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    Predefinito I Vertici-Farsa dell'Unione

    Prodi, summit farsa per salvare il posto
    "Uniti in politica estera"
    di Laura Cesaretti
    Il premier: "Avvitamento pericoloso, ora si segua la linea". Ma su Kabul e la base di Vicenza restano le tensioni con la sinistra radicale

    Il compromesso finale era già stato sottoscritto prima dell’inizio del vertice di maggioranza. In una situazione tanto delicata, e dopo giorni di «pericolosissimo avvitamento» del centrosinistra, come ha denunciato lo stesso Romano Prodi, il premier non voleva certo arrivare al confronto nell’Unione sulla politica estera al buio.
    Così ieri Palazzo Chigi sembrava l’hotel di una pochade di Feydeau, gente che entrava e gente che usciva e Prodi costretto a dar retta a tutti: prima ha visto a lungo Parisi e D’Alema (anche per concordare la mossa della letteraccia agli ambasciatori, reclamata dalla sinistra), poi ha sentito al telefono Fassino, poi ha incontrato il leader di Rifondazione Franco Giordano. A quel punto Diliberto ha piantato una grana: perché lui sì e io no? E Prodi ha invitato anche lui. I Verdi ci sono rimasti male, e Pecoraro ha fatto sapere di essere presente anche lui, se non nel corpo almeno in spirito: «in continuo contatto telefonico» col capo del governo.
    Conclusione: un documento finale nel quale non si fa parola del caso Vicenza (altrimenti finiva come al Senato la settimana scorsa), si ribadisce la fede collettiva nell’«insostituibilità» dell’Unione, contro i «tentativi per superare l’attuale maggioranza» denunciati da Giordano, e si conferma il «pieno sostegno» alla la politica «estera e di difesa» del governo (Parisi si è impuntato su questo).
    «Almeno dovremmo fissare il punto che una volta concordata una scelta non ci possono essere dissociazioni al momento del voto, perché il problema esiste», ha provato a chiedere Piero Fassino durante la riunione. Perché «sulla politica estera o siamo uniti o il governo cade», ha avvertito D’Alema. Ma sulla questione Afghanistan, (dove ovviamente «dobbiamo restare», ha ribadito il premier, e nessuno ha obiettato, salvo Diliberto che ha chiesto: «Dovete aiutarci a tenere i nostri parlamentari») la sinistra radicale non poteva sciogliere la riserva: c’è la manifestazione di protesta contro la base di Vicenza alla quale sono attesi i leader dei partiti pacifisti (non i membri di governo, ha ingiunto Prodi, e «evitiamo che si trasformi in una gazzarra antiamericana», ha ammonito D’Alema), e c’è una trattativa parlamentare sul testo del decreto di rinnovo della missione da tirare ancora un po’ in lungo per far mostra con la propria base parlamentare di aver ottenuto risultati concreti. Prodi ha già concesso l’impegno del governo per una fantomatica «conferenza internazionale di pace» sull’Afghanistan reclamata dal Prc, che in qualche modo dovrebbe essere evocata nel decreto per convincere un po’ di dissidenti a votare sì. Ma, ha avvertito, sulla politica estera «più che la concertazione conta la condivisione», e una volta stabilita «la linea, la si segue e rispetta».
    Che il vertice non sarebbe stato certo un redde rationem lo si capiva già dal numero dei partecipanti. Rutelli, protagonista negli ultimi giorni di un feroce scontro con l’ala sinistra, se ne è andato dopo una mezz’ora per correre a Ballarò. Mastella ha fatto atto di presenza e poi si è scusato: «Sono malato». Il titolare della Difesa Arturo Parisi, che dal triste giorno in cui la maggioranza non è stata in grado di votargli il sostegno in Senato reclamava un «chiarimento profondo» nel centrosinistra, ieri sera faceva trapelare la propria delusione per un esito che lascia aggrovigliati tutti i nodi dell’Unione.
    Prodi ha tirato le orecchie alla sua maggioranza, chiedendo che «cambi musica». Ha denunciato «l’avvitamento pericolosissimo del dibattito interno», distribuendo scappellotti a destra (Rutelli e Mastella) e a manca (la sinistra radical): «Sono seriamente preoccupato da questi atteggiamenti: rivendicazioni, pagelle, penultimatum. Il nostro elettorato non capisce», perché vuole «un centrosinistra compatto e coeso». Ha ribadito la propria disponibilità al confronto permanente: «Quando si è chiesto al governo di discutere, le porte sono sempre state aperte», ha denunciato il rischio che «invece di governare si litighi, invece di amministrare il paese si mettano bandierine o si alzino asticelle», in una sorta di «campagna elettorale» permanente. Soprattutto, ha tra le righe mandato una serie di avvertimenti: «Non accettiamo ingerenze, pressioni e violazioni degli accordi: vale per le missioni di pace, per le scelte istituzionali e per quelle sui diritti delle persone. La nostra democrazia non ha bisogno di lezioni». Un messaggio rivolto a tutti quei soggetti (gli Usa, la Chiesa e il suo pressing anti-Pacs, settori di establishment che attaccano le sue scelte economiche), che nei sospetti di Palazzo Chigi stanno lavorando contro il suo governo.

  2. #2
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    L’Unione trova un'intesa:Si resta in Afghanistan

    Il ministro degli Esteri: «Dipende solo da noi far fallire le manovre neocentriste». Il premier avverte la sinistra radicale: dovete farvi carico voi dei dissenzienti

    AMEDEO LA MATTINA da La Stampa

    «La maggioranza è coesa e insostituibile. La politica estera del Governo è condivisa da tutta l’Unione». Romano Prodi è soddisfatto alla fine di un vertice che è servito a ricompattare, almeno per il momento, la coalizione. Le differenze di fondo rimangono e il problema dei senatori dissidenti, quelli che Mastella ha definito i «cani sciolti», non è ancora risolto. Come richiamare all’ordine gli irriducibili sarà compito dei partiti che li hanno candidati e portati in Parlamento. E’ vero, ha riconosciuto Prodi, che ogni forza politica deve ascoltare la base e i propri parlamentari: deve anche «governarli così come l’esecutivo fa al suo interno». Perciò, «si può condividere solo al 90% la politica estera, ma poi bisogna votare al 100%».

    La sinistra radicale è d’accordo con questa impostazione. Ma per Dilibero, Giordano e Percoraro Scanio, l’Ulivo e il governo devono aiutare i partiti a far rientrare il dissenso. «Non posso andare a trattare con il singolo parlamentare», sbotta durante il vertice Prodi. «I mal di pancia dei singoli - avverte D’Alema - vanno curati dai loro azionisti. Se non c’è la maggioranza in politica estera, non c’è più il governo. E una volta decise le linee generali di politica estera, il ministro degli Esteri deve essere in grado di andare in giro per il mondo a trattare con le altre nazioni, senza dover ridiscutere ogni singolo punto». Il ministro degli Esteri ha poi avvertito la sinistra radicale: «Le manovre neocentriste si realizzano se voi fate cadere il governo».

    Anche Fassino insiste sulla necessità della «disciplina parlamentare». Ma Giordano fa notare che il Prc non ha mai messo in difficoltà il governo nei momenti cruciali del voto. E l’ultimo incidente al Senato, ha osservato Giordano, è venuto dall’Ulivo. «E’ vero - gli ha risposto D’Alema - ma l’Ulivo non può mediare all’infinito». Alla fine la sinistra radicale ha ottenuto di dare mandato ai capigruppo di modificare in parte il decreto sull’Afghanistan: più fondi per la cooperazione civile e l’impegno per una conferenza internazionale di pace. Nel comunicato finale della riunione non si fa riferimento alle missioni militari: un modo per non impegnare il governo alla vecchia formulazione del decreto e dare ai capigruppo la possibilità di modificarlo. «Sono state accolte le nostre richieste», ha spiegato Diliberto. In effetti nella prima formulazione del testo si diceva che la missione in Afghanistan era in continuità alla mozione parlamentare approvata dal Parlamento. Quello che rimane invariato è l’impegno dell’Italia in Afghanistan.

    A tutti i leader della sua maggioranza che ha incontrato ieri pomeriggio prima del vertice aperto anche ai capigruppo, il premier ha fatto lo stesso discorso. Ha detto che non è il momento di dividersi, di lacerarsi, che sono in molti ad avere il fucile puntato sull’esecutivo di centrosinistra. Nella sua relazione al vertice Prodi è stato molto netto. Ha chiesto agli alleati di stare attenti a non pensare di essere ancora in campagna elettorale. «Purtroppo - ha detto - assisto da settimane ad un avvitamento pericolosissimo del dibattito interno alla maggioranza. Rivendicazioni, pagelle, penultimatum che il nostro elettorato non capisce. Sono sinceramente preoccupato da questi atteggiamenti. I protagonismi o gli interessi egoistici servono solo a farci del male».

    Sulla politica estera in particolare Prodi ha chiesto agli alleati di essere consapevoli di come l’Italia abbia cambiato passo, «e lo ha fatto a testa alta»: «Oggi vi chiedo anche di cambiare musica». Alla fine della riunione erano tutti soddisfatti. Il premier ha detto che con questo accordo si andrà a un dibattito parlamentare sulla politica estera. E per Parisi questa volta gli alleati si sono parlati veramente: «Ciò che conta è che tutti, senza alcuna eccezione, hanno riconosciuto che non esiste alternativa alla coalizione che ha ricevuto dagli elettori il mandato a governare. Tutti si sono riconosciuti in una politica estera e di difesa». La resa dei conti con Rutelli non è andata in scena perché il leader della Margherita ha evitato di polemizzare andandosene via prima: doveva andare a Ballarò con Casini, al quale ha ribadito che non ci può essere un’altra maggioranza.

  4. #4
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    Vertice di maggioranza sull'Afghanistan

    Pieno sostegno al governo dai partiti

    "È chiaro - ha detto il premier Romano Prodi - che di fronte a un episodio abbastanza inconsueto come la lettera dei sei ambasciatori, ci sia una seria reazione di un paese che difende le pratiche consuete della politica internazionale". Così Prodi ha giustificato la lettera che D'Alema ha inviato ai ministri degli Esteri dei sei paesi Nato (in testa, Stati Uniti e Gran Bretagna). I cui ambasciatori avevano invitato l'Italia a non abbandonare l'Afghanistan. "Sorpresa e disapprovazione" - da parte del responsabile della Farnesina - per una iniziativa definita "inopportuna interferenza". Parole dure, quelle del ministro degli Esteri, che Washington ha subito commentato mantenendo il punto. Gli Stati Uniti "non cercano di interferire" nel dibattito politico italiano, ma vogliono ribadire una posizione sull'Afghanistan già espressa in sede Nato e continueranno a farlo" - la risposta del portavoce del Dipartimento di Stato, Sean McCormack. che ha ricordato come la lettera dei sei ambasciatori Nato ricalchi quanto già detto da Bush e dalla Rice. Una polemica Italia-Stati Uniti. È quella che ha salvato, sulla politica estera, la maggioranza di centrosinistra. Con la lettera di D'Alema è stato più facile recuperare la sinistra radicale nel vertice ospitato nella sede dell'Unione ma preparato da Prodi a Palazzo Chigi incontrando Giordano e Diliberto. Ma sull'Afghanistan, ancora la partita non è chiusa. Si lavorerà ad una mozione che accompagni il decreto e che racchiuda le scelte politiche riguardanti Kabul. Come chiesto da Giordano, Pecoraro Scanio e Diliberto. Resta comunque l'incognita dei sei senatori ribelli della sinistra radicale. E c'è comunque uno strappo politico-diplomatico con gli Stati Uniti che l'opposizione di centrodestra è già pronta ad evidenziare, in forte polemica con il governo Prodi.

    Tg5

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    Gli USA "salvano" Prodi con uno stratagemma mediatico ben preparato...

    In Pratica...grazie alla Lettera degli Ambasciatori,D'Alema e Prodi hanno potuto fare finta di fare la voce grossa con gli odiati USA mettendo di buonumore i partiti anti-americani che si sono presentati al vertice più malleabili e accondiscendenti...nulla di più facile,ragionando con tutta la dietrologia che abbiamo ereditato dopo anni di catto-comunsmo imperante,che fosse tutto concordato e studiato proprio con gli USA!!!

    In ogni caso è di fronte a tutti la totale incompetenza e mancanza di serietà oltre che di credibilità di questa Maggioranza sia nei confronti degli alleati (che devono ricorrere a trucchetti simili o pregare la CDL di non far mancare i suoi voti) sia nei confronti dei propri elettori oltre che dei propri Senatori.

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    E Cossiga sfotte...

    Cossiga: ''C'è stata ritirata della sinistra radicale e Prodi ha vinto''
    Il presidente emerito della Repubblica: ''Né il premier né Parisi hanno infierito. Sull'Afghanistan voterò contro''

    Roma, 7 feb. (Adnkronos/Ign) - ''Non sono solito esprimere giudizi su cose che non capisco, sono cose per me troppo difficili". E' la premessa di una dichiarazione di Francesco Cossiga sul vertice di ieri sulla politica estera del governo, ma un'opinione il presidente emerito della Repubblica se l'è fatta. "L'unica cosa che credo di avere capito - afferma - è che ancora una volta si è trattato di un grande successo di Romano Prodi, ed anche, come su Vicenza, di una saggia ritirata della sinistra radicale sui quali né Romano né Parisi, paghi del successo ottenuto, non hanno voluto infierire. E saggiamente la sinistra radicale ha 'incassato' e si è dichiarata… soddisfatta"?

    "Che farò io? Voterò naturalmente contro il rifinanziamento della missione militare italiana in quel Paese, ci mancherebbe altro"! ha concluso il senatore Cossiga, ribadendo quanto dichiarato ieri in un'intervista all'Adnkronos.


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    La crisi con gli USA è la crisi dell'Unione

    di Gabriele Cazzulini

    Mai peggio di così. Non si fa fatica a credere che i rapporti tra Italia e USA abbiano toccato un nuovo minimo storico. Il ritiro dall’Iraq nonostante il sacrificio degli italiani a Nassiriya; la smania di andare in Libano per stare con le braccia conserte mentre Hezbollah si riarma; le polemiche per impedire il rafforzamento della base americana a Vicenza; la crescente ambiguità sull’Afghanistan. Basta elencare le mosse della politica estera italiana per accorgersi che non sono soltanto palesi insuccessi, ma sono anche i passi verso un rapido isolamento dagli USA. D’altronde la politica estera dell’Unione è la cronaca di un fallimento annunciato. Da una parte domina il disimpegno al limite dell’irresponsabilità, dall’altra scatta un attivismo che espone a rischi incalcolati. La somma di tali opposti continua a produrre, inevitabilmente, il loro annullamento reciproco. Il problema della crisi Italia-USA è proprio questo: da quando l’Unione ha occupato il potere, l’Italia ha subito l’amputazione della sua politica estera. Non si tratta di “una” politica estera, ma di “qualunque” politica estera. Il problema attuale dello sganciamento dagli USA riflette il problema strutturale della paralisi politica che blocca l’Unione su ogni questione estera. L’Unione è nata per occupare il potere, non per governare.

    Ecco perché basta la lettera dell’ambasciatore americano in Italia per mettere in subbuglio il governo. Basta ricordare all’Italia il rispetto dei suoi obblighi e l’Unione finisce con le spalle al muro. Dopo l’Iraq, Kabul è il tabù dell’Unione, ormai incapace di far prevalere le tesi che sostengono l’intervento militare. L’opposizione interna della sinistra più estrema è accresciuta dalla scarsa convinzione con cui la sinistra alleata degli USA difende le sue scelte – può essere il percorso verso un allineamento di tutta l’Unione sul ritiro da Kabul. Ma anche nell’ipotesi in cui la sinistra radicale rimanesse una minoranza all’interno della maggioranza, e gli italiani rimanessero ancora a Kabul, rimane da capire cosa fare della base di Vicenza. La crisi Italia-USA è irreversibile perché ci sarà comunque una frattura – su Vicenza o su Kabul. E’ solo questione di tempo.

    L’unico e il solito palliativo è il vertice di maggioranza. Non si tratta di una soluzione per risolvere il problema, ma di una mediazione per raggirare il problema. La situazione è però più complicata. La politica estera non è l’unica paralisi che affligge l’Unione. Oltre alle portate del menu con cui Prodi proverà a servire una tregua alla sua frastagliata maggioranza, ci sono anche piatti meno succulenti – come i Pacs e la nuova tranche di liberalizzazioni. La logica dell’Unione mette infatti sullo stesso tavolo temi eterogenei come Afghanistan, Pacs e liberalizzazioni. Ogni questione politica diventa convertibile in termini di potere. E’ un espediente per mercanteggiare accordi tra le forze politiche, ognuna delle quali spera di tornare a casa con qualcosa in tasca avendo pagato il prezzo più economico possibile per averla. Non conta la lealtà, gli impegni assunti, l’affinità politica. Nelle incessanti contrattazioni dei vertici salva-Unione i problemi perdono la loro specificità, venendo percepiti solo come minacce al potere dell’Unione. In quanto tali, le minacce non vanno combattute ma evitate. Questo libero scambio di compensazioni reciproche è però favorito dal timore della sinistra estrema di vedersi estromessa dal governo per la formazione di una nuova maggioranza neocentrista – sia sull’Afghanistan che sui Pacs. Una nuova maggioranza, o peggio le maggioranze variabili, sono l’ulteriore minaccia che mette alle corde l’Unione, stimolando una disperata coesione. Ma allo stesso tempo ostacola il superamento naturale dei suoi conflitti interni perché li ingessa, li ingabbia, li congela solo per evitarne l’esplosione.

    La crisi con gli USA è in realtà la crisi del governo italiano. Il caotico processo decisionale dell’Unione è raffigurabile da una serie di bilance che devono compensare il dare con l’avere. Purtroppo non sono le bilance della giustizia, ma i bilancini dell’interesse di partito, anima e corpo della politica italiana. Incassare più di quanto si spende – vale col portafoglio e anche in politica. Ma col terrorismo?

  8. #8
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    La Nota di Massimo Franco

    Un’intesa pagata col gelo degli Usa

    Unanimità a Palazzo Chigi ma Washington sottolinea le ambiguità dell’Unione

    Il clima di intesa nell’Unione ha retto in modo miracoloso. Ma sta vacillando pericolosamente il rapporto fra Italia e Usa. I malumori contro la lettera-appello dei sei ambasciatori sulla missione in Afghanistan, pilotata dall’ambasciata americana a Roma, si sono rivelati un buon motivo per evitare divisioni. Il vertice che poteva sancire la frattura dell’Unione si è concluso con un omaggio corale al «cambio di passo a testa alta» sulla politica estera: un’allusione alla subalternità del governo berlusconiano agli Usa. Ed ha consentito a Romano Prodi di ottenere un lasciapassare unanime. Alla «sorpresa» del premier per la lettera si è unita la «disapprovazione» del ministro degli Esteri, D’Alema. Ma il tentativo di chiudere il caso con gli Usa è fallito.
    Fra palazzo Chigi e Casa Bianca si sta inspessendo un alone di tensione. La dichiarazione con la quale ieri il Dipartimento di Stato rivendica la lettera firmata anche dall’ambasciatore a Roma, Ronald Spogli, ufficializza una crisi fra i due Paesi. Spogli ha agito «pienamente in linea con Bush, il segretario di Stato Condoleezza Rice e il segretario alla Difesa Robert Gates», dichiara Sean McCormack, portavoce del Dipartimento di Stato. Come dire: il governo italiano deve sapere che ha di fronte l’intera Amministrazione. Le scuse del premier rumeno a Prodi per la firma messa dal suo rappresentante senza informarne il governo di Bucarest, confermano un’irritualità al limite della forzatura. Ma il dettaglio è secondario. Lo scambio di messaggi fra Roma e Washington evoca l’incomunicabilità e il braccio di ferro. D’Alema aveva scritto che la lettera «si presta ad essere interpretata come un’interferenza esterna».
    La risposta del portavoce della Rice è tagliente: abbiamo espresso la posizione già illustrata alla Nato, «e continueremo a farlo». Al fondo, si indovina un malinteso reciproco. La Casa Bianca appare convinta che il governo Prodi sia subalterno al pacifismo antiamericano, e affetto da una fragilità destinata a farlo cadere. Quanto all’Unione, sembra non aspetti altro che le presidenziali del 2008 e il dopo-Bush. Questa diffidenza alimenta i contrasti, e avvolge ancora di più nella nebbia il viaggio a Washington che Prodi vorrebbe fare. Nel frattempo, la sensazione è che gli Usa cerchino di incalzare un’Italia percepita come uno degli anelli deboli della politica estera europea. In realtà, Washington mostra di voler premere sul governo di Roma per rivolgersi implicitamente agli altri Paesi Ue restii ad impegnarsi in Afghanistan.
    Prodi ieri ha confermato la missione, in nome dell’Onu e del multilateralismo. Ha criticato «le strumentalizzazioni » dell’estremismo contro le basi Usa. Eppure, la conferma degli impegni internazionali promette di passare in secondo piano. Palazzo Chigi forse avverte il rischio di diventare il capro espiatorio delle divergenze fra Usa ed Europa. E comincia a temere di trovarsi impigliato in una strettoia più insidiosa di un’Aula parlamentare: soprattutto dopo che il centrosinistra ha celebrato la propria «insostituibilità».

    Massimo Franco da Il Corriere della Sera

 

 

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