Il segreto di stato, la sicurezza dei cittadini e una procura molto curiosa
Si vede che i magistrati inquirenti di Milano sono convinti che il segreto di stato sia come quello istruttorio, che è diventato un colabrodo selettivo al servizio del circuito mediatico-giudiziario. Nella inchiesta su Abu Omar hanno tranquillamente dato ordine di mettere sotto controllo gli agenti dei servizi di sicurezza, violando quindi apertamente il segreto di stato che vigeva sulla vicenda in questione. Lo ha spiegato, nell’Aula parlamentare, il vicepresidente del Consiglio Francesco Rutelli, aggiungendo che, nei confronti di questa violazione il governo ha deciso di aprire un conflitto di attribuzioni nei confronti della procura milanese presso la Corte costituzionale per violazione del segreto di stato.
Si tratta di un fatto di grande rilevanza, sia sul piano istituzionale sia su quello più strettamente politico. Il segreto di stato, infatti, è la pietra angolare senza la quale non è possibile realizzare una collaborazione efficace nella lotta contro il terrorismo internazionale. Non riguarda l’orientamento di questo o quel governo, ma la garanzia della sicurezza dei cittadini. Ora toccherà alla Consulta stabilire se è giusto che questo interesse fondamentale prevalga, in casi circoscritti e su responsabilità del governo, su quello all’accertamento di ipotesi di reato. Soprattutto si dovrà decidere se anche i magistrati milanesi debbono applicare le norme che valgono per tutti i cittadini o se per loro vale un particolare e inspiegabile privilegio. Sul piano politico, invece, è da segnalare un’altra sconfitta dell’ala giustizialista, dopo l’approvazione dell’indulto, osteggiato dalla magistratura associata. Tutta la propaganda che descriveva le inchieste milanesi come vittime di una specie di persecuzione politica da parte del governo di centrodestra viene spazzata via d’un colpo. Quello che veniva difeso dal governo di Silvio Berlusconi, e oggi viene difeso da quello di Romano Prodi, è un interesse nazionale, messo in pericolo dai metodi spericolati di settori della magistratura che non accettano di rispettare il segreto di stato o finiscono con l’aggirarlo, mettendo peraltro in pericolo gli agenti che dovrebbero essere protetti da quel meccanismo. Tutte le persone di buon senso si rendono conto che la lotta al terrorismo sanguinario non si può combattere con i guanti bianchi, tutti chiedono sempre che l’intelligence sia in grado di prevenire i pericoli mortali, ma quando poi si cerca di farlo, si trova sempre un pm di mezzo.
il Foglio




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