L’ottavo vizio dei preti romani: la parlantina
Postato in General il 26 Febbraio, 2007
In margine ai due incontri collettivi a domanda e risposta che Benedetto XVI ha avuto prima con i seminaristi di Roma, il 17 febbraio, e poi con il clero, il 22, va detto che i primi hanno battuto i secondi.
I seminaristi hanno concordato in anticipo le domande da rivolgere al papa, in tutto sei. La decisione è andata a scapito della spontaneità, ma nell’insieme ha dato vita a un efficace botta e risposta. Qua e là le formule erano un po’ ingessate, ma avevano il pregio della brevità e della chiarezza.
I sacerdoti, invece, sono andati all’arrembaggio. Teoricamente il microfono era a disposizione di chiunque, ma puntualmente l’hanno conquistato quelli che avevano fatto preriscaldamento in proprio, ovverosia quelli che s’erano preparati non per rivolgere al papa una domanda secca, ma per sciorinargli davanti un panegirico autocelebrativo.
Ha cominciato il parroco del Divino Amore con una conferenza sulle cose fatte e programmate nel suo santuario. Quando finalmente è tornata a lui la parola, il papa ha cominciato dicendo: “Mi sembra che alla sua domanda lei abbia già dato la risposta…”.
Dopo di che sono seguite altre finte domande di lunghezza esagerata, punteggiate dai brontolii spazientiti dell’uditorio.
Quando poi ha parlato don Francesco Tedeschi, prete della comunità di Sant’Egidio per la chiesa di San Bartolomeo all’Isola, hanno cercato di zittirlo applaudendolo ogni volta che prendeva fiato. Ma lui è andato avanti imperterrito. E Benedetto XVI:
“Gli applausi che abbiamo sentito dimostrano che lei stesso ci ha già dato risposte ampie”. Stop.
Meno male che la successiva è stata una vera domanda, l’unica vera domanda delle nove somministrate quella mattina al papa. L’ha formulata un sacerdote polacco, Krzystzof Wendlik, dei Santi Urbano e Lorenzo a Prima Porta. Ha chiesto al papa come possono stare insieme l’unità della fede e la pluralità delle teologie.
Al che Benedetto XVI ha finalmente esclamato con visibile soddisfazione: “È una grande domanda!”.
La parlantina dei preti romani ha fatto spazientire anche l’ufficio stampa della Santa Sede. Il resoconto ufficiale riporta integralmente gli interventi di Benedetto XVI, ma delle “domande” fornisce solo uno scarno riassunto.
Quaresima ambrosiana: una lezione tutta da imparare
Postato in General il 26 Febbraio, 2007
Da ieri, domenica 25 febbraio, anche per l’arcidiocesi di Milano è iniziata la Quaresima. Lì infatti la liturgia si celebra secondo il rito ambrosiano e quindi l’anno liturgico ha tempi diversi: l’Avvento inizia non quattro ma sei settimane prima del Natale e la Quaresima comincia appunto con la domenica che precede di quaranta giorni la Pasqua, non con il mercoledì delle ceneri. Inoltre, i venerdì di Quaresima ambrosiani sono “aliturgici”, cioè non vi si celebra la messa. E lo stesso vale per il Venerdì Santo, nel quale non si fa la comunione.
Ma c’è anche un’altra particolarità della Quaresima ambrosiana. Già prima del Concilio Vaticano II in ogni domenica di Quaresima, a Milano, all’inizio della messa si elevava a Dio una “preghiera dei fedeli”. Quelle invocazioni che sono state introdotte nella liturgia romana con la riforma postconciliare, nel rito ambrosiano già c’erano.
E dai testi antichi di quelle invocazioni ambrosiane molto ancora ci sarebbe da imparare, oggi!
Le invocazioni erano sobrie, nobili, essenziali: tutto l’opposto del bagno di retorica che è entrato in uso nelle preghiere dei fedeli oggi correnti.
Queste preghiere sarebbero di per sé affidate alla creatività delle assemblee liturgiche. Ma di fatto è invalsa ovunque la pratica di copiarle da quei foglietti che in Italia hanno preso abusivamente il posto del messale, stampati per lo più in quel di Alba, patria delle edizioni paoline, e redatti da anonimi pseudo-liturgisti.
Un esempio tra mille delle invocazioni dei foglietti? Eccone una letta ieri, prima domenica di Quaresima, nelle chiese italiane:
“Difendi i giovani dalla seduzione del consumismo, dal bisogno di emergere a tutti i costi. Fa’ sperimentare loro la bellezza di un’esistenza generosa, vissuta nella sobrietà e nella condivisione. Preghiamo. Donaci, Signore, coraggio e fiducia!”.
Questi di seguito sono invece i testi originali, in latino, delle antiche preghiere ambrosiane, la prima per le domeniche di Quaresima dispari e la seconda per quelle pari, entrambe cantate con melodia, appunto, ambrosiana:
I
Divinae pacis, et indulgentiae munere supplicantes, ex toto corde, et ex tota mente, precamur te. Domine, miserere.
Pro Ecclesia tua sancta catholica, quae hic, et per universum orbem diffusa est, precamur te. Domine, miserere.
Pro papa nostro et pontifice nostro et omni clero eorum, omnibusque sacerdotibus ac ministris, precamur te. Domine, miserere.
Pro pace ecclesiarum, vocatione gentium, et quiete populorum, precamur te. Domine, miserere.
Pro civitate hac, et conversatione eius, omnibusque habitantibus in ea, precamur te. Domine, miserere.
Pro àerum temperie, ac fructuum fecunditate terrarum, precamur te. Domine, miserere.
Pro virginibus, viduis, orphanis, captivis, ac paenitentibus, precamur te. Domine, miserere.
Pro navigantibus, iter agentibus, in carceribus, in vinculis, in metallis, in exiliis constitutis, precamur te. Domine, miserere.
Pro his qui diversis infirmitatibus detinentur, quique spiritibus vexantur immundis, precamur te. Domine, miserere.
Pro his qui in sancta tua Ecclesia fructus misericordiae largiuntur, precamur te. Domine, miserere.
Exaudi nos Deus in omni oratione, atque deprecatione nostra, precamur te. Domine, miserere.
Dicamus omnes: Domine, miserere.
Kyrie eleison, Kyrie eleison, Kyrie eleison.
II
Dicamus omnes: Kyrie eleison.
Domine, Deus omnipotens patrum nostrorum. Kyrie eleison.
Respice de coelo et de sede sancta tua. Kyrie eleison.
Pro Ecclesia tua sancta catholica, quam conservare digneris. Kyrie eleison.
Pro papa nostro et pontifice nostro et sacerdotibus eorum. Kyrie eleison.
Pro universis episcopis, cuncto clero, et populo. Kyrie eleison.
Pro civitate hac, omnibusque habitantibus in ea. Kyrie eleison.
Pro àerum temperie, et fecunditate terrarum. Kyrie eleison.
Libera nos, qui liberasti filios Israel. Kyrie eleison.
In manu forti et brachio excelso. Kyrie eleison.
Exurge, Domine, adiuva nos, et libera nos propter nomen tuum.
Kyrie eleison, Kyrie eleison, Kyrie eleison.
I “Dico” arretrano, ma la CEI non demorde
Postato in General il 23 Febbraio, 2007
Il disegno di legge sui “Dico” è rientrato ai box e non si sa quando e come tornerà in pista. Ma la conferenza episcopale italiana non ha affatto l’aria di abbassare la guardia. La “parola ufficiale” annunciata dal cardinale Camillo Ruini sarà quasi sicuramente profferita quando il consiglio permanente della CEI tornerà a riunirsi il 26-29 marzo, non importa se nel frattempo sarà stato nominato il nuovo presidente.
Il 22 febbraio il quotidiano “il Foglio” ha anticipato un testo presentandolo come “bozza” del futuro pronunciamento della CEI. Ma le cose non stanno precisamente così. Quel testo non proviene dalla Circonvallazione Aurelia dove ha sede la CEI, ma da piazza del Sant’Uffizio.
Poche ore dopo, infatti, che il consiglio dei ministri aveva sfornato, giovedì 8 febbraio, il disegno di legge sui “Dico”, il direttivo della CEI ha fatto quello fa in circostanze analoghe. Ha trasmesso il testo del disegno di legge alla congregazione per la dottrina della fede, per avere un parere autorevole.
E la congregazione ha risposto nel giro di un paio di giorni trasmettendo alla CEI l’appunto che “il Foglio” ha poi pubblicato il 22 febbraio. Che non è quindi la “bozza” della futura nota dei vescovi, ma un promemoria che richiama le linee-guida già enunciate dalla Santa Sede sul tema.
Il cardinale Ruini sapeva dunque il fatto suo quando, il 12 febbraio, ha annunciato che “più avanti” la CEI avrebbe detto “una parola meditata, ufficiale e accreditata che sia impegnativa per coloro che seguono il magistero della Chiesa e chiarificatrice per tutti”.
Il promemoria della congregazione per la dottrina della fede richiama, oltre a un passaggio del discorso di Benedetto XVI alla curia romana del 22 dicembre scorso, due documenti pubblicati dalla stessa congregazione, all’epoca presieduta dall’allora cardinale Joseph Ratzinger.
Il primo, dell’inizio del 2003, è la “Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica”.
Il secondo, dell’estate dello stesso anno, ha per titolo: “Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali”.
Dai due documenti, e in particolare dai passi citati nel promemoria, si evince che il futuro pronunciamento della CEI ribadirà che “la coscienza cristiana ben formata non permette a nessuno di favorire con il proprio voto una legge in cui i contenuti fondamentali della fede e della morale siano sovvertiti”; specificherà che l’equiparazione giuridica al matrimonio di altre forme di convivenza è uno di questi sovvertimenti inaccettabili; e concluderà che “concedere il suffragio del proprio voto a un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale”.
Si prevede, però, che la nota della CEI non si limiterà a pochi scarni dettami ad uso dei parlamentari cattolici, ma affronterà la questione in un’ottica più ampia e, nelle intenzioni, “chiarificatrice per tutti”. Come del resto ha già provato a fare lo stesso cardinale Ruini dedicando larghe parti delle sue prolusioni del 22 gennaio 2007 e del 19 settembre 2005 proprio alla legalizzazione delle unioni di fatto etero ed omosessuali.
Anche Betori affonda il “mal guidato” professor Pesce
Postato in General il 23 Febbraio, 2007
“Attendiamo con impazienza il libro di Benedetto XVI su Gesù di Nazaret, certi che da esso verrà la migliore risposta su come la ricerca storica possa stare nella compagnia della fede e, guardando a Gesù, sia capace di offrirne un volto assai più attendibile di quello mutilo e insignificante, appiattito sulla normalità del suo tempo, che certi uomini di cultura e storici del cristianesimo, mal guidati da stravolgimenti ideologici, sanno offrirci”.
Questo ha detto il segretario generale della conferenza episcopale italiana, Giuseppe Betori, nel mezzo di una seguitissima relazione letta il 22 febbraio a Sacile, provincia di Pordenone, in occasione dei trent’anni del Centro di studi biblici diretto da Rinaldo Fabris (inspiegabilmente assente).
Il riferimento polemico, trasparente, è al libro “Inchiesta su Gesù” scritto da Corrado Augias e Mauro Pesce.
Quanto al libro di Benedetto XVI, uscirà tra poche settimane contemporaneamente in cinque lingue: in italiano, inglese, tedesco, francese, spagnolo. Seguiranno subito dopo le edizioni in portoghese e in polacco e poi, man mano, in un’altra dozzina di lingue, dal croato al coreano.
Un ampio estratto della relazione di Betori, che anticipa i criteri con i quali Benedetto XVI racconterà la vicenda di Gesù, è uscito su “Avvenire” del 22 febbraio.
La lobby laica recluta Tettamanzi. Ed è subito autogol
Postato in General il 19 Febbraio, 2007
Ricevendo il 17 febbraio i nunzi dell’America latina in preparazione della conferenza continentale alla quale egli stesso si recherà, Benedetto XVI ha detto tra l’altro un paio di cose finite dritte l’indomani sui giornali italiani, con gran rullare di tamburi.
La prima riguardava la famiglia, “che mostra segni di cedimento sotto le pressioni di lobbies capaci di incidere negativamente sui processi legislativi.”
La seconda riguardava il ruolo dei vescovi in campo politico. “Sento il dovere di ribadire – ha detto il papa – che non spetta agli ecclesiastici capeggiare aggregazioni sociali o politiche, ma ai laici maturi e professionalmente preparati”.
A questo secondo richiamo poteva esser messo un nome e un cognome: Fernando Lugo Méndez, vescovo emerito di San Pedro, sospeso a divinis per essersi candidato alle presidenziali del Paraguay in violazione del diritto canonico.
E anche la precedente accusa alle “lobbies” era tipica dell’America latina, lanciata ripetutamente da suoi capi di Chiesa sia conservatori che progressisti e generalmente riferita a organizzazioni antinataliste e antifamiliari con sede nell’ONU e nei paesi ricchi e secolarizzati dell’emisfero Nord.
Ma la stampa laica italiana ha servito entrambe le cose in salsa esclusivamente nostrana, contro il cardinale Camillo Ruini.
E non è finita. La stessa musica contraffatta è stata suonata nelle stesse ore con i cardinali Carlo Maria Martini e Dionigi Tettamanzi.
Il primo, incalzato al termine della messa per l’ottantesimo compleanno, ha detto a proposito dei Dico: “Non vorrei parlare di ciò. Vivo lontano e sono poco informato”. E della famiglia: “Sì, la famiglia va difesa e promossa, promossa più che difesa”. Non una parola di più, non una di meno.
Tettamanzi ha invece tenuto un lungo discorso (riportato da “Avvenire” del 18 febbraio) al consiglio pastorale della sua diocesi di Milano, nel quale non ha salvato nulla del disegno di legge prodotto dal governo.
Eppure entrambi questi cardinali sono stati per l’ennesima volta esibiti dalla stampa laica come se avessero parlato contro Ruini, volgendo in questa direzione le reticenze del primo e qualcuna delle tante parole dell’altro.
Il buffo di tutto ciò è che Tettamanzi ha dedicato un paragrafo del suo discorso proprio alle “deformazioni” operate dal campo laico. E ha accusato proprio i giornali di funzionare, essi, come una lobby:
“Non si può negare che a diffondere e a rafforzare una simile ‘deformazione’ contribuiscono in maniera rilevante gli strumenti della comunicazione sociale ogniqualvolta derogano al loro dovere di fornire un’informazione libera e corretta e finiscono per essere succubi degli interessi del ‘potere’ economico, politico e culturale. Il rischio che si corre è di giungere ad una ’strumentalizzazione’ di un preciso fenomeno sociale per fini ben diversi dal dichiarato intento di dare risposta – anche giuridico-legale – a disagi e a richieste dei conviventi”.
I penitenzieri a rapporto dal papa. Obiettivo crescita
Postato in General il 19 Febbraio, 2007
Lunedì 19 febbraio Benedetto XVI, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, ha dato udienza ai penitenzieri delle quattro Basiliche Pontificie Romane, cioé a coloro che amministrano il sacramento della penitenza nelle basiliche di San Pietro, San Paolo, San Giovanni in Laterano e Santa Maria Maggiore, guidati dal penitenziere maggiore, cardinale James Francis Stafford.
Papa Joseph Ratzinger sta dedicando non poche energie affinché il quarto sacramento sia più praticato. L’incontro con i giovani che ha convocato, come ogni anno, in un giorno precedente la Pasqua avverrà questa volta nella basilica di San Pietro e culminerà nella confessione sacramentale di tutti i presenti.
Nel discorso rivolto ai penitenzieri, il papa ha ricordato tra l’altro che “il confessore non è spettatore passivo, ma ‘persona dramatis’, cioè strumento attivo della misericordia divina. Pertanto, è necessario che egli unisca ad una buona sensibilità spirituale e pastorale una seria preparazione teologica, morale e pedagogica che lo renda capace di comprendere il vissuto della persona”.
E ha raccomandato di seguire l’esempio dei santi che nella confessione hanno concentrato gran parte del loro ministero: il curato d’Ars san Giovanni Maria Vianney, san Leopoldo Mandic, san Pio da Pietrelcina.
Negli stessi giorni, per altri motivi, ha dedicato alla confessione un editoriale anche “La Civiltà Cattolica”, la rivista dei gesuiti di Roma pubblicata con l’imprimatur della segreteria di stato vaticana.
Ratzinger trascura Gesù e si occupa d’altro. Ma davvero?
Postato in General il 15 Febbraio, 2007
Da New Delhi il ministro per la famiglia Rosy Bindi, già vicepresidente nazionale dell’Azione Cattolica, ha reagito così, mercoledì 14 febbraio, alle critiche di Benedetto XVI e del cardinale Camillo Ruini al disegno di legge sui “Dico”, di cui è coautrice: “Io amo pensare alla Chiesa che si occupa delle cose di Dio”.
Sono parole che ricalcano quelle di Pietro Scoppola in un articolo su “la Repubblica” di dura critica agli indirizzi attuali della gerarchia cattolica: “Una Chiesa che parla dei Pacs più che del mistero di Cristo morto e risorto”.
Ma se questo è il punto, è segno che è in atto una rimozione radicale di ciò che il maggiore accusato, Benedetto XVI, va predicando giorno dopo giorno.
Un esempio tra mille: il messaggio del papa per la Quaresima del 2007, diffuso proprio il giorno prima della boutade di Rosy Bindi.
Il messaggio ha per titolo: “Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto” (Giovanni 19,37). Ed è una sintesi impressionante del cuore della predicazione teologica e cristologica di papa Joseph Ratzinger.
Il quale parla spesso anche di vita e famiglia. E lo fa, per accenni, anche nelle righe finali di questo suo messaggio per la Quaresima, quando dice che “contemplare Colui che hanno trafitto ci spingerà ad aprire il cuore agli altri riconoscendo le ferite inferte alla dignità dell’essere umano; ci spingerà, in particolare, a combattere ogni forma di disprezzo della vita”.
Ma è proprio la coerenza estrema tra ciò che Benedetto XVI predica di Dio e ciò che dice della vita, della famiglia, dell’uomo il carattere distintivo del suo pontificato.
Rimuovere il primo elemento rende impossibile la comprensione, e quindi la critica fondata, del secondo.
Il messaggio per la Quaresima è disponibile nel sito del Vaticano. Lo si legga. E poi ben venga il confronto, senza scorciatoie.
Al Meic è divorzio. E si brinda al Martini d’annata
Postato in General il 14 Febbraio, 2007
Nel mare magnum dei commenti cattolici al disegno di legge governativo sui “Dico”, si possono cogliere interessanti spunti e curiosità.
1. Ad esempio, tra i vescovi intervenuti per primi ce n’è uno che si espresso in termini particolarmente taglienti: quello di Oristano, Ignazio Sanna. In un’intervista al “Corriere della Sera” dell’8 febbraio egli ha detto, tra l’altro: “Io mi auguro che l’Italia, nell’insieme dell’Europa, possa porsi come modello di resistenza al piano inclinato sul quale tutti rischiamo di scivolare”. E quanto alle coppie omosessuali ha tagliato corto: “L’unione di due uomini è un’addizione, non una coppia”.
Prima di essere fatto vescovo, nel 2006, Sanna insegnava antropologia cristiana alla Pontificia Università del Laterano, che ha come gran cancelliere il cardinale Camillo Ruini. E molto ruiniano è anche il suo ultimo libro, pubblicato dalla Queriniana nella sua collana teologica più prestigiosa: “L’identità aperta. Il cristiano e la questione antropologica”.
Eppure Sanna ha sempre avuto fama di progressista. Fino all’anno scorso era anche assistente ecclesiastico nazionale del Meic, Movimento ecclesiale di impegno culturale, il ramo intellettuale dell’Azione cattolica, che aveva e ha tuttora come presidente Renato Balduzzi, ordinario di diritto costituzionale all’università di Genova, entrambi nominati nelle rispettive cariche dalla conferenza episcopale italiana.
Ebbene, Balduzzi è uno degli autori effettivi del disegno di legge sui “Dico”, assieme all’altro costituzionalista Stefano Ceccanti, ex presidente della Fuci, la federazione degli universitari cattolici, e a Rosy Bindi, ex vicepresidente nazionale dell’Azione cattolica.
Evidentemente Balduzzi e Sanna, ragionando sulle unioni di fatto, hanno divorziato.
2. Un altro spunto curioso l’ha offerto il citato professor Ceccanti, capo dell’ufficio legislativo del ministro Barbara Pollastrini.
All’indomani del licenziamento del disegno di legge sui “Dico”, in un suo commento pubblicato su vari giornali, Ceccanti ha citato a sostegno dei criteri del medesimo disegno di legge… il cardinale Carlo Maria Martini.
Il quale non risulta che abbia detto alcunché di recente, in proposito. E infatti le parole di Martini citate da Ceccanti sono riprese dal discorso della vigilia di sant’Ambrogio del lontano anno 2000: “L’autorità pubblica può adottare un approccio pragmatico e certo deve testimoniare una sensibilità solidaristica”.
Quel lunghissimo discorso, tutto dedicato a “Famiglia e politica”, ha in effetti un capitolo sulle unioni di fatto. E, come spesso accade con i discorsi del cardinale Martini, è facile tirarvi fuori di tutto, pro oppure contro determinate tesi. In ogni caso, a rileggerlo spassionatamente, su una cosa il cardinale insiste, sul dovere di non equiparare la famiglia alle altre convivenze: “Le nuove forme non possono pretendere le legittimazioni e la tutela che sono date alla famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”.
3. Altro commento interessante è quello di Francesco Paolo Casavola apparso su “Il Mattino” del 13 febbraio.
Casavola è un’istituzione, nel cattolicesimo italiano colto. Insegna diritto romano all’università di Napoli, ha pubblicato saggi importanti, è stato garante per l’editoria, è stato presidente della corte costituzionale, è presidente dell’Enciclopedia Italiana, è presidente del comitato nazionale per la bioetica.
Qualche volta, come alla Settimana Sociale dei cattolici italiani tenuta a Bologna nell’ottobre del 2004, ha fatto disperare le gerarchie della Chiesa. Ma stavolta no. Ecco il suo articolo su “Il Mattino”:
“Nel programma dell’Unione era scritto che sarebbe stato proposto il riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto e che al fine di definire natura e qualità di un’unione di fatto non è dirimente il genere di conviventi né il loro orientamento sessuale, ma il sistema di relazioni sentimentali, assistenziali, di solidarietà e la loro stabilità e volontarietà. Forse può giovare risalire a questo documento per meglio comprendere quanto ne sta derivando. Si dà per accertata una pratica sociale che non vuole essere lasciata nella condizione di un qualsiasi fatto, ma chiede un riconoscimento giuridico, dunque una iniziativa del legislatore. Questa pratica sociale, in altri secoli, era disciplinata dal diritto quando si instaurasse tra persone di sesso diverso, dando luogo al concubinato e ad una procreazione attribuita alla sola madre. L’interesse dell’orientamento giuridico era infatti rivolto al gruppo, e il gruppo si rivelava quando nascessero figli, ai quali il diritto romano dava nome di vulgo concepti, cioé di concepiti in mezzo alla gente, non in una famiglia. Perciò non avevano padre, perché il padre, a differenza della madre, non aveva consistenza biologica, ma soltanto giuridica, pater familias e qui non si dava familia. Le società umane, nelle fasi avanzate dell’incivilimento della specie, sono società di famiglia. Nella nostra più recente contemporaneità il panorama sociale sta mutando: accanto alle famiglie emergono i single e le unioni di single. Le cause culturali ed economiche, attive nel mondo occidentale, evocano il distacco psicologico ed affettivo delle nuove generazioni rispetto al mondo dei valori tradizionali, dei modelli di comportamento, della disciplina dei padri, e insieme la ricerca di lavoro, di promozione nel benessere e nella dignità, spesso in luoghi lontani e diversi da quelli delle famiglie originarie. Questi giovani, uomini e donne, sono soli, nel senso che non hanno attorno a sé il sostegno, il consiglio e talora la costrizione della società domestica o parentale. Sono affidati alle determinazioni delle proprie volontà, sperabilmente libere. Essendo gli esseri umani chiamati dalla natura alla società, non alla solitudine, si hanno varie forme di vita comune, non necessariamente motivate dalla sessualità. Anzi, quando questa non ricorre, sostituita dalla compatibilità di caratteri, da affinità elettive, da amicizia, da comuni attività di lavoro, di studio, da impegno di mutua assistenza, l’unione non rischia di dar vita ad una prole e di trasformarsi in un gruppo, che richiederebbe il riconoscimento di un organimso del tutto analogo alla famiglia. La nostra Costituzione definisce la famiglia società naturale fondata sul matrimonio, all’articolo 29. Dunque qualsiasi costruzione di un modello di gruppo sociale che aspiri ad una qualche somiglianza con quanto stabilito in Costituzione, deve essere valutato per la sua conformità o contrarietà alla Costituzione, a meno che non si adotti procedimento di revisione costituzionale. Se il testo che uscirà dalla elaborazione parlamentare si terrà il più possibile lontano dalla endiadi famiglia-matrimonio, la Costituzione e la legge ordinaria non andranno in rotta di collisione. Che sia la Chiesa cattolica a definire quel nodo costituzionale, può apparire un paradosso a quanti dimenticano che la Costituzione è la storia di una società e di un popolo, non il dettato, arbitrario per quanto illuminato, di un legislatore, e che nella storia italiana diritto romano e Cristianesimo hanno mescolato la loro razionalità e la loro etica. Semmai la Chiesa è più consapevole che la legge, qualunque legge, è di per sé stessa un pedagogo nell’immaginario sociale. Anche quando si limiti a permettere, sembra che obblighi. E quando ricollega diritti a decisioni private di due persone sembra che quelle scelte di vita personale siano un esempio da seguire per tutti. Con il risultato che passeremmo da una società di famiglie, temperata dal sinecismo con una società di single, ad una società totalitaria di unioni di fatto. Il gioco tra fatto e diritto è a carte scoperte. Fidiamo nella saggezza del legislatore parlamentare che sia condotto con il più alto profilo possibile di etica civile e di umanità”.
Dico, dirò, ho detto. Il verbo del cardinale
Postato in General il 12 Febbraio, 2007
Ricomparso in pubblico la mattina di lunedì 12 febbraio per una conferenza sui pellegrinaggi cristiani, il cardinale Camillo Ruini è stato puntualmente incalzato dai giornalisti a proposito del disegno di legge sui “Dico”. E ha risposto annunciando un pronunciamento ufficiale:
“Su queste cose sono già state dette da parte nostra tante cose importanti e, credo, quanto era necessario. È inutile che io ora aggiunga qualche battuta estemporanea. Potrà essere importante più avanti una parola meditata, ufficiale e accreditata che sia impegnativa per coloro che seguono il magistero della Chiesa e chiarificatrice per tutti'’.
In attesa di questa parola futura, è però utile anche esaminare le parole dette dal cardinale la mattina stessa, nella prolusione all’annuale convegno teologico pastorale dell’Opera Romana Pellegrinaggi, in corso a Roma dall’11 al 14 febbraio.
Nel parlare di Cammino di Santiago, di Via Francigena e di pellegrinaggio in Terra Santa, Ruini ha trovato modo di riesporre le sue tesi sull’Europa cristiana e l’incontro tra le religioni e le culture, citando Dante e Ratzinger, Eichendorff ed Edgar Morin, Maritain e Guardini.
Trovi in www.chiesa il testo integrale della conferenza: “Il significato religioso-culturale delle antiche vie dei pellegrini”.
Similmatrimonio: ai punti è in testa il cardinale Ruini
Postato in General il 9 Febbraio, 2007
Chi si è sorpreso per la sonora disapprovazione data dalla conferenza episcopale italiana a una possibile legalizzazione delle unioni di fatto – prima ancora che il governo Prodi presentasse il suo disegno di legge – ha dimenticato che in questo non c’è proprio nulla di sorprendente.
Per rinfrescare la memoria basta rileggere che cosa disse il cardinale Camillo Ruini il 19 settembre 2005, nella prolusione al consiglio permanente della CEI che cominciava quel giorno.
Qui sotto è riportato il passaggio ad hoc di quella prolusione di due anni fa. Gli argomenti erano del tutto simili a quelli riaffermati di recente. E già allora c’era il decisissimo sostegno di papa Benedetto XVI. Se il governo Prodi ha alla fine prodotto un disegno di legge così pasticciato, in cui si fa di tutto per mascherare la “facies” similmatrimoniale dell’atto, vien da pensare che il fuoco di sbarramento preventivo messo in azione dal cardinale Ruini almeno un effetto l’ha già avuto.
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«Una tematica che ha evidenti implicazioni etiche, sociali e antropologiche e che nelle ultime settimane ha avuto in Italia grande rilievo mediatico è quella che riguarda le ipotesi e proposte di riconoscimento giuridico pubblico delle unioni di fatto. In questa materia l’insegnamento della Chiesa è chiaro ed è offerto a tutti, perché riguarda la realtà stessa dell’uomo e della donna. Benedetto XVI lo ha riproposto in maniera particolarmente pregnante nel discorso del 6 giugno scorso al Convegno della Diocesi di Roma dedicato alla famiglia. Il punto di partenza fondamentale è che “Matrimonio e famiglia non sono una costruzione sociologica casuale, frutto di particolari situazioni storiche ed economiche. Al contrario, la questione del giusto rapporto tra l’uomo e la donna affonda le sue radici dentro l’essenza più profonda dell’essere umano e può trovare la sua risposta soltanto a partire da qui”. E il papa ha aggiunto: “Il matrimonio come istituzione non è quindi una indebita ingerenza della società o dell’autorità, l’imposizione di una forma dal di fuori nella realtà più privata della vita; è invece esigenza intrinseca del patto dell’amore coniugale e della profondità della persona umana”. Su queste basi ha poi affrontato la questione delle unioni di fatto, dicendo: “Le varie forme odierne di dissoluzione del matrimonio, come le unioni libere e il ‘matrimonio di prova’, fino allo pseudo-matrimonio tra persone dello stesso sesso, sono invece espressioni di una libertà anarchica, che si fa passare a torto per vera liberazione dell’uomo. Una tale pseudo-libertà si fonda su una banalizzazione del corpo, che inevitabilmente include la banalizzazione dell’uomo”.
«La Congregazione per la Dottrina della Fede, nella sua “Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita pubblica”, datata 24 novembre 2002, annovera le unioni di fatto tra i “punti nodali nell’attuale dibattito culturale e politico”, affermando che alla famiglia fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso “non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale” (n. 4). Ad un’ampia trattazione di tutte queste problematiche è dedicato il Documento “Famiglia, matrimonio e ‘unioni di fatto’” pubblicato nel 2000 dal Pontificio Consiglio per la Famiglia. Specificamente “circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali” è intervenuta il 3 giugno 2003 la Congregazione per la Dottrina della Fede, fornendo anche precise argomentazioni razionali in contrario e indicazioni circa i comportamenti dei politici cattolici.
«Nella concreta realtà italiana non vanno mai persi di vista, in primo luogo, il grandissimo ruolo sociale svolto dalla famiglia, qui assai più che in altri paesi a noi vicini, e il contributo determinante che una famiglia autentica dà all’educazione dei figli. Il paradosso della nostra situazione è che il sostegno pubblico alla famiglia in Italia è invece molto minore, meno moderno e organico, pur in presenza di una gravissima e persistente crisi della natalità che sta già provocando, e causerà assai di più in futuro, ingenti danni sociali. Il sostegno alla famiglia legittima dovrebbe essere dunque la prima e vera preoccupazione dei legislatori.
«Vi è poi da considerare che le convivenze o unioni di fatto sono sì in aumento, specialmente tra i giovani – pur restando a livelli decisamente inferiori che in altri paesi –, ma esse, oltre ad essere almeno in parte provocate da difficoltà oggettive a dar vita a una famiglia che potrebbero essere rimosse con pubblici interventi adeguati, non sottintendono automaticamente alcuna richiesta di riconoscimento legale. Al contrario, la grande maggioranza delle unioni tra persone di sesso diverso si colloca nella previsione di un futuro possibile matrimonio, oppure vuole restare in una posizione di anonimato e assenza di vincoli. Anche le, assai meno numerose, unioni omosessuali non sempre sono alla ricerca di riconoscimenti legali: anzi, molte di loro ne rifuggono per principio e desiderano rimanere un fatto esclusivamente privato. Confermano tutto ciò i numeri davvero minimi delle iscrizioni ai “registri delle unioni civili” in quei comuni italiani che hanno voluto istituirli.
«Per quelle unioni che abbiano desiderio o bisogno di dare una protezione giuridica ai rapporti reciproci esiste anzitutto la strada del diritto comune, assai ampia e adattabile alle diverse situazioni. Qualora emergessero alcune ulteriori esigenze, specifiche e realmente fondate, eventuali norme a loro tutela non dovrebbero comunque dar luogo a un modello legislativamente precostituito e tendere a configurare qualcosa di simile al matrimonio, ma rimanere invece nell’ambito dei diritti e doveri delle persone. Esse pertanto dovrebbero valere anche per convivenze non di indole affettivo-sessuale.
«La nostra stessa Costituzione del resto, come ben sappiamo, nell’art. 29 intende con univoca precisione la famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio” e ne riconosce i diritti. Per conseguenza la Corte Costituzionale ha ripetutamente affermato che la convivenza more uxorio non può essere assimilata alla famiglia, così da desumerne l’esigenza di una parificazione di trattamento.
«Ben diversa è la direzione in cui procedono i “Pacs” istituiti in Francia, ai quali spesso ci si richiama, e, in maniera purtroppo ancora più marcata, varie proposte di legge presentate nel nostro parlamento, una delle quali sottoscritta da 161 Deputati e poi da 49 Senatori. Al di là del nome diverso e di altre cautele verbali, esse sono infatti modellate in buona parte sull’istituto matrimoniale e prefigurano quello che si potrebbe chiamare un “piccolo matrimonio”: qualcosa cioè di cui non vi è alcun reale bisogno e che produrrebbe al contrario un oscuramento della natura e del valore della famiglia e un gravissimo danno al popolo italiano».




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l vitto, il vestiario,l’abitazione,lo stato di vita,l’istruzione ,il buon nome , ecc……. e non il diritto ( la legge ) valido per tutti , cioè la giustizia valida sia a destra e sia sinistra .