cacciata dei palestinesi nel ’48. Fino a che i nuovi storici non sono andati a ripescare i documenti di archivio, la versione ampiamente diffusa fra la società israeliana e gli ebrei della diaspora era che i palestinesi se ne fossero andati di loro spontanea volontà con la promessa da parte dei paesi arabi che sarebbero ritornati alle loro case dopo che gli ebrei fossero stati “ributtati in mare”. Allora emerse solo uno dei tanti episodi di pulizia etnica in atto: quello di Deir Hassin, che sconvolse l’allora nascente opinione pubblica israeliana.

    Ma aver saputo molti anni più tardi che 800.000 palestinesi erano stati costretti a fuggire, non ha commosso più di tanto un’opinione pubblica stressata dalle guerre e da un conflitto di cui a malapena vede la fine. Questo è solo uno dei tanti risvolti ed esempi della propaganda governativa delle leadership dello “Stato ebraico”.Ma che cos’ha più di ebraico questo Stato? E’ forse perché non rappresenta ormai più niente, o quasi, dell’ebraismo, così come si è sviluppato fino al Novecento, che deve far leva sul numero dei suoi abitanti? Qui si apre un altro capitolo critico delle politiche israeliane, quello della questione demografica. La questione demografica indotta dalla necessità di uno Stato ormai solo nominalmente ebraico giustifica le politiche di discriminazione verso gli arabi israeliani e soprattutto i palestinesi, con ricadute drammatiche sulla loro condizione. Se queste sono le scelte politico-strategiche dei governi israeliani cui le loro “anestetizzate” e terrorizzate popolazioni non vogliono opporsi, se si escludono alcune migliaia di cittadini fra i ceti più colti e abbienti, bisogna ancora chiedersi: Chi appoggia la diaspora quando afferma di sostenere incondizionatamente Israele? Come si può pensare che le politiche israeliane costituiscano un baluardo contro l’antisemitismo quando continuano a fomentare l’odio delle popolazioni arabe?Come si può accettare che Israele violi le leggi internazionali, le risoluzioni Onu, i diritti umani, quando gli ebrei si sono trovati tanto spesso nella loro storia alla mercé di Stati che ne calpestavano l’esistenza e senza che ci fossero leggi a difenderli?

    Non costituisce tale violazione del diritto internazionale (a parte ogni altra considerazione di ordine etico o morale) un pericoloso precedente per la diaspora ebraica?
    Andrea Billau, Sergio Sinigaglia, Susanna Sinigaglia

    Note1 A questo proposito vedi, per esempio, di Joseph Halevi l’articolo pubblicato su vari siti fra cui www.socialpress.it, o www.laltralombardia.it.
    2 A proposito dei dati percentuali in rapporto ai vari gruppi di popolazioni, dobbiamo sottolineare che questi dati sono approssimativi per la grande mobilità dovuta alle varie ondate migratorie. Infatti se il milione circa di russi che ha raggiunto Israele fra gli anni ’80 e ’90 ha riequilibrato la presenza degli ebrei di origine ashkenazita in relazione a quella mizrachi, ultimamente stanno arrivando nel paese gruppi di ebrei etiopi che naturalmente scompagineranno ancora i rapporti percentuali.
    3 Vedi il rapporto 2005 dell’Adva center sul sito www.adva.org.
    4 Vedi l’articolo di Smadar Lavie, Reuven Abarjel, Operazione “Pioggia estiva” e “Giusta ricompensa”: un nuovo atto nella tragedia mizrahi-palestinese pubblicato sul sito www.tsd.unifi.it in italiano e su indymedia nella versione inglese
    . 5 In merito al trattamento riservato alle popolazioni ebraiche di origine araba e nordafricana da parte delle leadership laburiste e del Likud vedi, sempre sul sito www.tsd.unifi.it, Ella Shoat Habib, Rupture And Return: A Mizrahi Perspective On the Zionist Discourse; il film Vai e vivrai di Radu Mihaileanu
    [i]6 Per quanto riguarda questi terribili episodi, vedi, cercando con Google, l’articolo di Berry Chamish. Esiste fra l’altro un film di David Belhassen e Asher Hemias, The Ringworm Children, andato in onda su Channel ten in israele nell’agosto 2004. Purtroppo però non si è in possesso di dati ufficiali, che sono ancora secretati.7 Vedi Oren Yiftachel in (a cura di Jamil Hilal e Ilan Pappe), Parlare col nemico. Narrazioni palestinesi e israeliane a confronto. Edizione italiana a cura di Maria Nadotti, Bollati Boringhieri 2003; Id, The Shrinking Space of Citizenship: Ethnocratic Politics in Israel su www.merip.org.

    http://www.unacitta.it/intervista.asp?id=1519



  6. #6
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    Il terrorismo islamista, pericolo più immediato, si alimenta peraltro dal proseguimento dell´occupazione dei territori palestinesi da parte israeliana che è la vera fonte di immani disgrazie non solo per i palestinesi ma anche per Israele. Da parte della sinistra ebraica si è persa quella capacità di progettare un diverso presente e futuro rispetto a quello prospettato dalla destra ebraica, allineata alla destra mondiale neo e teo-con. Nell´ebraismo il pluralismo è una condizione esistenziale. Questo pluralismo, oggi, ha bisogno di essere riconfermato anche rispetto alla differenza tra "ebreo" e "israeliano". Perché se è ovvio, per noi, un legame tra la propria identità diasporica e Israele, tale legame non deve diventare una appartenenza sostanziale, che genera confusione e rischia di portare acqua al mulino di chi non vuole distinguere tra ebreo e israeliano. Noi vogliamo coltivare il nostro legame con Israele alla maniera lucida con cui lo coltivò Primo Levi, che di fronte alla prima "avventura in Libano" dell´esercito israeliano levò la sua voce insieme a quella di molti altri ebrei diasporici e israeliani contro la logica aggressiva e non più solo difensiva dell´esercito israeliano.Dopo una riflessione collettiva tra ebrei di sinistra con diverse esperienze, abbiamo deciso di prendere una posizione pubblica che, anche dopo le polemiche tra il ministro D´Alema e molta parte dell´espressione istituzionale di destra ma anche di sinistra delle Comunità ebraiche, evidenziasse una voce diversa. Riconosciamo alle parole di David Grossman, durante la commemorazione di Rabin a Tel Aviv il 4 novembre, quel carattere che serve oggi a noi ebrei di sinistra in Italia, in Israele e nel mondo, per riprendere l´iniziativa in un panorama segnato dal cosiddetto "scontro di civiltà"
    . In questo quadro il conflitto israelo-palestinese è ancora, purtroppo, un centro di irradiamento dell´odio globale tra culture e religioni oltre che luogo dove si continua a perpetrare un´ingiustizia costante nei rapporti tra i popoli

    . E´ nostra intenzione contribuire a ricostituire il "Campo della Pace Ebraico" in Italia e a questo scopo chiediamo a quanti nel variegato mondo ebraico sentono la stessa esigenza di confrontarsi con noi.Paolo Amati, Marina Astrologo, Andrea Billau, Ilan Cohen, Beppe Damascelli, Lucio Damascelli, Marina Del Monte, Ester Fano, Gisella Kohn, Dino Levi, Stefano Levi Della Torre, Tamara Levi, Patrizia Mancini, Marina Morpurgo, Moni Ovadia, Renata Sarfati, Sergio Sinigaglia, Stefania Sinigaglia, Sus anna Sinigaglia, Jardena Tedeschi, Claudio Treves

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    Mah ...stiamo a vedere...

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  7. #7
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    ANNA MOMIGLIANO: io antisemita?

    .Tutte queste polemiche sugli «ebrei antisemiti» hanno dato i loro frutti. Dopo lo studio pubblicato dall'American Jewish Committee, che puntava il dito contro gli ebrei liberal, e le aspre polemiche nate dal «documento dei 130», firmato da esponenti illustri della comunità ebraica britannica che, come Hobsbawm e Pinter, non si riconoscono nella politica di Gerusalemme, il dubbio si è fatto strada nella coscienza degli ebrei di sinistra nella diaspora («Ho due libri di Noam Chomsky, sarà grave?») e persino degli israeliani («Alle ultime elezioni ho votato Yossi Sarid, sono antisemita anch'io?»)
    A dissipare dubbi e sensi di colpa ha provveduto però il Washington Post che, nel mezzo della polemica, ha pensato bene di inserire sul proprio sito internet un comodo quiz (a premi) per fare luce sulla questione: «Sei un antisemita di sinistra? Dieci semplici domande per capire se sei un progressista dabbene». Le domande sono tutte sullo stesso tono: «Di chi è la colpa della guerra in Iraq? a) Bush, Cheney e Rumsfeld; b) Paul Wolfowitz, Richard Pearle e Bill Kristol; c) colpa? Quale colpa?». Poi: «Come si può definire il dibattito sul Medio Oriente in America? a) Aperto e vibrante; b) inesistente, visto che criticare Israele è un tabù; c) sbilanciato a sinistra, perché i proprietari del New York Times hanno paura di sembrare “troppo ebrei”». E ancora: «Il termine neocon indica: a) una corrente di ex gauchisti che si è stufata dello stato sociale; b) un gruppo di intellettuali filoisraeliani che ha sequestrato la nostra politica estera; c) nome in codice per “ebrei” usato dalle persone che hanno risposto b)». Infine: «Cos'è l'Olocausto? a) Il più grande orrore della storia recente; b) una tragedia che, guarda caso, riceve più attenzione del genocidio degli armeni; c) roba da bambini, rispetto a quello che Ahmadinejad ha in mente». Dal quiz escono tre profili di liberal, ognuno dei quali riceve un premio in base alla legge del contrappasso. Prima opzione, sostenitore incondizionato di qualsiasi politica israeliana: «Non sei un antisemita, ma non sei neppure di sinistra. Hai vinto un'abbonamento annuale al bollettino dell'associazione per i diritti civili». Seconda opzione, liberal dabbene, tollerante ed equilibrato, «quasi da dare fastidio, per punizione devi leggere tutti i libri di Barack Obama». Dulcis in fundo, c'è il cripto-giudeofobico travestito da progressista: «Complimenti! Hai vinto un tour guidato nelle sinagoghe di Roma, Buenos Aires, e delle isole turche, colpite da militanti che in realtà ce l'avevano con gli israeliani, non con gli ebrei. In omaggio, il cofanetto deluxe con tutti film di Mel Gibson». L'autore si firma «Joe Lanzmann, pseudonimo di un ebreo liberale che teme ripercussioni». Di cosa Lanzmann abbia paura non è chiaro: forse, teme che anche il suo yiddish humour sia considerato «antisemita»
    Il RiformistaData: 07 febbraio 2007



    PS: ovviamente, Momigliano è un cognome ebraico. Anna Momigliano è un' ebrea italiana.

 

 

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