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    La Lupa romana è una cagna bastarda che muore allattando 2 figli di puttana
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    Predefinito Ariel Toaff ritira il libro delle polemiche

    La resa di Ariel Toaff
    Domenico Savino
    16/02/2007
    Ariel Toaff

    Dunque alla fine ha ceduto.
    Ariel Toaff ha chiesto alla società editrice Il Mulino di Bologna, che ha pubblicato il suo libro «Pasque di sangue», in cui si sostiene, seppure in maniera tutt’altro che generalizzata, una certa fondatezza dell’accusa di omicidio rituale rivolta agli ebrei, di ritirare il controverso volume dalle librerie.
    Già ieri Toaff aveva dichiarato l’intenzione di riscrivere alcuni capitoli della seconda edizione; oggi l’annuncio di quella che appare come una completa sconfessione del proprio lavoro, pure se fatta obtorto collo.
    Dopo giorni di minacce, pressioni, insulti, tonnellate di fango da cui è stato sommerso, dopo una convocazione da parte di Moshe Kaveh, presidente dell’ateneo dove insegna, per spiegazioni sulla tesi del saggio, dopo che personalità non accademiche, come pure lettori di altre università, ne hanno chiesto il licenziamento e dopo che i finanziatori esteri hanno minacciato di tagliare i fondi all’Ateneo, Ariel Toaff si è arreso.
    Al giornale Maariv aveva nei giorni scorsi raccontato le settimane passate in Italia, che «negli ultimi giorni si sono trasformate in un incubo».
    A Menachem Gantz, corrispondente del quotidiano da Roma, ha letto una delle mail ricevute:
    «Se nei secoli è stato versato tanto sangue ebreo, ora ne verrà versato ancora, il tuo».
    Dall’altro ieri Toaff aveva cercato di minimizzare e alla domanda del Jerusalem Post, se riteneva «che le comunità ebraiche possano aver commesso omicidi rituali», il professore aveva risposto con un «no», definito «risoluto» dalla giornalista.
    Peccato che nei giorni precedenti, invece, avesse dichiarato: «alcuni omicidi rituali potrebbero esserci stati».
    A chi glielo aveva fatto notare, il professore aveva risposto, cercando ancora di sdrammatizzare: «La mia dichiarazione è stata una provocazione accademica ironica, una premessa per infrangere il tabù delle ricerche attorno all’atmosfera anticristiana in alcune comunità ashkenazite europee, nel Medioevo».
    Ma evidentemente non è bastato.
    Oggi - dicevamo - la resa, la contrizione e la penitenza, con l’annuncio che devolverà i proventi della vendita del libro alla ‘Anti Defamation League’, l'organizzazione ebraica di New York che combatte gli episodi di anti-semitismo.

    Non me la sento di giudicare Ariel Toaff.
    Le pressioni devono essere state tremende. Anche quelle familiari.
    Oggi il padre, a caldo, ha immediatamente rilasciato un’intervista a La Repubblica, in cui ha definito la decisione del figlio di ritirare il libro «un gesto opportuno, necessario. Vuol dire che mio figlio Ariel ha capito. Ma significa anche che le critiche che sono state fatte nei confronti del suo libro sono state giuste… E’ bene che questa storia sia finita così».
    E poi ha commentato: «Mangiare il pane azzimo mischiato al sangue di bambini cristiani uccisi? Aberrante! Un insulto all’intelligenza, alla tradizione, alla storia in generale e al vero senso della religiosità ebraica - commenta con forza il rabbino - e dispiace che a sollevare sciocchezze simili sia stato mio figlio. Ma forse lo ha fatto senza rendersi conto della gravità di certe affermazioni e che queste tematiche, da secoli già condannate dalla storia e dalla tradizione, e non solo di quella ebraica, possono diventare subito argomenti per rilanciare pericolosi sentimenti di antisemitismo e voglie di negazionismo dell’Olocausto. E’ un errore. Ma nella vita tutti possono sbagliare».
    Così Ariel Toaff ha alzato bandiera bianca, chiedendo alla casa editrice di ritirare il libro dal commercio.
    Le modalità dell’annuncio, dopo i proclami dei giorni scorsi in cui dichiarava che non avrebbe rinunciato «mai alla dedizione verso la verità e la libertà accademica, anche se il mondo mi crocifigge», appaiono quelli di una capitolazione.
    Il tono è quello di un uomo distrutto.
    Lasciamo Ariel Toaff al suo dolore e rispettiamo la sua decisione.

    Ma voi, se siete ancora in tempo, correte in libreria e comperate il suo libro.
    E’ un’ opera straordinaria che vale la pena di essere letta, prima che scompaia per sempre dalla memoria e dal patrimonio della cultura.
    Perché temiamo che una seconda edizione, se mai uscirà, non avrà nulla del sapore vero di questa.
    Dicevamo che è un’opera straordinaria e - badate bene - non tanto per ciò dice riguardo all’«accusa del sangue», che non è in fondo neppure l’oggetto specifico del libro, quanto innanzitutto per la descrizione godibilissima dello spaccato di vita delle comunità ebraiche ashkenazite tra il XII e il XV secolo.
    E’ uno squarcio aperto, una boccata di aria fresca su una storiografia oleografica, lacrimevole, ripetitiva, conformista e noiosa che accompagna di solito lo studio del giudaismo, una storiografia che pare molto più la agiografia di un popolo santificato, piuttosto che il ritratto della vita reale di uomini in carne ed ossa, facenti parte di una comunità umana separata e separatasi dal resto del mondo in cui vive e, tuttavia, in profondo, organico, problematico rapporto con esso.
    Il libro di Toaff è ammirevole anzitutto per la capacità di farci entrare quasi in presa diretta con i personaggi di quella società, con le loro pratiche di vita quotidiana, le loro vicende, i loro traffici, le loro mercanzie, le loro credenze, i loro riti, i loro problemi, le loro aspirazioni, i loro sentimenti di amore e odio.
    Leggendo il libro quasi si annusa l’odore di quei luoghi, le ombre e le luci del ghetto, il tono delle voci nella sinagoga, il tintinnio delle monete sui banchi di credito, il suono dei passi lungo i vicoli stretti di quartieri impregnati di carne e misticismo, di affari e Torah.
    Non vi compare malgrado ciò la stereotipata figura dell’ebreo avido, untuoso e volpino.
    Ovvero se talvolta si può scorgere anche questa, le figure degli ebrei sono caratterizzati da una piacevole varietà, che evidenzia un mondo ricco di fermenti e di personalità, nient’affatto marginali rispetto alla vita della maggioranza cristiana, eppure inevitabilmente separati da essa.
    Un mondo fatto di personaggi strani, eccentrici, spericolati, spregiudicati e - perché no - talvolta feroci, ma vivaddio vivi, virili e fieri della loro irriducibile ebraicità.
    E’ in questo contesto che apprendiamo di costumi, usanze, credenze in cui l’intero mondo di allora e in modo particolare il giudaismo ashkenazita attribuiscono al sangue una funzione magico religiosa.
    Non ne voglio trattare in questa sede, prefiggendomi una recensione analitica del libro nei prossimi giorni.
    Perché questo è un lavoro serio e non può essere liquidato con poche righe polemiche, con argomentazioni volgari, con generalizzazioni squallide, né può essere stroncato a priori con la scusa che esso darebbe fiato all’antisemitismo, perché con questo libro l’antisemitismo non c’entra un fico.

    Il lavoro di Toaff è invece un lavoro ponderoso, uno valido contributo alla comprensione dall’interno di quel grande mistero che è il giudaismo ed a cui si è soliti approcciarsi vuoi con il più consumato dei pregiudizi, vuoi con il più ributtante dei servilismi.
    Solo chi è in cattiva fede può impugnare quest’opera per innalzare la bandiera dell’antisemitismo o, al contrario, agitarne lo spauracchio.
    Purtroppo questi ultimi hanno mandato al rogo, senza neppure averla letta, un’opera che invece deve fare riflettere.
    Ad entrambi, seguaci simmetrici del semitismo - antisemitismo, questo libro andrebbe proibito per manifesta indegnità.
    Gli altri debbono leggerlo con leggera soavità, «sine ira et studio» come si dice, senza scandalo o inutile riprovazione, con la curiosità e la comprensione che si deve davanti ad ogni fenomeno storico, con lo stupore «ingenuo» che è dovuto davanti ad un mondo che è altro dal proprio e che non poteva essere altro rispetto a ciò che è stato.
    E per comprenderlo veramente questo libro, esso va letto con la consapevolezza che il mondo che viveva fuori dei quartieri riservati agli ebrei partecipava non della stessa fede, ma certo delle stesse paure, delle medesime ossessioni, delle stesse latenze psichiche, degli stessi traffici, di analoghi appetiti e talvolta di analoghe devianze.
    Perché questo è l’approccio con cui questo libro va affrontato, non certo con la libido di ritrovare la pistola fumante (anzi sanguinante) in mano ad un rabbino o con il terrore che altri davvero la possa scoprire dopo secoli, sicchè occorre immediatamente occultare eventuali prove.
    In realtà la nevrotica reazione del mondo ebraico davanti all’opera di Toaff ed il suo «rogo in effige», l’auto da fe’ cui è stato sottoposto, la sconcia strumentalizzazione della figura del padre sono uno sfregio non solo alla tanto celebrata libertà di indagine scientifica, ma alla altrettanto decantata «intelligenza ebraica».
    E ciò perché l’amara conclusione di questa vicenda contribuirà a trasformare suo malgrado un onesto professore universitario in un temerario alfiere della verità ad ogni costo e certamente a far sospettare a molti, anche a chi prima non lo credeva, che gli ebrei abbiano potuto compiere omicidi rituali.
    Ma ancor più la reazione del mondo ebraico mette in evidenza un nervo scoperto del giudaismo, la sua incapacità di accettare di divenire oggetto di una critica storica che non sia addomesticata, l’inidoneità a sottostare alle medesime libertà cui sottostà tutta l’indagine storiografica, la pretesa che le vicende tragiche che ne hanno accompagnato il destino nel secolo scorso debbano costituire una sorta di pre-giudizio assoluto, che impedisce qualsiasi forma di indagine approfondita e qualsiasi ipotesi di censura.

    Tutto è suscettibile di trasformarsi in antisemitismo, tutto odora di nazionalsocialismo, lo sterminio sembra sempre pendere sul loro capo, anche quando è vero casomai il contrario, sicchè il passato ritorna sempre incombente a giudicare il presente ed a determinare il futuro.
    Sembra purtroppo di assistere alle reazioni isteriche di certi tipi caratteriali, cui la normale vita di relazione è impedita dai traumi subiti, dai fantasmi evocati, da un’ipertrofia dell’Io che si accompagna ad un autoisolamento distruttivo, tutte le volte in cui non è riservato ad essi il primo posto, la maggiore considerazione o l’assenza di critica.
    La stessa pretesa di una unicità assoluta della Shoah, lo spettro di una sua possibile reiterazione continuamente agitato come giustificazione a qualsiasi eccesso da parte israeliana e come esorcismo contro un suo eventuale sacrilegio, il tabù della sua intangibilità blindata per legge, l’impossibilità di domandare alcunché sulle sue cause che non sia già stato spiegato, di dire altro che non sia il ripetersi di una liturgia oramai consunta, l’ossessione di una memoria che si va dissolvendo e che va mantenuta viva con una sorta di accanimento terapeutico, le visite guidate ai luoghi dello sterminio come pellegrinaggi della nuova religione civile, tutto questo denota in realtà una preoccupante fragilità nella coscienza collettiva di quella fede e di quel popolo, cui fa da contraltare spesso un’arroganza irritante.
    Tutto ciò fa sì che ahimè la ricerca storica sull’ebraismo si trasformi allora in una sorta di nuova dogmatica, tanto più insopportabile, perché accompagnata da stucchevoli forme di conformismo e servilismo, che saranno certo gradite, ma - ne siamo certi - non intimamente apprezzate in ambito giudaico.

    In questa sede noi preferiamo un altro linguaggio, quella «parresia» che solo il Dei Verbum può dare, quella Parola di Dio, che è il Cristo e che ci ammonisce anche aspramente come già duemila anni fa, perché attende che tutti vadano a Lui.

    Domenico Savino
    Tu che odi dio e la vita cristiana
    Senti la sua presenza come un doloroso cancro
    Vengano profanate e profanate aspramente
    Le praterie del cielo bagnate di sangue

    Odiatore di dio
    E della peste della luce

    Guarda negli occhi paralizzati di dio
    E sputa al suo cospetto
    Colpisci a morte il suo miserevole agnello
    Con la clava

    Dio, con ciò che ti appartiene ed i tuoi seguaci
    Hai mandato il mio regno di Norvegia in rovine
    I tempi antichi, le solide usanze e tradizioni
    Hai distrutto con la tua orrida parola
    Ora vai via dalla nostra terra!

    •   Alt 

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    Citazione Originariamente Scritto da Shaytan Visualizza Messaggio
    La resa di Ariel Toaff
    Domenico Savino
    16/02/2007
    Ariel Toaff

    Dunque alla fine ha ceduto.
    Ariel Toaff ha chiesto alla società editrice Il Mulino di Bologna, che ha pubblicato il suo libro «Pasque di sangue», in cui si sostiene, seppure in maniera tutt’altro che generalizzata, una certa fondatezza dell’accusa di omicidio rituale rivolta agli ebrei, di ritirare il controverso volume dalle librerie.
    Già ieri Toaff aveva dichiarato l’intenzione di riscrivere alcuni capitoli della seconda edizione; oggi l’annuncio di quella che appare come una completa sconfessione del proprio lavoro, pure se fatta obtorto collo.
    Dopo giorni di minacce, pressioni, insulti, tonnellate di fango da cui è stato sommerso, dopo una convocazione da parte di Moshe Kaveh, presidente dell’ateneo dove insegna, per spiegazioni sulla tesi del saggio, dopo che personalità non accademiche, come pure lettori di altre università, ne hanno chiesto il licenziamento e dopo che i finanziatori esteri hanno minacciato di tagliare i fondi all’Ateneo, Ariel Toaff si è arreso.
    Al giornale Maariv aveva nei giorni scorsi raccontato le settimane passate in Italia, che «negli ultimi giorni si sono trasformate in un incubo».
    A Menachem Gantz, corrispondente del quotidiano da Roma, ha letto una delle mail ricevute:
    «Se nei secoli è stato versato tanto sangue ebreo, ora ne verrà versato ancora, il tuo».
    Dall’altro ieri Toaff aveva cercato di minimizzare e alla domanda del Jerusalem Post, se riteneva «che le comunità ebraiche possano aver commesso omicidi rituali», il professore aveva risposto con un «no», definito «risoluto» dalla giornalista.
    Peccato che nei giorni precedenti, invece, avesse dichiarato: «alcuni omicidi rituali potrebbero esserci stati».
    A chi glielo aveva fatto notare, il professore aveva risposto, cercando ancora di sdrammatizzare: «La mia dichiarazione è stata una provocazione accademica ironica, una premessa per infrangere il tabù delle ricerche attorno all’atmosfera anticristiana in alcune comunità ashkenazite europee, nel Medioevo».
    Ma evidentemente non è bastato.
    Oggi - dicevamo - la resa, la contrizione e la penitenza, con l’annuncio che devolverà i proventi della vendita del libro alla ‘Anti Defamation League’, l'organizzazione ebraica di New York che combatte gli episodi di anti-semitismo.

    Non me la sento di giudicare Ariel Toaff.
    Le pressioni devono essere state tremende. Anche quelle familiari.
    Oggi il padre, a caldo, ha immediatamente rilasciato un’intervista a La Repubblica, in cui ha definito la decisione del figlio di ritirare il libro «un gesto opportuno, necessario. Vuol dire che mio figlio Ariel ha capito. Ma significa anche che le critiche che sono state fatte nei confronti del suo libro sono state giuste… E’ bene che questa storia sia finita così».
    E poi ha commentato: «Mangiare il pane azzimo mischiato al sangue di bambini cristiani uccisi? Aberrante! Un insulto all’intelligenza, alla tradizione, alla storia in generale e al vero senso della religiosità ebraica - commenta con forza il rabbino - e dispiace che a sollevare sciocchezze simili sia stato mio figlio. Ma forse lo ha fatto senza rendersi conto della gravità di certe affermazioni e che queste tematiche, da secoli già condannate dalla storia e dalla tradizione, e non solo di quella ebraica, possono diventare subito argomenti per rilanciare pericolosi sentimenti di antisemitismo e voglie di negazionismo dell’Olocausto. E’ un errore. Ma nella vita tutti possono sbagliare».
    Così Ariel Toaff ha alzato bandiera bianca, chiedendo alla casa editrice di ritirare il libro dal commercio.
    Le modalità dell’annuncio, dopo i proclami dei giorni scorsi in cui dichiarava che non avrebbe rinunciato «mai alla dedizione verso la verità e la libertà accademica, anche se il mondo mi crocifigge», appaiono quelli di una capitolazione.
    Il tono è quello di un uomo distrutto.
    Lasciamo Ariel Toaff al suo dolore e rispettiamo la sua decisione.

    Ma voi, se siete ancora in tempo, correte in libreria e comperate il suo libro.
    E’ un’ opera straordinaria che vale la pena di essere letta, prima che scompaia per sempre dalla memoria e dal patrimonio della cultura.
    Perché temiamo che una seconda edizione, se mai uscirà, non avrà nulla del sapore vero di questa.
    Dicevamo che è un’opera straordinaria e - badate bene - non tanto per ciò dice riguardo all’«accusa del sangue», che non è in fondo neppure l’oggetto specifico del libro, quanto innanzitutto per la descrizione godibilissima dello spaccato di vita delle comunità ebraiche ashkenazite tra il XII e il XV secolo.
    E’ uno squarcio aperto, una boccata di aria fresca su una storiografia oleografica, lacrimevole, ripetitiva, conformista e noiosa che accompagna di solito lo studio del giudaismo, una storiografia che pare molto più la agiografia di un popolo santificato, piuttosto che il ritratto della vita reale di uomini in carne ed ossa, facenti parte di una comunità umana separata e separatasi dal resto del mondo in cui vive e, tuttavia, in profondo, organico, problematico rapporto con esso.
    Il libro di Toaff è ammirevole anzitutto per la capacità di farci entrare quasi in presa diretta con i personaggi di quella società, con le loro pratiche di vita quotidiana, le loro vicende, i loro traffici, le loro mercanzie, le loro credenze, i loro riti, i loro problemi, le loro aspirazioni, i loro sentimenti di amore e odio.
    Leggendo il libro quasi si annusa l’odore di quei luoghi, le ombre e le luci del ghetto, il tono delle voci nella sinagoga, il tintinnio delle monete sui banchi di credito, il suono dei passi lungo i vicoli stretti di quartieri impregnati di carne e misticismo, di affari e Torah.
    Non vi compare malgrado ciò la stereotipata figura dell’ebreo avido, untuoso e volpino.
    Ovvero se talvolta si può scorgere anche questa, le figure degli ebrei sono caratterizzati da una piacevole varietà, che evidenzia un mondo ricco di fermenti e di personalità, nient’affatto marginali rispetto alla vita della maggioranza cristiana, eppure inevitabilmente separati da essa.
    Un mondo fatto di personaggi strani, eccentrici, spericolati, spregiudicati e - perché no - talvolta feroci, ma vivaddio vivi, virili e fieri della loro irriducibile ebraicità.
    E’ in questo contesto che apprendiamo di costumi, usanze, credenze in cui l’intero mondo di allora e in modo particolare il giudaismo ashkenazita attribuiscono al sangue una funzione magico religiosa.
    Non ne voglio trattare in questa sede, prefiggendomi una recensione analitica del libro nei prossimi giorni.
    Perché questo è un lavoro serio e non può essere liquidato con poche righe polemiche, con argomentazioni volgari, con generalizzazioni squallide, né può essere stroncato a priori con la scusa che esso darebbe fiato all’antisemitismo, perché con questo libro l’antisemitismo non c’entra un fico.

    Il lavoro di Toaff è invece un lavoro ponderoso, uno valido contributo alla comprensione dall’interno di quel grande mistero che è il giudaismo ed a cui si è soliti approcciarsi vuoi con il più consumato dei pregiudizi, vuoi con il più ributtante dei servilismi.
    Solo chi è in cattiva fede può impugnare quest’opera per innalzare la bandiera dell’antisemitismo o, al contrario, agitarne lo spauracchio.
    Purtroppo questi ultimi hanno mandato al rogo, senza neppure averla letta, un’opera che invece deve fare riflettere.
    Ad entrambi, seguaci simmetrici del semitismo - antisemitismo, questo libro andrebbe proibito per manifesta indegnità.
    Gli altri debbono leggerlo con leggera soavità, «sine ira et studio» come si dice, senza scandalo o inutile riprovazione, con la curiosità e la comprensione che si deve davanti ad ogni fenomeno storico, con lo stupore «ingenuo» che è dovuto davanti ad un mondo che è altro dal proprio e che non poteva essere altro rispetto a ciò che è stato.
    E per comprenderlo veramente questo libro, esso va letto con la consapevolezza che il mondo che viveva fuori dei quartieri riservati agli ebrei partecipava non della stessa fede, ma certo delle stesse paure, delle medesime ossessioni, delle stesse latenze psichiche, degli stessi traffici, di analoghi appetiti e talvolta di analoghe devianze.
    Perché questo è l’approccio con cui questo libro va affrontato, non certo con la libido di ritrovare la pistola fumante (anzi sanguinante) in mano ad un rabbino o con il terrore che altri davvero la possa scoprire dopo secoli, sicchè occorre immediatamente occultare eventuali prove.
    In realtà la nevrotica reazione del mondo ebraico davanti all’opera di Toaff ed il suo «rogo in effige», l’auto da fe’ cui è stato sottoposto, la sconcia strumentalizzazione della figura del padre sono uno sfregio non solo alla tanto celebrata libertà di indagine scientifica, ma alla altrettanto decantata «intelligenza ebraica».
    E ciò perché l’amara conclusione di questa vicenda contribuirà a trasformare suo malgrado un onesto professore universitario in un temerario alfiere della verità ad ogni costo e certamente a far sospettare a molti, anche a chi prima non lo credeva, che gli ebrei abbiano potuto compiere omicidi rituali.
    Ma ancor più la reazione del mondo ebraico mette in evidenza un nervo scoperto del giudaismo, la sua incapacità di accettare di divenire oggetto di una critica storica che non sia addomesticata, l’inidoneità a sottostare alle medesime libertà cui sottostà tutta l’indagine storiografica, la pretesa che le vicende tragiche che ne hanno accompagnato il destino nel secolo scorso debbano costituire una sorta di pre-giudizio assoluto, che impedisce qualsiasi forma di indagine approfondita e qualsiasi ipotesi di censura.

    Tutto è suscettibile di trasformarsi in antisemitismo, tutto odora di nazionalsocialismo, lo sterminio sembra sempre pendere sul loro capo, anche quando è vero casomai il contrario, sicchè il passato ritorna sempre incombente a giudicare il presente ed a determinare il futuro.
    Sembra purtroppo di assistere alle reazioni isteriche di certi tipi caratteriali, cui la normale vita di relazione è impedita dai traumi subiti, dai fantasmi evocati, da un’ipertrofia dell’Io che si accompagna ad un autoisolamento distruttivo, tutte le volte in cui non è riservato ad essi il primo posto, la maggiore considerazione o l’assenza di critica.
    La stessa pretesa di una unicità assoluta della Shoah, lo spettro di una sua possibile reiterazione continuamente agitato come giustificazione a qualsiasi eccesso da parte israeliana e come esorcismo contro un suo eventuale sacrilegio, il tabù della sua intangibilità blindata per legge, l’impossibilità di domandare alcunché sulle sue cause che non sia già stato spiegato, di dire altro che non sia il ripetersi di una liturgia oramai consunta, l’ossessione di una memoria che si va dissolvendo e che va mantenuta viva con una sorta di accanimento terapeutico, le visite guidate ai luoghi dello sterminio come pellegrinaggi della nuova religione civile, tutto questo denota in realtà una preoccupante fragilità nella coscienza collettiva di quella fede e di quel popolo, cui fa da contraltare spesso un’arroganza irritante.
    Tutto ciò fa sì che ahimè la ricerca storica sull’ebraismo si trasformi allora in una sorta di nuova dogmatica, tanto più insopportabile, perché accompagnata da stucchevoli forme di conformismo e servilismo, che saranno certo gradite, ma - ne siamo certi - non intimamente apprezzate in ambito giudaico.

    In questa sede noi preferiamo un altro linguaggio, quella «parresia» che solo il Dei Verbum può dare, quella Parola di Dio, che è il Cristo e che ci ammonisce anche aspramente come già duemila anni fa, perché attende che tutti vadano a Lui.

    Domenico Savino

    Credo che l' ultimo tabú che resta alla societá sia proprio quello di poter affrontare qualunque tema che riguarda il giudaismo mettendo in discussione i cardini del loro politically correct che il mondo ha dovuto accettare, al punto da averli interiorizzati completamente. Per questo tutto il retroterra culturale che portó a la nascita del nazionalsocialismo e i suoi passi sucessivi non son nemmeno "storia" ma solo un ammasso di eventi buoni per i films di hollywood. Sulla stessa linea l' antisemitismo sovietico rimane perso nelle nebbie dei gulag e nei referti che oggi, seppur disponibili, nessuno storico politicamente corretto si permette di spulciare. I colpevoli alla fine siamo tutti noi, noi che pedissequamente abbiamo accettato tutto un po' per conformismo perbenista, un po' per non passare per nazi, un po' per non sembrare orchi perfidi, un po' perché la cultura ufficiale neo-papocchio-marxista-borghese di sinistra-radical chic ci ha plasmati sin dall' asilo. Siamo telmente imbevuti di sta marmellata di perbenismo che affibiamo l' epiteto nazista a chiunque salga dal coro e se poi andiamo a vedere su cosa e su quali testi abbiam formato le nostre "veritá" ci rendiamo conto che siamo a livelli da bignami del buon progressista-voglio-bene-a-tutti.
    Un plauso a Toaff, nonostante tutto, per aver tentato, seppur magari senza nemmeno volerlo, di abbattere le impenetrabili mura dell' ipocrisia storica, della storia scritta pro domo mea, delle veritá piú alte dello stesso monoteismo o monoteismi. Peccato che una volta in piú non servirá a nulla, come non serví a nulla il bellissimo film di Polanski "il pianista". Altro ebreo eretico.

    Wotan

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    Citazione Originariamente Scritto da Wotan Visualizza Messaggio
    Credo che l' ultimo tabú che resta alla societá sia proprio quello di poter affrontare qualunque tema che riguarda il giudaismo mettendo in discussione i cardini del loro politically correct che il mondo ha dovuto accettare, al punto da averli interiorizzati completamente. Per questo tutto il retroterra culturale che portó a la nascita del nazionalsocialismo e i suoi passi sucessivi non son nemmeno "storia" ma solo un ammasso di eventi buoni per i films di hollywood. Sulla stessa linea l' antisemitismo sovietico rimane perso nelle nebbie dei gulag e nei referti che oggi, seppur disponibili, nessuno storico politicamente corretto si permette di spulciare. I colpevoli alla fine siamo tutti noi, noi che pedissequamente abbiamo accettato tutto un po' per conformismo perbenista, un po' per non passare per nazi, un po' per non sembrare orchi perfidi, un po' perché la cultura ufficiale neo-papocchio-marxista-borghese di sinistra-radical chic ci ha plasmati sin dall' asilo. Siamo telmente imbevuti di sta marmellata di perbenismo che affibiamo l' epiteto nazista a chiunque salga dal coro e se poi andiamo a vedere su cosa e su quali testi abbiam formato le nostre "veritá" ci rendiamo conto che siamo a livelli da bignami del buon progressista-voglio-bene-a-tutti.
    Un plauso a Toaff, nonostante tutto, per aver tentato, seppur magari senza nemmeno volerlo, di abbattere le impenetrabili mura dell' ipocrisia storica, della storia scritta pro domo mea, delle veritá piú alte dello stesso monoteismo o monoteismi. Peccato che una volta in piú non servirá a nulla, come non serví a nulla il bellissimo film di Polanski "il pianista". Altro ebreo eretico.

    Wotan
    Sehr gut.

 

 

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