Deschamps: "Io sono il futuro
ma alla Juve servono 4 anni"




«Non ci sono 200 milioni
per ricostruire subito
la squadra di Capello»
GUIDO BOFFO
Deschamps, salvato dal Crotone?
«Non mi sono mai sentito in pericolo».

Intanto Cobolli Gigli l’ha confermata.
«Guardi, credo di essere stato l’argomento più dibattuto nella scorsa settimana. Dalla società, e dalla proprietà, mai un segnale negativo».

Però se ne parla.
«Ne parlano i giornali, le tv, perché non possono fare a meno di mantenere un’attenzione ossessiva su una squadra con milioni di tifosi. In Italia gli allenatori sono esposti, quello della Juventus più degli altri. Lo sapevo e sto al gioco».

Nel gioco è entrato persino Lippi. L’ha chiamata per rassicurarla?
«No, l’ultima volta che l’ho visto è stato a Coverciano, per la riunione degli allenatori. In ogni caso, quello che ho vissuto in questi giorni è nulla rispetto a ciò che passò Marcello quando si dimise dalla Juve. Io c’ero, ricordo la tensione di quei giorni».

Dunque?
«Dunque, mi auguro di allenare la Juve ancora per tanto tempo ma l’ultima parola spetta alla società. Quando mi hanno chiamato a Torino, la priorità era la promozione. Senza penalizzazione avremmo già 52 punti. Non dimenticatevi che nella Juve ho giocato, conosco come funzionano le cose. Quando non si vince si tende ad esasperare certi aspetti e a sottovalutarne altri».

Tipo?
«Tipo che molti di questi giocatori l’anno scorso sono stati impiegati poco: a parte Buffon, Nedved, Camoranesi e Trezeguet, gli altri, in una stagione, non hanno disputato più di dieci partite intere. Adesso hanno superato le quindici in sei mesi ma non è facile ritrovare il ritmo, in allenamento e in gara».

Travolgente con il Crotone, fragile a Vicenza. Qual è la vera Juve?
«In trasferta stiamo soffrendo, lo dicono i numeri: due punti in tre partite. Ed è vero che il pareggio di Vicenza mi ha fatto infuriare, ma sarei stato seriamente preoccupato se fosse arrivato con l’organico al completo. Invece mancavano uomini importanti. La crisi non c’è mai stata. Ai ragazzi chiedo soltanto più aggressività e concentrazione, ci succede ancora di abbassare la guardia».

Una volta raggiunta la serie A, si aspetta che le venga rinnovato il contratto? Scade nel 2008, dopodomani.
«Io non chiedo niente, vedremo se i dirigenti vorranno affrontare l’argomento. In questo momento mi sembra che abbiano altro per la testa: il nuovo stadio e il piano economico».

Curioso di vedere cosa ci sarà scritto?
«Non c’entra la curiosità, ma le aspettative. E qui alla Juve ci aspettiamo tutti di avere una squadra di vertice».

Lei per primo.
«Più sono bravi i giocatori, più competitiva è la squadra, più è facile lottare alle pari con le altre. E’ chiaro che la Juve di oggi partirebbe da una base diversa rispetto a Inter e Milan. Non siamo al loro livello».

Cobolli Gigli è stato tranciante: non aspettatevi follie sul mercato. Deluso?
«Se volessimo ricostruire l’organico dell’anno scorso, dovremmo investire 200 milioni di euro. Impossibile. L’ultima Juve di Capello è stato il risultato di 4-5 anni di investimenti. Questo è il termine che dobbiamo darci per tornare così forti. Purché, anno dopo anno, arrivino giocatori importanti».

Sarà più semplice convincere Trezeguet o Buffon?
«Direi che Gigi è più predisposto a restare con noi. È anche una questione di contratti: quello di David scade l’anno prossimo».

Preoccupato?
«Difficile trovare in giro uno come Trezeguet».

Klose la convince?
«I gol li ha sempre fatti, in campionato e con la nazionale tedesca. Quelli come lui sono i benvenuti».

E quelli come Saviola?
«L’ho allenato e, strano a dirsi, lo considero una prima punta più che una seconda. Piccolo e vivace, intorno ha bisogno di una squadra fatta su misura. E lui stesso ha ammesso di soffrire i campionati fisici».

Emerson non si è ambientato a Madrid. Lo riprenderebbe?
«E’ vero che a centrocampo abbiamo bisogno di una maggiore presenza fisica ma Emerson ha i suoi anni e non sta giocando sempre. E poi non penso che sia una buona idea ricostruire facendo tornare quelli che se ne sono andati».

Del Piero è rimasto. E continua a segnare.
«Ha sofferto tanto, soprattutto nell’ultima stagione. Gli ho dato delle responsabilità e lui se le sta assumendo, in campo e fuori dal campo. Finalmente lo vedo felice».

La chiama mister o Didier?
«Non è l’unico di questa squadra con cui ho giocato, ma la vicinanza di età non è un problema, semmai un vantaggio. Ho giocatori abbastanza intelligenti da rispettare la differenza dei ruoli, so di godere della loro fiducia, e quando devo arrabbiarmi con qualcuno non mi faccio problemi».