Andrej Romanovic Chikatilo nasce il 15 ottobre 1936 da una famiglia di agricoltori in un villaggio dell’Ucraina. La madre muore durante il parto, il padre viene eliminato nel corso di una purga staliniana e Andrej cresce in uno dei tanti istituti per orfani controllati dal regime. Dopo gli studi e il servizio militare si stabilisce vicino Rostov. Frequenta l’università di Rostov dove studia letteratura. Dal 1978 al 1982 insegna in un istituto tecnico, è sposato e vive in un edificio vicino alla scuola.
Il 22 ottobre 1978 Chikatilo compie il suo primo omicidio. La vittima è una bambina di nove anni incontrata alla fermata dell’autobus. Eppure apparentemente era un buon padre di famiglia, un insegnante, niente fumo, niente vodka. In tribunale l’imputato proveniva dal sottosuolo su per una scala che conduceva direttamente nella gabbia. Nessuno riusciva a vederlo, ma tutti potevano ascoltare i suoi passi che rimbombavano sui gradini di legno. Mentre il giudice proseguiva inascoltato, l’imputato fissava la folla sconvolta con i suoi occhi bianchi e il suo spaventoso sorriso. Andrej era meravigliato e felice. Quel putiferio tutto per lui non gli pareva vero, si sentiva l’uomo del giorno. Era venuto a riscuotere il grandioso successo che lo avrebbe liberato di tutte le sue insicurezze, di tutte le sue paure, di tutte le sue frustrazioni.
Alla fine dell’estate del 1984, Chikatilo ha già ucciso più di trenta volte, donne e bambini. Teneva in vita le sue vittime per poterne bere il sangue e godere meglio della loro lenta agonia. Nell’autunno del 1990 viene arrestato e in seguito conferma la sua responsabilità nei trentaquattro omicidi di cui è accusato. Aggiunge alla lista diciannove delitti ai quali la polizia non lo aveva neppure collegato. Con la sua voce cavernosa, monotona e priva di emozioni cominciò a raccontare come aveva attirato nel bosco uno dei tanti bambini che aveva poi torturato, divorato e ucciso. Le sue descrizioni erano di una precisione spietata, non sorvolava mai sul benché minimo dettaglio. Capezzoli strappati a morsi, dita mozzate, orbite trapassate, cuori trafitti, organi sessuali asportati: questo era il suo mondo.
Nell’agosto del 1992 il processo al mostro di Rostov arriva alla sua drammatica fase conclusiva. Andrej Romanovic Chikatilo era stato giudicato sano di mente e responsabile delle sue azioni dai più prestigiosi psichiatri del paese, la condanna a morte sarebbe stata eseguita in data da destinarsi. Il capo della polizia di Rostov, che impiegò 10 anni per catturarlo, afferma che Andrej è un uomo astutissimo e non un pazzo come voleva far credere: se non avesse confessato sarebbe stato impossibile provare i suoi crimini.
Il mostro di Rostov, cupo eroe della fine del comunismo si era alzato in piedi e stava cantando l’Internazionale. Durante il trasporto, appena il vagone di fermò, un grappolo di gente lo prese d’assalto e sfogò tutta la rabbia che aveva in corpo contro le robuste pareti di metallo. Dentro quel guscio inviolabile il fragore dei pugni e dei calci diventava un tam-tam selvaggio e assordante, ma Andrej non era affatto spaventato: stava mangiando una mela e niente poteva turbare il suo appetito.
Il 14 novembre 1994 Andrej Romanovic Chikatilo viene giustiziato con un colpo di pistola alla nuca, ma non si sa se l'esecuzione sia veramente avvenuta. Il suo cervello è già stato prenotato da vari istituti psichiatrici.
http://www.horrortv.it/evilenko.htm


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