Il Foglio ha chiesto a Carlo Stagnaro un dizionario per comprendere le parole chiave del pensiero di Milton Friedman.
Bilancio (politica di): Milton Friedman è un convinto assertore del liberismo in base a ragioni pratiche e teoriche. Le politiche interventiste sono una cura peggiore del male: “lo strumento equilibratore è di fatto squilibrato”, e il danno sta principalmente “nel fatto che ha continuamente favorito un’espansione dell’ambito delle attività pubbliche e impedito una riduzione delle imposte”. Inoltre, la spesa pubblica “è stata una delle più importanti cause di difficoltà e instabilità”. Questo non toglie che “il saldo del bilancio pubblico sia molto importante... ma di per sé non ha un effetto rilevante sull’andamento del reddito nominale, sull’inflazione, sulla deflazione, o sulle fluttuazioni cicliche”. Piuttosto, “la fiducia diffusa sulla potenza della politica di bilancio è basata su una totale assenza di supporto empirico”.
Cile: Nel 1975, Friedman viene invitato a tenere una serie di conferenze nel Cile di Augusto Pinochet. La stampa nazionale e straniera dà grande risalto alle sue tesi: il controllo dell’inflazione, un ampio programma di liberalizzazioni e privatizzazioni e la riduzione della spesa pubblica. Tale “terapia d’urto” verrà poi adottata grazie alla cooptazione, nel governo cileno, di alcuni “Chicago boys”, tra cui l’architetto della riforma pensionistica José Piñera. Friedman si difenderà dalle accuse di collaborazionismo col regime con un semplice argomento: “se questo può aiutare a migliorare la situazione delle libertà economiche in Cile, perché no?”. In seguito, accetterà inviti anche da altri paesi, compresa la Cina comunista: “nessuno me l’ha mai rinfacciato. Come mai?”.
Disoccupazione e inflazione: Friedman ritiene, contro Keynes, che un aumento dell’inflazione possa avere effetti positivi sull’occupazione solo nel breve termine: nel lungo, i lavoratori adeguano le loro richieste salariali al livello atteso di inflazione e il tasso di disoccupazione torna ai livelli “naturali”, determinati da variabili microeconomiche. Di conseguenza, la tesi secondo cui vi sarebbe una correlazione inversa tra inflazione e disoccupazione (per cui la crescita dell’una farebbe calare l’altra) è sbagliata: “esistono solo due possibilità: una è quella di consentire all’inflazione di continuare o di accelerarsi, nel qual caso siamo tutti danneggiati... Oppure possiamo attraversare un periodo di difficoltà temporanee, come effetto collaterale di una efficace terapia anti-inflazionistica... Esiste sempre un tradeoff temporaneo tra inflazione e disoccupazione, ma non esiste un tradeoff permanente”.
Droga: l’analisi delle conseguenze del proibizionismo spinge Friedman ad avversarlo: a causa dei divieti, il prezzo delle “dosi” sale. Come risultato, tutti stanno peggio: i drogati perché la roba è di cattiva qualità, i non drogati perché devono patire la microcriminalità connessa agli stupefacenti, le famiglie perché vivono in un ambiente insicuro, e la collettività perché la guerra alla droga assorbe troppe risorse senza produrre benefici visibili.
Grande depressione: nella visione keynesiana, la Grande depressione dimostra l’instabilità capitalistica. Per Friedman è vero il contrario: la crisi del ’29 dipende da errori politici. Nella monumentale “Storia monetaria degli Stati Uniti” (scritta con Anna Schwartz), egli argomenta che all’origine di tutto sta la politica deflazionistica adottata dalla Fed dal 1928. La massa monetaria in circolazione diminuì durante una fase espansiva, e questo innescò il processo che avrebbe portato al tracollo di ottobre. La Fed persistette nella sua politica deflazionistica (tranne che per un breve periodo alla fine del 1930, quando dovette gestire la chiusura della Bank of the United States e l’assalto dei correntisti agli sportelli). Nel settembre 1931 la Fed tirò dritta nonostante la decisione inglese di sganciarsi dallo standard aureo, col risultato che la quantità di moneta, che “era andata diminuendo ad un tasso annuo del 13 per cento dal marzo del 1931 all’agosto dello stesso anno, diminuì all’incredibile tasso del 31 per cento nei cinque mesi successivi”. In questa situazione “i mercati finanziari privati diedero prova di straordinaria robustezza e stabilità, ma non quanta è necessaria per far fronte al disordine prodotto dalle azioni, o dall’inazione, delle autorità monetarie”.
Imposta negativa sul reddito: Il welfare finanziato coi proventi delle imposte ha, agli occhi di Friedman, almeno tre gravi rischi: la regressività (cioè che le tasse, pagate da tutti, possano andare a vantaggio dei ricchi); la produzione di servizi inefficienti; la tendenza ad alimentare una pressione fiscale eccessiva. L’alternativa radicale è l’imposta negativa sul reddito, in virtù della quale tutti coloro che hanno un reddito inferiore a una soglia minima riceverebbero un’integrazione proporzionale alla distanza da tale livello. In questa maniera si potrebbe sostituire la redistribuzione in natura con redistribuzione in denaro, dando a tutti la possibilità di scegliere tra servizi offerti da imprese private in concorrenza.
Monetarismo: pur essendone il fondatore, non fu Friedman a coniare il termine (preferendovi “controrivoluzione in teoria monetaria”): il suo obiettivo era quello di riformulare la teoria quantitativa come teoria della domanda di moneta. Come spiega Antonio Martino nella biografia intellettuale del premio Nobel, “nell’ottica di Friedman la moneta rappresenta una delle attività patrimoniali e compete, nelle preferenze del pubblico, con una gamma di altre attività, sia finanziarie che reali”. Poiché per l’economista di Chicago la domanda di moneta è relativamente stabile nel tempo e poco influenzata dai tassi di interesse, “la moneta ha importanza: le variazioni della quantità di moneta in circolazione si traducono, ‘con un certo ritardo’, in variazioni della spesa globale e, quindi, in variazioni di prezzi e di reddito”. Da qui deriva la lettura friedmaniana del rapporto tra inflazione e disoccupazione.
Phillips: Friedman ha ferocemente criticato il ricorso alla curva di Phillips, che esprime la correlazione tra inflazione e disoccupazione, ritenendola il risultato di una serie di coincidenze che non possono essere generalizzate: “nessuno fu in grado di costruire sui dati una curva di Phillips decente per altre circostanze”. In particolare, la curva di Philips fu smentita storicamente, dando ragione a Friedman, dal comparire simultaneo di alta inflazione e alta disoccupazione nel corso degli anni Settanta (la “stagflazione”).
Sindacati: lo strapotere dei sindacati rischia, agli occhi di Friedman, di “dar vita a conflitti sociali, può distruggere opportunità di lavoro, può creare disoccupazione”. Se le organizzazioni dei lavoratori conquistano aumenti salariali sproporzionati nei settori dove sono forti, “un maggior numero di persone cercano altri impieghi, il che determina abbassamenti dei livelli salariali in queste occupazioni”. La via d’uscita è, per Friedman, “la perfetta libertà da entrambe le parti e un’adeguata protezione nei confronti della violenza e dell’oltraggio”.
Voucher: se tutti hanno diritto all’istruzione, allora è accettabile che essa sia finanziata col denaro delle tasse: questo non implica che lo Stato debba trattare direttamente coi fornitori del servizio, o produrlo in proprio. Friedman propone di scindere le cose, “concedendo ai genitori dei titoli di credito rimborsabili per una determinata somma massima annua per ciascun figlio”. L’idea del buono, insomma, è di garantire l’accesso universale all’istruzione senza cancellare i benefici della competizione tra istituti scolastici.
Da Il Foglio, 18 novembre 2006