La Lega torni a Miglio (e chieda scusa) - di Gilberto Oneto
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Quando un paio di anni fa un vecchio migliano come Pagliarini veniva duramente criticato per una sua (peraltro brevissima) frequentazione della Destra storaciana, si difendeva – citando Miglio – dicendo che si doveva predicare il federalismo ovunque, anche nei luoghi più improbabili, anche col diavolo. E i fatti sembrano dargli ragione se l’altro giorno il pensiero del Professore ha trovato ampio spazio niente meno che sulle pagine del “Secolo d’Italia”, sia pur per merito di un onesto federalista come Alessandro Campi. Ma è solo uno dei tanti segnali del prepotente ritorno di attualità e interesse che compaiono un po’ dappertutto coinvolgendo chi migliano o estimatore di Miglio è sempre stato, ma anche interessanti neofiti. Anche – come si è visto – in luoghi dove meno ci si aspetterebbe di sentire parlare di federalismo e autonomia. Stranezza per stranezza, a riscoprire Miglio si è messa pure la Lega. Non dovrebbe stupire, perchè è il partito che da più tempo si proclama federalista, ma su una cosa il “Secolo” ha ragione: Miglio non si troverebbe a suo agio nella Lega di oggi. Non solo per il trattamento che ha ricevuto in passato e per gli insulti poco signorili che gli sono rivolti, ma soprattutto per i più recenti progetti istituzionali, ovvero per l’uso improprio dei concetti e addirittura del termine federalismo.
Non ci sono dubbi che la base, proprio come la quasi totalità dell’enorme legione di leghisti fuori dal partito, abbia ancora oggi una venerazione per il Professore, si commuove al suo ricordo, lo cita e ne ha nostalgia, rimpiange la lucidità e la chiarezza con cui riusciva a declinare concetti anche duri e farsi capire da tutti. Purtroppo non ci sono neppure troppi dubbi sulla strumentalità delle rievocazioni di questi giorni, da parte di chi - se l’ha studiata – non ha bene appreso la lezione di Miglio. Nel progetto di cosiddetto federalismo fiscale non c’è quasi nulla di quello che Miglio e tutti i federalisti veri intendono come tale, non c’è l’idea di sovranità delle comunità contraenti il patto, non c’è il principio di autodeterminazione, non c’è il principio identitario, non c’è l’idea di libertà, volontarietà e rescindibilità del contratto, che viene liberamente sottoscritto e rispettato ma che si può – per inadempienza delle altre parti o per scadenza temporale – sempre disdire e cioè fare da sé (secessione). Oggi in tanti fingono di credere che il federalismo potrebbe solo essere un altro modo di tenere in piedi un sistema di relazioni che non funziona più e non ricordano l’autentica forza del potere identitario che era alla base degli apparentemente asettici disegni istituzionali di Miglio. Il cervello serve a poco se non c’è il cuore, il progetto è poca cosa senza un vessillo da sventolare: un patto federale è nulla se non soddisfa la voglia di libertà, autonomia e identità, l’inalienabile diritto di stare con chi si vuole e con chi ci vuole, un principio che trova perfetta descrizione nella straordinaria enunciazione migliana : “con il consenso della gente si può fare di tutto: cambiare il governo, sostituire la bandiera, unirsi a un altro paese, formarne uno nuovo”. Cose che suonano blasfeme per alcuni di quelli che dicono di disputarsene l’eredità. Cose che si vedono poco nei progetti federalisti in circolazione.
Certo, fra tutti i soggetti politici maggiori, è la Lega quella che più facilmente li può recepire e che potrebbe anche tornare a farlo. Tutti si possono sbagliare, tutti possono cambiare idea, tutti possono rendersi conto di avere commesso degli errori e di avere perso delle straordinarie occasioni. Occorre però avere l’onestà di ammetterlo senza limitarsi a commemorazioni pelose. Sarebbe bene che chi ha offeso Miglio chiedesse scusa, sarebbe finalmente il caso di non continuare a raccontare versioni di comodo o ipocrisie ripugnanti: come le ridicole storielle del Ministero per le riforme negato dagli alleati o la vergognosa insinuazione che Miglio si sarebbe avvicinato alla Lega perchè ambiva a un seggio in Senato. Detta da uno che da più di 20 anni prende lo stipendio di parlamentare senza che nessuno si sia mai accorto della sua presenza. Soprattutto si dovrebbe rivendicarne l’eredità morale portandone avanti le idee e i progetti. Basterebbe avere l’umiltà di (ri)leggere i suoi libri. L’anno scorso “Libero” ha ristampato i più importanti: qualche copia omaggio si potrebbe anche fargliela avere.
Gilberto Oneto




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