Il brusco (non) risveglio....
....del sindacato
Roma. Le dichiarazioni di Gianni Rinaldini, leader della Fiom, il quale ha detto ieri di considerare possibile un allargamento quantitativo della zona grigia, ci dicono che la questione sindacale è una delle lenti per guardare quello che sta accadendo.
Il sindacato è in una condizione paradossale, crescono gli iscritti, ma diminuisce la rappresentatività reale.
Cresce il suo potere di veto, diminuisce la sua capacità di visione politica.
Già in un pamphlet di successo pubblicato trent’anni fa (“Declinare crescendo”), Bruno Manghi descriveva il sindacalismo italiano avviato verso la perdita di originalità e progressivamente incerto nella tutela degli interessi dei lavoratori.
Le sue critiche segnalavano l’esigenza di cambiare il sindacato dentro, rivederne i meccanismi di funzionamento, riconsiderare il rapporto fra dirigenti e iscritti, riformare la comunicazione e il metodo di elaborazione delle cosiddette “piattaforme rivendicative”.
Oggi, in una fase in cui la permeabilità alle infiltrazioni terroristiche fa pensare a un collegamento tutto formalistico con la realtà sociale, qualcuno comincia a chiedersi se il sindacato non debba cominciare a ridefinire il suo rapporto con il sistema politico, la funzione negoziale, la natura della rappresentanza, la cultura del lavoro e del welfare.
Il sindacato non dovrebbe limitarsi all’azione di propaganda, ma costruire soluzioni e definire proposte.
Sergio Cofferati aveva lasciato la Cgil in una posizione critica per la iperpoliticizzazione, dovuta al tentativo di condizionare il gruppo dirigente dei Ds e di monopolizzare l’opposizione al governo di Silvio Berlusconi.
Questo progetto è fallito, Guglielmo Epifani ne ha preso atto? Non sembra.
Sembra ancora prevalere l’idea di un confronto con il governo, stavolta di centrosinistra, su una linea di resistenza.
Anche in queste ore – drammatiche - la posizione di Epifani appare timida. Dire che la questione terroristica è una maledizione, oppure spiegare la fine del rapporto tra vecchi e giovani nel sindacato con la precarizzazione dei rapporti di lavoro, significa utilizzare strumenti vecchiotti.
Se l’analisi di Epifani è debole, la difesa di Giorgio Cremaschi è sconcertante. Il segretario nazionale della Fiom si è appellato al garantismo.
La presunzione di innocenza –ha sostenuto – deve valere con queste quindici persone come per Silvio Berlusconi, dimenticando che uno degli arrestati si è dichiarato prigioniero politico.
Nel complesso si ha la sensazione che il sindacato sia spiazzato e che non abbia la prontezza di spirito per reagire, per isolare le anomalie o semplicemente i comportamenti leggeri, sciocchi, autolesionisti, irresponsabili.
Ieri qui si ricordava il caso di Giovanni Naccari, coordinatore della consulta dei giuslavoristi della Cgil, che aveva chiesto ai colleghi di alzare un cordone sanitario intorno a Pietro Ichino.
Dentro al sindacato si conoscono casi di anomalie, nelle grandi imprese del nord, in alcune aree del pubblico impiego e delle utilities, eppure al momento non si coglie energia sufficiente.
C’è stata un’espulsione in dieci anni – raccontava ieri Enrico Marro sul Corriere della Sera.
Naturalmente ci sono questioni che affondano la loro origine indietro nel tempo.
La natura della rappresentanza resta un problema. Il sindacalismo confederale rappresenta, in termini di iscritti, circa un terzo delle maestranze occupate in Italia.
Quando stipula un contratto o un accordo, come può assicurarsi il consenso dei due terzi non sindacalizzati?
E nel settore privato (in quello pubblico c’è una legge) chi stabilisce qual è il sindacato più rappresentativo?
Su questi temi maturano i contrasti e la progressiva perdita di influenza politica.
Secondo alcuni osservatori, le organizzazioni dei lavoratori si chiudono in una difesa corporativa degli interessi.
Come accade nella lettura delle trasformazioni del lavoro. O nella difesa dei diritti.
Quando diventa difesa di categorie identitarie etico-politiche il risultato è disastroso, porta al conflitto senza sbocco.
E’ accaduto sull’articolo 18, un flop eclatante. Accade adesso con le resistenze alla riforma previdenziale.
da il Foglio di giovedì 15
saluti