Risultati da 1 a 7 di 7
  1. #1
    brebus? no ndi sciu fai...
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    Predefinito Gli studiosi fanno rotta sui porti nuragici


  2. #2
    LiberaMente
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    Predefinito

    Brava! Mi hai preceduto di poco.
    A me però non mi si è aperto il file pdf.
    Metto anche la mia scannerizzazione allora:

    La Nuova Sardegna 08-07-07
    Cultura&Società, pag.35
    L’Archeologia nell’isola
    GLI STUDIOSI FANNO ROTTA SUI PORTI NURAGICI: APERTI NUOVI ORIZZONTI
    Dall’inviato Pier Giorgio Pinna
    Alghero
    Un nuraghe sovrasta la baia riparata dai venti dominanti: acque profonde, tran-quille, con uno o più approdi sicuri. Vici-no alla spiaggia capanne di pescatori. Non lon-tano muri e costruzioni per custodire bestia-me, cibo, sale, selvaggina. E, ancora, depositi ricchi di ossidiana, ferro, argento: tutti prodot-ti smerciabili al di là del mare. Appena oltre, alla fonda o in secca, qualche grossa imbarca-zione (pensate, fatte le debite proporzioni, alle navicelle di tré millenni fa trovate in aree ar-cheologiche della Sardegna). Tutt'attorno, strade di terra battuta. Portano all'interno.
    Verso villaggi accoglienti e difendibili.
    È questa, con inevitabili approssimazioni, la ricostruzione presumibile dei porti costrui-ti dai nuragici tra il 17° e il 9° secolo prima di Cristo. Una ricostruzione valida per tanti dei quasi duemila chilometri di litorale: dall'at-tuale Porto Conte sino a Carloforte, da Cala Gonone alle rade della Gallura e dell'Oglia-stra. Un mondo in larga misura inesplorato, quello degli scali realizzati dai costruttori di torri. Ma che adesso, grazie a nuove ricerche intraprese da diversi specialisti, potrebbe ri-servare meravigliose sorprese. Il perché è pre-sto detto: indizi e prove crescono settimana do-
    po settimana.
    Intanto, qualche dato per comprendere me-glio il fenomeno. Gli oltre settemila nuraghi giunti sino a noi erano in origine di più, qual-cuno sostiene addirittura il doppio. Molti, mai censiti, si trovano ancora celati sotto terra.
    Tantissimi altri sono andati distrutti. In ogni caso, parecchie centinaia di costruzioni super-stiti appaiono oggi collocate di fronte al mare.
    A picco o su versanti scoscesi. Quasi a domi-nare l'orizzonte. Va inoltre ricordata una no-vità recentissima: durante un convegno scien-tifico internazionale tenuto a Siviglia il profes-sor Giampiero Pianu ha svolto sul tema una relazione particolarmente dettagliata, accolta dai suoi colleghi con grande favore. Il docente insegna Metodologia della ricerca archeologi-ca nell'ateneo sassarese. «Con l'intervento sui porti nuragici ho inteso lanciare il classico sasso nello stagno — spiega adesso con con-vinzione — Ma ora sono pronto a intraprende-re una mappatura dettagliata lungo i nostri li-torali. E a studiare l'intera problematica. An-zi, in qualche caso per conto dell'ateneo ho già preso contatti in questo senso con la So-vrintendenza».
    Dopo gli ultimi 30 anni di scavi non si discute più sul fat-to che in quei secoli i sardi fos-sero pastori e cacciatori ma anche marinai. Lo stesso prin-cipe e decano degli archeologi Giovanni Lilliu è da tempo d'accordo sulla navigazione di piccolo cabotaggio, quella cioè non lontana dalla fascia costie-ra. Alcuni suoi colleghi più giovani si spingono oltre, sino a ipotizzare spedizioni in terre
    lontane nelle stagioni favore-voli. Da allora le rotte si esten-dono. Ci sono così le ricostru-zioni di ampio respiro mediter-raneo fatte da Sergio Frau, il giornalista di Repubblica auto-re del bestseller Le Colonne d'Erede. E fiorita una vasta pubblicistica opera di esperti e meno esperti, autodidatti e
    non. E sulle vie navali del-l'Età del bronzo il relitto di Uluburun, la famosa nave naufragata nel XIV secolo a.C. sui fondali turchi con un prezioso carico, ha fatto stabi-lire connessioni con antichi re-
    perti egei trovati a Decimopu-tzu, Gonnosfanadiga e Orroli.
    Si parla di vasti traffici già in un epoca che precede l'arrivo dei Fenici. Le stesse navicelle
    nuragiche, votive o meno, sono testimonianza di familiarità col mare. Vengono esaminate le
    potenzialità dì miniere e saline sarde in chiave commerciale già 3000-3500 anni fa. Fioriscono
    analisi che su questi argomenti legano storia e archeologia. Tra i libri, i saggi del comandante
    della marina mercantile Giacomo Pisu sulla flot-ta Shardana e altri tentativi di ricerca più o me-
    no convincenti. Comunque destinati a suscitare interesse. E, soprattutto, a sollevare il velo d'om-
    bre che per troppo tempo ha ricoperto l'intera questione. Individuati gli obiettivi, le nuove in-
    dagini porteranno altra luce. Nel frattempo è possibile parlare di una serie di scali dal fascino
    misterioso in punti chiave della costa. Alcuni già studiati. Altri da esaminare a fondo. Tra i
    primi, c'è Cala Ostina, a est di Castelsardo. Spie-ga in proposito il docente Paolo Melis, che ha
    pubblicato un saggio sul caso: «L'insenatura ci offre un esempio d'approdo di sicuro utilizzato
    da genti nuragiche e assurto, probabilmente sul-lo scorcio dell'Età del bronzo, a scalo marittimo
    di una certa importanza. Le evidenze archeologi-che mostrano inoltre come il potenziamento,
    seppur limitato a modeste installazioni e alla realizzazione della strada d'accesso, avvenne in
    epoca romana e non prima, in apparenza senza soluzioni di continuità rispetto al precedente
    scalo gestito dagli indigeni». Sulla stessa falsari-ga si può ipotizzare altrove il riuso di strutture
    d'epoca precedente da parte di Euboici, Mice-nei, Punici, Romani. A Tharros come a Nora. A
    Bithia come sull'odierna costa dorgalese. un pun-to dolente è che, mentre sono stati rinvenuti i re-
    sti d'imbarcazioni costruite fra i 2500 e il 1500 anni fa, mai è stato scoperto uno scafo nuragico.
    Eppure è impossibile pensare che le tribù dei costruttori di torri non sapessero navigare. Ci
    sono anzi altre prove del contrario. In diverse aree della Sardegna sono state trovate specie
    animali e vegetali assenti prima del Neolitico: i nuovi «coloni» non possono essere arrivati cer-
    to via terra. È poi un fatto che l'ossidiana, oro nero degli antichi, sia stata esportata così mas-
    sicciamente da far escludere il ricorso a soli mercanti stranieri. L'ennesimo esempio di
    export remotissimo? Il rame di Calabona, vicino ad Alghero, forse usato per modellare la Lupa
    capitolina. A Creta, inoltre, sono venute alla lu-ce ceramiche simili a quelle del nuraghe Palma-
    vera. Tutti segnali chiari di un intenso traffico nelle due direzioni: da e per la Sardegna, direb-
    be oggi con linguaggio tipico qualche ammini-stratore di una compagnia di navigazione.
    Certo, a livello accademico sono in tanti a pensare che al-cune di queste tesi siano «sug-
    gestive», come si afferma con un eufemismo quando non si vuole infierire su studiosi con-
    siderati professionisti non or-todossi. Ma scettici e critici so-no sempre meno. Chiarisce an-
    cora Giampiero Pianu: «I nu-ragici avevano un controllo perfetto della regione, coste
    comprese. Non è pensabile non governassero limare. Per-ché stupirsi, del resto? Un'iso-la con abitanti che non naviga-no è destinata a non esistere come tale». Non si sa quanti fossero i nuragicì, neppure per approssimazione. A Baru-mini il villaggio ospitava 600-700 persone. Forse in tutta
    la Sardegna nel periodo di maggior fulgore della civiltà erano decine di migliala. Ma un fatto è certo. Oggi antichi approdi, depositi primitivi, al-levamenti primordiali di pesci indicano grande dimestichez-za col mare. m definitiva, per l'archeologia sarda, è quasi l'i-nizio di un nuovo viaggio.

    APPROFONDIMENTI NEL SOLCO DELLE REMOTE CIVILTà SARDE
    LA SCOPERTA DI ALTRE ROVINE
    IMPULSI AGLI SCAVI NELLA NURRA

    Dall’inviato
    Alghero
    Qualche giorno fa si è se-duto davanti a un com-puter e ha scritto alla sua amministrazione, la so-
    vrintendenza per i Beni ar-cheologici delle province di Sassari e Nuoro. Motivo: «II rinvenimento di nuove, note-voli strutture murarie». Co-struzioni venute alla luce non lontano da nuraghi in
    crocevia di grande importan-za nella Nurra. Poi l'autore della lettera, Eugenio Muro-•li, 55 anni, di Pozzomaggiore, subacqueo e custode della sovrintendenza, appassiona-issimo di questi temi, da sempre affascinato dall'idea che i sardi costruttori di torri tos-erò esperti navigatori, ha fatto una segnalazione analoga alla Forestale. Lui natural-mente sa bene dove si trovano i resti. E lo sanno gli archeologi Giampiero Pianu e Susanna Baffìgo, ai quali li ha mostrati per una prima va-lutazione. Tutti però preferi-scono non rivelare la località esatta: nessuno vuole agevo-lare trafficanti e tombaroli senza scrupoli. La scoperta potrebbe riservare sorprese, forse dare impulsi alle indagi-
    ni sulla civiltà nuragica. Ma è troppo presto per dirlo.
    Pianu fa tuttavia tré consi-derazioni importanti. La pri-ma: le testimonianze si trova-no non lontanissimo da ap-prodi naturali riparati dal maestrale. La seconda: vici-no c'è un nuraghe con vista sul mare e altri nell'immedia-to entroterra. La terza: nella stessa zona ci sono resti di età romana tali da far pensa-re che almeno dai Latini fos- se conosciuta. «Ecco perché — dice — ho già chiesto informalmente alla sovrintendenza di poter lavorare nel nuovo sito a nome dell'ateneo».
    «Sono convinto che l'intera area abbia una valenza rile-vante anche sotto un profilo dell'archeo-astronomia», dice Eugenio Muroni, che nell'aprile 2004 aveva individuato un nuraghe mai censito a Cala del vino, tra Porticciolo e Porto Ferro, sulla costa nord-occidentale dell'isola.
    All'esploratore-sub bastereb-be sapere adesso se la sua ul-tima scoperta permetterà con-catenazioni, magari con la leggendaria città di Nure di cui si è spesso parlato vicino al lago di Baratz. «Per me — è la sua conclusione — è in ogni caso importante trovare altri elementi di conoscenza su ricostruzioni del passato trascurate o dimenticate.
    Non si sbilancia in attesa di verifiche più approfondite neppure Susanna Baffigo, che ha lavorato a lungo nell’area nuragica di Sant’Imbenia e nello Ziqqurat di Monte d’Accoddi. Esaminate ufficiosamente le rovine coperte da piante di lentischio, rovi e macchia, l’archeologa spiega che qualche pietra alla base degli antichi manufatti conserva gli agganci a forma di Y con un andamento circolare tipico della civiltà nuragica. “C’è però troppa vegetazione per trarre conclusioni sul periodo di costruzione – prosegue – Gli approfondimenti sono indispensabili”.
    Insomma, non rimane che attendere. Ma con una speranza in più sugli stretti legami fra i sardi costruttori di torri e i sardi navigatori. (pgp)

    http://img236.imageshack.us/my.php?i...uragiciqc0.jpg
    Su Templare

  3. #3
    brebus? no ndi sciu fai...
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    il link funziona. Si apre con adobe reader 7.0

  4. #4
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    a me non ha dato nessun problema...

  5. #5
    LiberaMente
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    Citazione Originariamente Scritto da Idhoca Visualizza Messaggio
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    E' vero hai ragione, sono io il solito incapace!
    Cmq in quello che ho postato c'è il secondo articolo e la cartina sui porti nur che nell'art. on-line manca.
    Su Templare

  6. #6
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    http://espresso.repubblica.it/dettag...onti/1503349/6

    notare che chi si è dedicato maggiormente all'argomento come il comandante Jaku è nominato una sola volta.
    Che grandi.
    J

  7. #7
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    "notare che chi si è dedicato maggiormente all'argomento come il comandante Jaku è nominato una sola volta...."

    Verro, caro Juliu. Nel 2004, invitati da Eugenio Muroni (Lui è nominato...) archeosub di portotorres, andammo con Jakw a vedere... tornammo a portotorres per una Mega-conferenza all'Hotel SHER-DAN e Jakw cominciò allora a parlare di cala del Vino e dell'allineamento dei nuraghes della costa... poi arrivò il libro "I Porti Nuragici e Shardana"...
    PS fra le centinaia di spettatori attenti alla megaconferenza vi era anche Gavino, che la sera cenò con noi ...
    SHAR

 

 

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