Ma quali Pacs... Basterebbe riformare la famiglia e il divorzio
(Tratto da www.italiasubito.it) - Si parla tanto di Pacs, il patto civile di solidarietà che permetterebbe unioni di fatto etero o omosessuali. Ma sarebbe il caso di parlare prima di matrimonio e divorzio. Infatti, in Italia, il matrimonio è difficile, il divorzio impossibile.
Sarebbe il caso che Pannella si desse una svegliata dal letargo senile nel quale lo hanno cacciato i troppi digiuni: i suoi sforzi del quale non smette mai di gloriarsi sono stati vani e divorziare è impossibile come prima del Concordato.
A buttarla lì, senza pensarci, i Pacs sembrano quello che sono: un'idiozia, e vengono proposti proprio perché esiste una ridicola legge sul divorzio che non fa sposare o risposare la gente: né prima, né dopo aver avuto già un'esperienza familiare.
E' paradossale, ma proprio per colpa della legge sul divorzio non si creano nuclei familiari sani e non nascono bambini. Ma la nostra classe politica è drammaticamente stupida, anche, purtroppo, quella che fa riferimento ai valori cristiani.
Non si tutela la famiglia in nessun modo, si favoriscono i divorzi, e poi sulle macerie di questi si vogliono creare unioni di fatto che saranno peggiori di qualsiasi famiglia disgregata.
La colpa è in gran parte dei giudici che stanno massacrando l'Italia su tutte le materie di loro competenza e di una legislazione vecchia come il cucco. Che nessuno intende cambiare.
Invece di creare i Pacs va riformato profondamente il diritto di famiglia, a favore della famiglia.
Vi spieghiamo il perché, non prima di aver toccato un altro argomento intimamente correlato: la denatalità. Infatti dagli esperti, ai professori, agli economisti fino ai giornalisti tutto il problema italiano viene spiegato in termini di declino demografico: dai tagli alle pensioni alla necessità di un’immigrazione incontrollata. La ragione che si fa necessità è questa: non nascono più bambini.
Nessuno però si chiede il perché o cerca di mettere riparo al problema al di là di sterili enunciazioni di principio. L’ultima rilevazione dell’Istat, l’Istituto italiano di statistica, risale al 2004. Allora sono nati 562.599 bimbi, quasi 40 mila in più rispetto al 1995.
Questo aumento vale soprattutto per il centro (+15%) e per nord (+25%) mentre al sud e nelle isole si è ancora in una condizione di denatalità (-9%). Ma c’è poco da esultare. Infatti le mamme italiane invecchiano: in dieci anni, è addirittura raddoppiato il numero delle donne con piu' di 40 anni che ha avuto un figlio. Si e' infatti passati dal 2,4% al 4,2%.
Ma non solo. Il tasso di natalità delle donne italiane resta bloccato sul 1,26 per cento (nel ’95, al minimo storico, fu di 1,19%), cioè poche donne hanno più di un figlio. Il 12 per cento dei nuovi nati di questa statistica, infatti, sono figli di donne straniere, che mantengono, anche vivendo in Italia, un tasso di natalità del 2,61%.
Per quelli che sono preoccupati da questo stato di cose – dal Papa, al presidente Napolitano, a Giovanardi e alla Bindi, tutti parlano di scandalo crescita zero o di “inverno demografico” -, basterebbe che una o due generazioni di italiani prolificassero dai tre ai cinque figli a coppia e non ci sarebbe bisogno di andare in pensione a ottant’anni e non avremmo questo disperato bisogno di immigrati che ci attanaglia.
Purtroppo c’è un diritto di famiglia, sancito nel lontano 1975, tagliato sulla società del 1945 nonostante la legge sul divorzio fosse di cinque anni precedente, che ormai, cambiati i tempi, sconsiglia il matrimonio e vieta di fare figli. Soprattutto in seconde nozze.
C’è una ragione storica: lo scontro che accompagnò l’introduzione del divorzio in Italia durò lunghi anni e la legge porta tutti i segni deformanti dell’accordo tra laici e cattolici che permise l’introduzione dell’istituto.
E c’è una ragione pratica: la magistratura civile, nel corso degli anni, ha stabilito una serie di assurde e farsesche interpretazioni delle norme che hanno portato a creare tali e tante barriere insormontabili. Cosicché per chi divorzia è praticamente impossibile rifarsi una vita.
Quanto al primo problema il conto è stato pagato soprattutto dalla Chiesa cattolica. I cattolici si batterono, dal loro punto di vista coerentemente, per rendere difficile l’iter di separazioni e divorzi. Volevano evitare il rischio che il matrimonio diventasse una “burla”: divorziare doveva essere difficile e la riconciliazione dei coniugi doveva essere agevolata in ogni modo prima di definirne la definitiva separazione.
Di contro, i laici volevano che il divorzio fosse sempre possibile, anche contro la volontà del coniuge per così dire “incolpevole”. Com’era prevedibile ne scaturì un mostro a nove teste. La Chiesa, in questo modo ha respinto e “secolarizzato” milioni di fedeli colpevoli soltanto di aver sposato il partner sbagliato in una società che cambiava rapidamente. E oggi li rincorre - ma è ancora in tempo? - per restituirgli la comunione o addirittura annullargli il matrimonio religioso con la Sacra Rota.
Quanto al secondo problema: lo hanno pagato sulla loro pelle soprattutto i figli di quei milioni di divorziati, quelli nati dal matrimonio e quelli mai nati perché nessuno ha più avuto voglia di farne.
Teniamo conto di un altro fatto: nella rappresentazione del legislatore degli anni ’70 il caso tipico di divorzio era quello del 'cumenda' il quale, invaghitosi di una ballerina di tabarin, abbandonava la moglie – casalinga o che aveva lasciato il lavoro per badare ai figli - che gli aveva lavato le mutande per trent’anni e almeno cinque o sei figli in tenera età.
L’uomo caricava in un sacco le sue sostanze e se le andava a spendere con quella poco di buono, mentre moglie e figli dovevano mendicare presso i parenti un tozzo di pane. Non raramente la ex-signora non aveva che una scelta: battere i marciapiedi dove la legge Merlin aveva relegato le prostitute già dal lontano 1959.
Il nobile sforzo dell’ordinamento giuridico divenne allora quello di preservare la poveretta e la prole. A tutti loro andava assicurato “lo stesso tenore di vita tenuto in costanza di matrimonio”.
Il cumenda e la ballerina avrebbero girato in Mercedes invece che in Ferrari e tutto sarebbe andato a posto.
I tempi sono profondamente cambiati, ma se chiedete a qualsiasi avvocato civilista, vi dirà ancora oggi che il divorzio è “roba per ricchi”. Invece ci restano impigliate migliaia di famiglie normali.
Nascono nella convinzione che mettendo insieme stipendi e sforzi a servizio dei sentimenti si poteva costruire qualcosa di buono per tutti. E una volta sciolte, le donne e gli uomini che costituivano le coppie finiscono nella disperazione, sempre sulla soglia della povertà e comunque stressati oltre ogni necessità.
I figli pagano il conto più salato della dissoluzione della coppia. Questo avviene soprattutto perché il diritto di famiglia italiano è vecchio, stantio e non regge più al moderno atteggiarsi del matrimonio. Non stiamo parlando di diversi tipi di coppia: quelle di fatto, quelle omo, quelle tra vecchi signori che decidono di farsi compagnia, lasciarsi la pensione e il subentro nell’affitto.
Stiamo parlando proprio del matrimonio tradizionale: mamma, papà, figlio e figlia e altri figli che oggi è divenuto minoritario nella scelta delle persone.
Uno dei fattori è, logicamente, quello economico. Nella società degli anni ’70, infatti, le famiglie di ceto medio o medio-alto, disponevano di un alto margine di risparmio perché la società di allora non considerava normale che il tenore di vita assorbisse completamente il reddito disponibile.
Oggi non è più né spiegabile, né sostenibile l’assegno a vita per il mantenimento del coniuge e dei figli (fino ai 45 anni di età). Mentre la possibilità di entrare sempre nell’asse ereditario e la continua opportunità di rimettere in discussione le sentenze divorzili, incatenano le coppie al loro passato e ai propri risentimenti. Cosicché non si divorzia mai. Come accadeva ai nostri nonni.
E infatti quelle norme furono pensate tenendo presente la realtà familiare degli anni ’50. Del resto deputati e senatori che approvarono quelle regole nel 1970, in maggioranza erano nati prima del 1920 o del 1925, se non negli ultimi anni del XIX secolo.
Il divorzio, a scanso di equivoci, doveva rimanere una cosa rara, destinata soprattutto a chi poteva permetterselo, da sconsigliare sempre. La storia ha sconvolto quelle teorie e quelle regole sconvolgono ancora oggi la società italiana. L’impianto di quella legge, comunque, non sarebbe diventato così rapidamente obsoleto se la magistratura italiana non avesse dimostrato per moltissimi versi di essere più arretrata del legislatore e ancor più priva di equilibrio.
Se avrete la pazienza di seguirci nelle altre “puntate” del nostro dossier vedrete infatti come queste regole, nate vecchie, siano diventate nella prassi giurisprudenziale, veri e propri reperti giurassici. Altro che Pacs. L’unica vera strada che può intraprendere la società italiana è quella di una immediata revisione e modernizzazione delle leggi sul diritto di famiglia e del divorzio.
Adrasto
fonte: http://www.destrasociale.org/




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