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  1. #1
    brescianofobo
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    Predefinito L'Italia di Prodi vende il tessile ai cinesi.

    Dopo un quinquennio di crisi il comparto tessile risale la china: +1,4%

    Si è aperta con l'annuncio del primo dato positivo nel fatturato del settore (+1,4% nel 2006) dopo un quinquennio, la quarta edizione di Milano Unica, inaugurata alla fiera di Milano dal presidente Paolo Zegna insieme al vicepresidente del Consiglio Francesco Rutelli e al presidente della Regione Roberto Formigoni. Presente anche il bergamasco Silvio Albini, presidente di Shirt Avenue.
    «La tessitura italiana - ha detto Zegna - sta di nuovo fornendo un contributo fondamentale al recupero nella filiera tessile-moda Made in Italy. Nel 2006 il turnover complessivo è stimato nuovamente sopra la soglia dei 9 miliardi di euro, un valore pari ad oltre il 17% del fatturato dell'intera filiera tessile-moda italiana». Il contributo relativo della tessitura diventa ancora più rilevante per il commercio estero.
    Sul fronte dell'export, c'è stato un balzo verso l'area asiatica (+ 4,8%) che ha assorbito il 17,3% delle vendite estere. È cresciuto, in particolare, l'export verso la Cina e Hong Kong, aumentato del 7%, facendo del Paese asiatico il terzo mercato di sbocco dopo Germania e Francia. «Per tanto tempo, la Cina è stata una minaccia, di qui al 2010, se continua così - ha commentato Zegna - diventerà il nostro primo mercato». Nel 2006 è salita dello 0,7% anche la domanda europea, tanto che l'avanzo commerciale del settore dovrebbe mantenersi ancora sopra la soglia dei 4 miliardi di euro, nonostante l'accelerazione dell'import (+8%) dalla Cina

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  2. #2
    naufrago
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    Una considerazione: Zegna fa parte della famosa famiglia del tessile che, a quanto mi risulta, non produce esattamente nel settore low-cost e quindi di certo attualmente non subisce un granchè la concorrenza asiatica. Al contrario, io che abito in quello che una volta era conosciuto come "il tringolo del tessile" (Legnano - Busto Arsizio - Gallarate) ho vissuto la chiusura sistematica delle tessiture che erano da decenni parte integrante dell'economia di questa zona... cosa che persiste tuttora. E chi resiste, lo deve fare tirando davvero la cinghia e convinto che presto o tardi la conclusione sarà l'inevitabile chiusura.
    In sintesi, sarebbe interessante andare ad estrapolare quanto di quel dato che Brunik ha postato sia relativo ad una fascia alta del mercato (lusso e simili), dove quei paesi oggi (ma fino a quando, visto che gli stiamo regalando tutta la nostra conoscenza?) non sono concorrenziali.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da FdV77 Visualizza Messaggio
    Una considerazione: Zegna fa parte della famosa famiglia del tessile che, a quanto mi risulta, non produce esattamente nel settore low-cost e quindi di certo attualmente non subisce un granchè la concorrenza asiatica. Al contrario, io che abito in quello che una volta era conosciuto come "il tringolo del tessile" (Legnano - Busto Arsizio - Gallarate) ho vissuto la chiusura sistematica delle tessiture che erano da decenni parte integrante dell'economia di questa zona... cosa che persiste tuttora. E chi resiste, lo deve fare tirando davvero la cinghia e convinto che presto o tardi la conclusione sarà l'inevitabile chiusura.
    In sintesi, sarebbe interessante andare ad estrapolare quanto di quel dato che Brunik ha postato sia relativo ad una fascia alta del mercato (lusso e simili), dove quei paesi oggi (ma fino a quando, visto che gli stiamo regalando tutta la nostra conoscenza?) non sono concorrenziali.
    beh , certamente la Cina e' un mercato anche per il lusso.
    basti pensare che conta 3,3 milioni di milionari ( in $ ) contro 195 mila dell'Italia.
    Il problema non è Berlusconi , il problema sono gli italiani!

    DISSIDENTE POLITICO IN REGIME DA OPERETTA!
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  4. #4
    naufrago
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    Citazione Originariamente Scritto da furbo Visualizza Messaggio
    beh , certamente la Cina e' un mercato anche per il lusso.
    basti pensare che conta 3,3 milioni di milionari ( in $ ) contro 195 mila dell'Italia.
    Diciamo che la Cina è un mercato per il lusso. Quel "anche" a mio parere stona, soprattutto se parliamo del tessile.

  5. #5
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    Fdv t'assicuro che la situazione di crisi persiste tutt'ora anche nella "capitale" del tessile ovvero zona Castiglione Stiviere e vicinanze, nonchè in tutta la Bassa Bresciana...
    salucc

  6. #6
    naufrago
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    OT: vi racconto un aneddoto simpatico, secondo me. La fabbrica di mia mamma un paio d'anni fa era sull'orlo della chiusura, proprio per i motivi di concorrenza non proprio onestissima di taluni stati esteri (e di qualche cialtrone che li appoggia, fottendosene della produzione nostrana). I sindacalisti organizzano quindi uno sciopero contro la chiusura e contro la concorrenza sleale cinese, preparano tutto e si apprestano a sfilare in corteo in centro città, muniti di fischietti, striscioni, bandiere e cappellini di cgil e compagnia. La mia mammina, che pur non avendo nulla a cui spartire con i compagni non voleva vedere chiusa l'azienda in cui ha lavorato una vita e riteneva utile esserci, si è accodata al corteo. Ad un certo punto l'assale un dubbio e ferma un rappresentatnte sindacale, dicendogli: "scusa mi fai vedere un attimo il cappellino che hai in testa?"; questo glielo dà e allora la cinica signora (da chi avrò mai preso? ) gli fa notare che il cappello è MADE IN CHINA, così come le bandiere... ovvio che ha abbandonato il corteo 37 secondi dopo, non senza smadonnamenti vari e simpatici complimenti ( ) ai coerenti amici sindacalisti...

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da FdV77 Visualizza Messaggio
    OT: vi racconto un aneddoto simpatico, secondo me. La fabbrica di mia mamma un paio d'anni fa era sull'orlo della chiusura, proprio per i motivi di concorrenza non proprio onestissima di taluni stati esteri (e di qualche cialtrone che li appoggia, fottendosene della produzione nostrana). I sindacalisti organizzano quindi uno sciopero contro la chiusura e contro la concorrenza sleale cinese, preparano tutto e si apprestano a sfilare in corteo in centro città, muniti di fischietti, striscioni, bandiere e cappellini di cgil e compagnia. La mia mammina, che pur non avendo nulla a cui spartire con i compagni non voleva vedere chiusa l'azienda in cui ha lavorato una vita e riteneva utile esserci, si è accodata al corteo. Ad un certo punto l'assale un dubbio e ferma un rappresentatnte sindacale, dicendogli: "scusa mi fai vedere un attimo il cappellino che hai in testa?"; questo glielo dà e allora la cinica signora (da chi avrò mai preso? ) gli fa notare che il cappello è MADE IN CHINA, così come le bandiere... ovvio che ha abbandonato il corteo 37 secondi dopo, non senza smadonnamenti vari e simpatici complimenti ( ) ai coerenti amici sindacalisti...
    l'anno scorso era successo lo stesso con gadgets della Lega ( magliette forse? non ricordo )
    e non e' un aneddoto!
    Il problema non è Berlusconi , il problema sono gli italiani!

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  8. #8
    naufrago
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    http://www.lombardia.cisl.it/pagina.asp?ID=2242

    Tessile lombardo: chiuse in un anno 40 aziende
    L'indagine della Femca Cisl evidenzia una attenuazione delle difficoltà


    Milano, 08.03.2006
    Prosegue la crisi dell’industria tessile lombarda. Le aziende in difficoltà sono 364 con 10.873 lavoratori in cassa integrazione e mobilità. Altre 16 hanno cessato completamente l’attività lasciando a casa 454 persone. I dati sono relativi al secondo semestre del 2005 e sono stati raccolti ed elaborati, come avviene regolarmente ogni sei mesi, dall’Ufficio sindacale della Femca Cisl, il sindacato del settore della moda della Lombardia. L’indagine rileva un’attenuazione della crisi rispetto al primo semestre dell’anno, con una riduzione dei numeri delle imprese (erano 469) e dei lavoratori (16.970) coinvolti. Complessivamente, peraltro, nel 2005 hanno cessato l’attività una quarantina di aziende, con circa 1.300 addetti, mentre altri 2.000 sono stati messi in mobilità. Il tessile e abbigliamento nella nostra regione conta circa 180mila addetti, 40mila dei quali occupati nelle piccole imprese artigiane. Una caratteristica della manodopera del settore è l’alto grado di presenza femminile, che si colloca tra il 60 e il 65% del totale. Nonostante le difficoltà, il settore della moda nel suo complesso (tessile, abbigliamento, pelletteria e calzature) continua a mantenere una sua solidità nel panorama industriale italiano. "E’ una realtà da cui non si può prescindere, e che deve essere sostenuta con azioni di difesa. Quando si ha a che fare con paesi che praticano dumping sociale ed ambientale occorre difendersi, anche attraverso l’introduzione di limiti quantitativi alle importazioni, come si è fatto, in questi ultimi mesi in sede di Comunità europea, nel caso di alcuni prodotti tessili e calzaturieri provenienti da Cina e Vietnam" sostiene il segretario generale della Femca Cisl Lombardia, Carlo Riboldi. Dal punto di vista territoriale, le aree più colpite dalla crisi sono quelle di Bergamo, con 63 aziende e 2.153 lavoratori coinvolti, seguita da Varese (86 aziende, 2.338 lavoratori) e Como (78, 1.588). Tra le aziende e i gruppi in difficoltà, ricordiamo il cotonifico Olcese, la Manifattura di Legnano, il cotonificio Franzoni, la Cerruti. Nei calzifici da donna, dopo il ridimensionamento avvenuto in Filodoro e San Pellegrino, si è assistito ad un peggioramento di Pompea e altre aziende del distretto mantovano. Nel settore della biancheria della casa, la Zucchi-Bassetti ha messo in cigs 466 dipendenti su 1.310 nei tre stabilimenti lombardi di Casorezzo, Ossona e Rescaldina. Nel calzaturiero, particolarmente colpite le aziende di Vigevano e Parabiago, con la chiusura della storica "Garlaschese".

  9. #9
    naufrago
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    l'anno scorso era successo lo stesso con gadgets della Lega ( magliette forse? non ricordo )
    e non e' un aneddoto!
    Non lo sapevo ma, viste certe illuminate menti, non me ne stupisco.

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da FdV77 Visualizza Messaggio
    Non lo sapevo ma, viste certe illuminate menti, non me ne stupisco.
    C'é ben poco da "illuminare" mio caro...

    Sul mercato non esiste altro.

    Pare che anche i cappellini della Ferrari che si vendevano sulle bancarelle di Monza a prezzi da gioielleria fossero di produzione cinese, nonostante il "lusso" del marchio.

    Per esperienza diretta so di industrie dell'abbigliamento bresciane che già 20 anni fa importavano abiti dall'Ungheria, e le operaie superstiti non avevano altro da fare che cambiare le etichette del prodotto prima che venisse spedito alle boutique.

    Ora anche l'Ungheria costa troppo, e nonostante gli abiti importati a prezzi stracciati dalla Cina, il reparto spedizioni é fermo perché non si vende, oppure rischi di non prendere i soldi.
    Non resta che togliere le etichette di marchi prestigiosi e vendere a grossisti e ambulanti "un tanto al chilo" per recuperare qualcosa.

    Non parliamo del settore calze: anche settori di nicchia come quello dei collants decorati sono malmessi perché , pur scartando il 90% del prodotto cinese, conviene ancora importare piuttosto che produrre.

    Chissà dove hanno preso i dati i leccobardi di Proni?!

 

 
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