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    Predefinito FOIBE:10 Febbraio.Il Giorno del Ricordo

    Mappa delle foibe

    tratto da www.lefoibe.it



    Foiba di Basovizza e Monrupino (Trieste) - Oggi monumenti nazionali. Diverse centinaia sono gli infoibati in esse precipitati.

    Foiba di Scadaicina - Sulla strada di Fiume.

    Foiba di Podubbo - Non è stato possibile, per difficoltà, il recupero. Il Piccolo del 5.12.1945 riferisce che coloro che si sono calati nella profondità di 190 metri, hanno individuato cinque corpi - tra cui quello di una donna completamente nuda - non identificabili a causa della decomposizione.

    Foiba di Drenchia - Secondo Diego De Castro vi sarebbero cadaveri di donne, ragazze e partigiani dell'Osoppo.

    Abisso di Semich - "...Un'ispezione del 1944 accertò che i partigiani di Tito, nel settembre precedente, avevano precipitato nell'abisso di Semich (presso Lanischie), profondo 190 metri, un centinaio di sventurati: soldati italiani e civili, uomini e donne, quasi tutti prima seviziati e ancor vivi. Impossibile sapere il numero di quelli che furono gettati a guerra finita, durante l'orrendo 1945 e dopo. Questa è stata fina delle tante Foibe carsiche trovate adatte, con approvazione dei superiori, dai cosiddetti tribunali popolari, per consumare varie nefandezze. La Foiba ingoiò indistintamente chiunque avesse sentimenti italiani, avesse sostenuto cariche o fosse semplicemente oggetto di sospetti e di rancori. Per giorni e giorni la gente aveva sentito urla strazianti provenire dall'abisso, le grida dei rimasti in vita, sia perché trattenuti dagli spuntoni di roccia, sia perché resi folli dalla
    disperazione. Prolungavano l'atroce agonia con sollievo dell'acqua stillante. Il prato conservò per mesi le impronte degli autocarri arrivati qua, grevi del loro carico umano, imbarcato senza ritorno…" (Testimonianza di Mons. Parentin - da La Voce Giuliana del 16.12.1980).

    Foibe di Opicina, di Campagna e di Corgnale - "Vennero infoibate circa duecento persone e tra queste figurano una donna ed un bambino, rei di essere moglie e figlio di un carabiniere ..."(G. Holzer 1946).

    Foibe di Sesana e Orle - Nel 1946 sono stati recuperati corpi infoibati.

    Foiba di Casserova - Sulla strada di Fiume, tra Obrovo e Golazzo. Ci sono stati precipitati tedeschi, uomini e donne italiani, sloveni, molti ancora vivi, poi, dopo aver gettato benzina e bombe a mano, l'imboccatura veniva fatta saltare. Difficilissimi i recuperi.

    Abisso di Semez - Il 7 maggio 1944 vengono individuati resti umani corrispondenti a ottanta - cento persone. Nel 1945 fu ancora "usato".

    Foiba di Gropada - Sono recuperate cinque salme. " Il 12 maggio 1945 furono fatte precipitare nel bosco di Gropada trentaquattro persone, previa svestizione e colpo di rivoltella "alla nuca". Tra le ultime: Dora Ciok, Rodolfo Zuliani, Alberto Marega, Angelo Bisazzi, Luigi Zerial e Domenico Mari".

    Foiba di Vifia Orizi - Nel mese di maggio del 1945, gli abitanti del circondario videro lunghe file di prigionieri, alcuni dei quali recitavano il Padre Nostro, scortati da partigiani armati di mitra, essere condotte verso la voragine. Le testimonianze sono concordi nell'indicare in circa duecento i prigionieri eliminati.

    Foiba di Cernovizza (Pisino) - Secondo voci degli abitanti del circondario le vittime sarebbero un centinaio. L'imboccatura della Foiba, nell'autunno del 1945, è stata fatta franare.

    Foiba di Obrovo (Fiume) - E' luogo di sepoltura di tanti fiumani, deportati senza ritorno.

    Foiba di Raspo - Usata come luogo di genocidio di italiani sia nel 1943 che nel 1945. Imprecisato il numero delle vittime.

    Foiba di Brestovizza - Così narra la vicenda di una infoibata il "Giornale di Trieste" in data 14.08.1947. "Gli assassini l'avevano brutalmente malmenata, spezzandole le braccia prima di scaraventarla viva nella Foiba. Per tre giorni, dicono i contadini, si sono sentite le urla della misera che giaceva ferita, in preda al terrore, sul fondo della grotta."

    Foiba di Zavni (Foresta di Tarnova) - Luogo di martirio dei carabinieri di Gorizia e di altre centinaia di sloveni oppositori del regime di Tito.

    Foiba di Gargaro o Podgomila (Gorizia) - Vi furono gettate circa ottanta persone.

    Capodistria - Le Foibe - Dichiarazioni rese da Leander Cunja, responsabile della Commissione di indagine sulle Foibe del capodistriano, nominata dal Consiglio esecutivo dell'Assemblea comunale di Capodistria: "Nel capodistriano vi sono centosedici cavità, delle ottantuno cavità con entrata verticale abbiamo verificato che diciannove contenevano resti umani. Da dieci cavità sono stati tratti cinquantacinque corpi umani che sono stati inviati all'Istituto di medicina legale di Lubiana. Nella zona si dice che sono finiti in Foiba, provenienti dalla zona di S. Servolo, circa centoventi persone di etnia italiana e slovena, tra cui il parroco di S. Servolo, Placido Sansi. I civili infoibati provenivano dalla terra di S. Dorligo della Valle. I capodistriani, infatti, venivano condotti, per essere deportati ed uccisi, nell'interno, verso Pinguente. Le Foibe del capodistriano sono state usate nel dopoguerra come discariche di varie industrie, tra le quali un salumificio della zona"

    Foiba di Vines - Recuperate dal Maresciallo Harzarich dal 16.10.1943 al 25.10.1943 cinquantuno salme riconosciute. In questa Foiba, sul cui fondo scorre dell'acqua, gli assassinati dopo essere stati torturati, finirono precipitati con una pietra legata con un filo di ferro alle mani. Furono poi lanciate delle bombe a mano nell'interno. Unico superstite, Giovanni Radeticchio, ha raccontato il fatto.

    Cava di Bauxite di Gallignana - Recuperate dal 31 novembre 1943 all'8 dicembre 1943 ventitré salme di cui sei riconosciute. Don Angelo Tarticchio nato nel 1907 a Gallesano d'Istria, parroco di Villa di Rovigno. Il 16 settembre 1943 - aveva trentasei anni - fu arrestato dai partigiani comunisti, malmenato ed ingiuriato insieme ad altri trenta dei suoi parrocchiani, e, dopo orribili sevizie, fu buttato nella foiba di Gallignana. Quando fu riesumato lo trovarono completamente nudo, con una corona di spine conficcata sulla testa, i genitali tagliati e messi in bocca.

    Foiba di Terli - Recuperate nel novembre del 1943 ventiquattro salme, riconosciute.

    Foiba di Treghelizza - Recuperate nel novembre del 1943 due salme, riconosciute.

    Foiba di Pucicchi - Recuperate nel novembre del 1943 undici salme di cui quattro riconosciute.

    Foiba di Surani - Recuperate nel novembre del 1943 ventisei salme di cui ventuno riconosciute.

    Foiba di Cregli - Recuperate nel dicembre del 1943 otto salme, riconosciute.

    Foiba di Cernizza - Recuperate nel dicembre del 1943 due salme, riconosciute.

    Foiba di Vescovado - Scoperte sei salme di cui una identificata.

    Altre foibe da cui non fu possibile eseguire recupero nel periodo 1943 - 1945: Semi - Jurani - Gimino - Barbana - Abisso Bertarelli - Rozzo - Iadruichi.
    Foiba di Cocevie a 70 chilometri a sud-ovest da Lubiana.
    Foiba di San Salvaro.
    Foiba Bertarelli (Pinguente) - Qui gli abitanti vedevano ogni sera passare colonne di prigionieri ma non ne vedevano mai il ritorno.
    Foiba di Gropada.
    Foiba di San Lorenzo di Basovizza.
    Foiba di Odolina - Vicino Bacia, stilla strada per Matteria, nel fondo dei Marenzi.
    Foiba di Beca - Nei pressi di Cosina.
    Foibe di Castelnuovo d'Istria - "Sono state poi riadoperate - continua il rapporto del Cln - le foibe istriane, già usate nell'ottobre del 1943".
    Cava di bauxite di Lindaro.
    Foiba di Sepec (Rozzo).


  2. #2
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    ISTRIA 1947-2007 Il silenzio degli intellettuali

    A 60 anni dalla firma del trattato di Parigi che ci toglieva le terre istriane e giuliane

    Pochi giorni prima della firma del trattato di pace tra le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale e l’Italia, che, il 10 febbraio 1947, a Parigi, avrebbe strappato al nostro Paese quasi tutta la Venezia Giulia, legalizzando l’occupazione militare jugoslava di quei territori, il ministero della Pubblica istruzione inviava alle scuole italiane di ogni ordine e grado un telegramma che invitava docenti e studenti a manifestare la «fiera protesta contro un accordo imposto con la violenza alla nazione». Pur in conformità allo «spirito di dignità consono all’ora dolorosa che la patria attraversa», occorreva riaffermare pubblicamente «le prerogative irrinunciabili dell’Italia alla propria integrità territoriale». Era necessario esprimere «lo sdegno contro una pace coatta che disconosce i diritti del popolo italiano», il quale, dopo aver combattuto durante gli ultimi due anni del conflitto «a fianco di chi prometteva la libertà», era costretto, ora, a piegarsi dinanzi a un diktat «respinto dalla propria coscienza morale», senza avere neppure la possibilità di appellarsi al consorzio internazionale «perché tale arbitrio non sia consumato».

    Si trattava di uno scatto di orgoglio nazionale, lodabile in sé, ma assolutamente tardivo che non risarciva la lunga indifferenza con cui governo e classe politica italiana avevano seguito gli sviluppi di questa cruciale questione, che, dopo la sua disgraziata soluzione, avrebbe costretto quasi quattrocentomila nostri connazionali ad un esodo biblico, fuori delle loro sedi millenarie. In questo caso, almeno, il neonato regime repubblicano aveva dato veramente cattiva prova di sé, come avrebbe ricordato Gaetano Salvemini in un intervento apparso nel 1953. Invece di attestarsi sulla difesa del principio dell’«autodeterminazione dei popoli» e sul riconoscimento della cosiddetta «linea Wilson», che, secondo i propositi espressi dal presidente americano fin dal 1919, avrebbe dovuto garantirci il pieno possesso dei nostri confini orientali, le forze politiche uscite vincitrici dalla guerra civile avevano preferito baloccarsi con il sogno di conservare le colonie africane, che, in spregio ai decantati principi anticolonialisti e terzomondisti, venivano reputate dal demolaburista Ruini, dall’azionista Parri, dal socialista Nenni, dal comunista Grieco, indispensabili per garantire migliori condizioni di vita al proletariato italiano.

    In questo contesto, Togliatti, da sempre favorevole alla cessione delle regioni istriane e giuliane al regime comunista di Tito, aveva aggiunto il danno alla beffa, domandando con artefatto candore: «Se il governo inglese vuole proprio dimostrarci la sua amicizia perché invece che cominciare da Trieste non comincia col dichiarare di esser d’accordo che rimangano all’Italia le sue vecchie colonie?». Altri, poi, aggiungevano nuovi argomenti, cospiranti anche essi, a giustificare la perdite delle italianissime terre adriatiche. I profeti del federalismo europeo sbandieravano l’utopia di una futura unione continentale che avrebbe dovuto ricongiungere oriente ed occidente, nella quale «i confini sarebbero stati tracciati col lapis e non più con l’indelebile inchiostro». L’azionista, Aldo Garosci avanzava un pretesto che risaliva alla più vieta Realpolitik, secondo il quale nulla poteva essere concesso a popoli che, come l’Italia, si presentavano dinnanzi al tribunale delle nazioni nella veste di «profeti disarmati». Argomento che Salvemini seccamente rifiutava, rivendicando il diritto anche per gli sconfitti di far valere le loro ragioni, a meno di voler perdere persino la «prerogativa di protestare», riducendosi nella «condizione di schiavi o di liberti».
    Quel diritto al dissenso, inutile forse sul piano dei risultati concreti, ma importantissimo per il suo valore etico e politico, fu impugnato con forza da numerosi intellettuali (Borgese, Sestan, Chabod, Carlo Antoni) e da un partito politico trasversale che, in seno alla Costituente, nelle drammatiche sedute del luglio 1947, avrebbe rifiutato di ratificare le condizioni di pace. In esso, erano presenti uomini della vecchia Italia, come Francesco Saverio Nitti e Vittorio Emanuele Orlando, che accusavano il governo italiano di «cupidigia di servilità» verso i vincitori, proclamandosi convinti del fatto che un tratto di penna non poteva dilapidare parte integrante delle conquiste della guerra patriottica del 1915, che aveva compiuto il nostro Risorgimento. Rappresentava bene l’insieme di queste posizioni Benedetto Croce, che in un discorso memorabile ricordava come troppo a lungo ci si era cullati nell’illusione che l’esiguo contributo delle forze partigiane e quello sicuramente più cospicuo del regio esercito alla lotta contro il nazismo avrebbe potuto bilanciare una disfatta militare le cui conseguenze ricadevano su tutta la nazione. Fascisti e antifascisti, sosteneva Croce, portavano egualmente il peso del fallimento: «Perché quella guerra sciagurata, impegnando la nostra patria, impegnava tutti noi, senza eccezioni, noi che non possiamo distaccarci dal bene e dal male di essa, né dalle sue vittorie né dalle sue sconfitte».
    Lodava senza condizioni questo intervento uno strenuo oppositore di Mussolini come Leo Valiani, che lo definiva non solo adeguato «ai tempi di ferro che noi attraversiamo», ma anche capace di «ristabilire il legame storico fra le generazioni che ci precedettero, che fecero l’Italia, e la nostra generazione, che rischia di perderla e quelle future, che di quella perdita ci riterranno responsabili». Nel pronunciare, in aula, queste parole, Valiani, portava anche la sua personale testimonianza di giuliano e di fiumano, per il quale le clausole del Trattato di Parigi costituivano una ferita inferta nelle «carni vive», e un sopruso che sanciva le ingiuste pretese della Jugoslavia, la quale considerava ormai i nostri territori orientali «come definitivamente suoi» e gli italiani lì insediati da secoli «come cittadini jugoslavi, a meno che non scappino, a meno che non se ne vadano clandestinamente, abbandonando i loro averi». L’Italia era dunque nei confronti del regime di Tito in una posizione di aperta «contesa», e quando non fosse arrivata a una soddisfacente chiarificazione con Belgrado avrebbe dovuto trarne le dovute conseguenze e porsi in un «atteggiamento di resistenza attiva».
    Anche Togliatti criticava la politica estera del governo De Gasperi. Ma con diversissimi intenti. Il leader del Pci, in quell’occasione, diffondeva la «grande bugia» di un’Italia asservita ai voleri del capitale anglo-americano e per questo ostile a cercare un’intesa con le giovani democrazie socialiste dell’Est, disposte a riservare un «futuro di pace e di libertà» per quanti fossero disposti a vivere all’interno di quella «cortina di ferro» che ormai, come avrebbe detto di lì a poco Winston Churchill, era calata sull’Europa: «Da Stettino, sul Baltico, a Trieste, sull’Adriatico».

    da Il Giornale

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    Così la vergogna delle foibe sopravvive all’oblio marxista

    da il Giornale

    Marx voleva cambiare la storia futura secondo i suoi desideri e, per raggiungere l’obiettivo, creò una filosofia della storia che, mediante la lotta di classe, metteva tutte le cose in ordine come voleva lui. I marxisti hanno fatto la stessa operazione nei vari settori in cui hanno lavorato: politica, storia, filosofia, letteratura, sociologia. La storia delle foibe è esemplare. Per cinquant’anni, come ha detto giustamente il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, i governi del nostro paese hanno dimenticato gli esuli. Il dramma delle foibe e degli istriani e dalmati è stato cancellato perché non trovava spazio nella storia italiana dal 1945 in poi secondo il modello della storiografia marxista che egemonizzò istituzioni, scuole, giornali. Fu cancellato non solo il fatto - le «fosse di Tito» e l’esodo degli italiani - ma anche la sua memoria.
    Se cambiamo materia e passiamo dalla storia alla storia della filosofia le cose non cambiano. La Bompiani ha pubblicato «la prima e unica traduzione integrale a livello nazionale e internazionale» della classica raccolta dei frammenti dei Presocratici realizzata al principio del XX secolo da Hermann Diels e Walther Kranz. A curare per l’Italia i frammenti di Parmenide, Eraclito, Pitagora, Anassimandro, Anassimene e i tantissimi altri filosofi che sono, come disse Jean-Paul Dumont, «la memoria della nostra civiltà occidentale», è Giovanni Reale che ha fornito questa «traduzione integrale» proprio per riparare alla «manomissione del sapere filosofico», come ha detto lo stesso Reale ad Armando Torno, operata dai marxisti. Fatto, questo, in sé curioso perché da circa quarant’anni esiste in Italia una traduzione del Diels-Kranz edita da Laterza e curata da Gabriele Giannantoni, un signor filologo. Eppure, proprio questa traduzione, che è ritenuta completa, completa non lo è affatto. Molte sono le omissioni e sono trascurati i problemi filosofici, mentre ci si sofferma su cose non essenziali. Perché? Perché la filosofia italiana, dal secondo dopoguerra, nelle università è stata come sequestrata «da una precisa concezione politica che cercava di svuotare i veri significati delle idee, soprattutto di quelle forti».
    Lo schema, come si vede, è sempre il medesimo, sia che si tratti di storia sia che si tratti di filosofia: bisogna tener conto di ciò che serve all’ideologia, mentre ciò che è di ostacolo e non rientra nei ranghi va cancellato o espunto. Una vera e propria «tecnica della manipolazione» che, alla lettera, cambia le carte in tavola: si nascondono documenti, si rimuovono fatti, si ritoccano fotografie. Oggi questa cosa può anche far sorridere, ma se si pensa che il marxismo è stato presentato come una scienza, anzi, l’unica vera scienza (il socialismo era «scientifico» per definizione) si capisce come il Novecento sia stato non solo il secolo delle idee assassine, ma anche il secolo delle idee menzognere.

  4. #4
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    Sabato 10 febbraio a Pescara - Giornata del Ricordo per i Martiri delle Foibe:

    - 100 S. Messa presso la Chiesa dello Spirito Santo

    - 110 deposizione corona al monumento presso la Piazza Martiri delle Foibe

    - 170 conferenza presso l'auditorium della Circoscrizione 5 in viale Bovio 466 con i proff. Fares e Centorame; a seguire alle ore 19:00 concerto del Mitteleuropa Ensemble

  5. #5
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    BERTOLINI: C'E' DIFFIDENZA NELLA SINISTRA NEL RICORDARE LE FOIBE


    "Auspichiamo che le celebrazioni ufficiali organizzate in occasione della giornata del ricordo delle vittime delle foibe possano rappresentare, anche in Emilia Romagna, un’occasione per conoscere e fare conoscere anche alle nuove generazioni la verita’ di un genocidio tenuto volontariamente nascosto per sessant’anni". Lo ha affermato Isabella Bertolini, coordinatrice regionale di Forza Italia, secondo la quale "purtroppo anche oggi in molti comuni governati dalla sinistra registriamo una latente diffidenza a celebrare il ricordo di quelle vittime e a ricordarne il genocidio. Noi riteniamo che la storia non possa e non debba continuare ad essere strumentalizzata da una politica che ancora oggi evidentemente non riesce a fare autocritica e a confrontarsi con l’orrore e gli errori del proprio passato. Nessuna strumentale dimenticanza, nessuna parziale lettura di quei fatti, che portarono al massacro di migliaia di nostri connazionali per mano dei partigiani comunisti di Tito, puo’ oggi essere giustificata". "Ci sentiamo vicini e condividiamo il dolore di chi oggi onora la memoria delle vittime e ricorda la difficile storia dei sopravvissuti che vissero il dramma dell’ esodo. Forza Italia, nello spirito della legge del 2004 che ha istituito la giornata del ricordo, continuera’ a tenere alto il valore della memoria, e a condannare ogni tentativo di offuscare la verita’ di fatti per troppo tempo strumentalmente nascosti alle coscienze".

  6. #6
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    FOIBE: MELONI, APPREZZABILE DIRETTIVA AMATO
    RESTA DA DIRIMERE VICENDA BENI CONFISCATI A ITALIANI DEL CONFINE ORIENTALE


    Roma, 9 feb. (Adnkronos) -
    "La direttiva inviata da Amato, che prevede di riportare sui documenti il nome italiano del Comune di nascita seppur ceduto ad altri stati fa seguito ad una storica richiesta degli esuli dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia. Consideriamo dunque il documento apprezzabile. Tuttavia resta da dirimere la vicenda dei beni confiscati agli italiani del confine orientale, rimasta ancora aperta dopo oltre 60 anni di silenzio, per la quale chiediamo un intervento concreto del Governo". Lo afferma in una nota Giorgia Meloni di An.

  7. #7
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    Onore alle vittime delle foibe...

    p.s. ho letto inneggiare a tito in un modo schifoso... povera italia...

  8. #8
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    Onore alle vittime dei partigiani comunisti di tito!

  9. #9
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    Già il fatto che i "partigiani" del Sig.Tito erano,appunto,Comunisti la dice lunga...in un solo istante hanno delegittimato le ragioni di tutti gli abitanti dell'ex-Yugoslavia che avevano qualche risentimento LEGITTIMO nei confronti dei Fascisti e degli Italiani in genere...a riprova del FATTO che il Comunismo in genere degenera e senza giustificazioni...poi il fatto che c'è ancora chi giustifica od inneggia a TITO (come a Castro,Che,Chavez ecc.ecc.ecc) la dice lunga su come è messa la Progressista e Moderna Sinistra italiana.

  10. #10
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    FOIBE: NAPOLITANO, RICONOSCIAMO LA CONGIURA DEL SILENZIO

    ROMA - Giorgio Napolitano celebra al Quirinale, per il secondo anno, il Giorno del Ricordo, consegnando diplomi e medaglie agli eredi delle vittime delle foibe, che definisce "imperdonabile orrore contro l'umanità" aggiungendo: "Non dobbiamo tacere, dobbiamo assumerci la responsabilità dell' aver negato o teso a ignorare la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica e dell' averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali". Un' ammissione senza alcuna attenuante delle responsabilità di un'intera classe politica, per quella che lo stesso Napolitano ha definito "la congiura del silenzio" sulla tragedia del popolo giuliano-dalmata. Napolitano ha voluto richiamarsi esplicitamente al suo predecessore, Carlo Azeglio Ciampi, dicendo che ne raccoglie l'esempio circa "il dovere che le istituzioni della Repubblica sentono come proprio, a tutti i livelli, di un riconoscimento troppo a lungo mancato" delle tragedie di un intero popolo di istriani, fiumani e dalmati, che al confine orientale dell' Italia, dopo l'8 settembre '43, furono vittime di un ''moto di odio e di furia sanguinaria e di un disegno annesionistico slavo che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica".

    Una tragedia la cui memoria "ha rischiato di essere cancellata" e che invece, ha aggiunto il capo dello Stato, deve essere trasmessa ai giovani nello spirito della legge del 2004 che ha istituito il Giorno del Ricordo. Nell' autunno 1943, ha aggiunto Napolitano citando recenti riflessioni e ricerche, "si intrecciarono giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento della presenza italiana da quella che era e cessò di essere la Venezia Giulia". "La disumana ferocia delle foibe fu una delle barbarie del secolo scorso, in cui si intrecciarono in Europa cultura e barbarie. Non bisogna mai smarrire consapevolezza di ciò - ha sottolineato - nel valorizzare i tratti più nobili della nostra tradizione storica e nel consolidare i lineamenti di civiltà, di pace, di libertà, di tolleranza, di solidarietà della nuova Europa che stiamo costruendo da oltre 50 anni, e che è nata dal rifiuto dei nazionalismi aggressivi e oppressivi, da quello espresso nella guerra fascista a quello espresso nell' ondata di terrore jugoslavo in Venezia Giulia. La nuova Europa esclude naturalmente anche ogni revanchismo". Napolitano ha rivolto un omaggio affettuoso a tutti gli eredi di quella buia pagina della nostra Storia e un omaggio altrettanto affettuoso al professor Paolo Barbi, già presidente dell' Associazione dei profughi giuliano-dalmati (Anvd), che ha rievocato al Quirinale, in pochi tratti, i termini di quella disumana tragedia. Poco prima, il ministro della Cultura Francesco Rutelli aveva testimoniato l'impegno di tutto il governo a rompere il silenzio su questa "dolorosa pagina" e a illuminarne i tratti e a sviluppare alcune iniziative per far conoscere il patrimonio storico culturale di italianità che rimane sulle coste dalmate, su quei territori che furono italiani. Napolitano, dal canto suo, ha detto che oggi, "che in Italia abbiamo posto fine a un non giustificabile silenzio e siamo impegnati in Europa a riconoscere nella Slovenia un amichevole partner e nella Croazia un nuovo candidato all' ingresso nell' Unione, dobbiamo tuttavia ripetere con forza che dovunque, in seno al popolo italiano come nei rapporti tra i popoli, parte della riconciliazione che fermamente vogliamo è la verità. E quello del Giorno del Ricordo è un solenne impegno di ristabilimento della verità".

    Alla cerimonia per la consegna delle decorazioni del "Giorno del Ricordo", che si è svolta questa mattina, al Palazzo del Quirinale, erano presenti, rende noto un comunicato della Presidenza della Repubblica, il presidente della Camera dei Deputati, Fausto Bertinotti, il vice presidente del Senato della Repubblica, Gavino Angius, il vice presidente del Consiglio dei Ministri e ministro dei Beni e delle Attività Culturali, Francesco Rutelli, il giudice Alfio Finocchiaro, in rappresentanza della Corte costituzionale, il sindaco di Roma, Walter Veltroni, e il prof. Paolo Barbi, ex Presidente dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. Dopo gli interventi di Rutelli e del prof. Barbi e lasuccessiva lettura delle motivazioni e la consegna, da partedel capo dello Stato, dei diplomi e delle medagliecommemorative del Giorno del Ricordo, il presidente Napolitanoha rivolto un discorso ai presenti.

 

 
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