Ciao a tutti. Come è chiaro dal mio nick, sono un conservatore, forte estimatore del pensiero (Hayek, Friedman) e della prassi politica (Reagan, Thatcher) liberista, apprezzando anche l’applicazione della Realpolitik in politica estera. Questo realismo in politica estera, tuttavia, mi ha fatto trovare spesso, negli ultimi due - tre anni nell’imbarazzante condizione di sostenere posizioni che sembrano per qualche aspetto simili a quelle di chi, in questo momento, manifesta contro il pilastro della democrazia liberale e del sistema di difesa dell’Occidente, ovvero gli USA, e sessant’anni di collocazione occidentale del nostro Paese, offrendo un deplorevole e riprovevole spettacolo, da ultimo a Vicenza. In realtà non è così.
Premessa.
Com’è ovvio, nessun Paese è riducibile al governo in carica in un determinato momento e due governi del medesimo orientamento possono avere capacità e qualità molto diverse (l’amministrazione Bush mi sembra molto scadente rispetto all’amministrazione Reagan o anche rispetto a quella di Bush-padre). In ogni caso, anche una differenza di opinione tra alleati, in un contesto nel quale è presente una significativa componente antiamericana nell’opinione pubblica, va filtrata per evitare strumentalizzazioni, e anche valutazioni critiche sull’amministrazione USA e sul suo operato, vanno fortemente contenute per non incrinare un’amicizia di oltre mezzo secolo. Meglio il sostegno, sostanzialmente prudente al di là dei proclami, concesso da parte del centrodestra agli USA, nonostante i gravi errori strategici di questi ultimi, che il cedimento del centrosinistra alle pressioni dello pseudopacifismo antiamericano e il conseguente ritiro dall’Iraq del nostro contingente.
Gli interventi militari USA dopo l’11 settembre 2001.
Ho condiviso l’intervento militare della NATO in Afghanistan. Quest’intervento ha permesso di recidere il rapporto tra Al-Qaeda e il potere statale afgano, che stava trasformando il guilty-state controllato dai talebani in un autentico terrorist-state, ed è riuscito, per ora solo in parte, a sottrarre ai talebani, con tutte le difficoltà correlate al tipo di teatro militare afgano, il controllo del Paese. Come è facile immaginare, la ricostruzione e la modernizzazione dell’Afghanistan richiedono un impegno politico, economico e militare per i Paesi della NATO enorme, con idee chiare e una volontà ferrea di sottrarre l’area a terroristi, predoni, signori della guerra e simili. Penso che tale obiettivo, perseguito fino ad ora con poca determinazione, non sia rinviabile. Di conseguenza, a breve termine, il contingente NATO in Afghanistan dovrebbe crescere, non ridursi.
Tuttavia, fin dal primo momento, ho avuto diverse perplessità sull’attacco ad un altro guilty-state della regione, ossia l’Iraq. Certo, si trattava di un avversario degli USA, di un regime ferocemente repressivo, sostenuto, prima del ’91, anche dall’Occidente (per inciso, nel ’91 sono stato favorevole alla guerra), ma dopo la sconfitta del ’91 e oltre un decennio di sanzioni era ridotto piuttosto male, privo di armi di distruzioni di massa e con relazioni coi gruppi terroristici sporadiche e caratterizzate da reciproca diffidenza. Dobbiamo però ammettere che l’Iraq presentava per l’Occidente un indubitabile vantaggio: manteneva, sia pure al prezzo di brutali repressioni, l’ordine nella regione, impedendo che gruppi di terroristi e tendenze politiche filoiraniane (il vero pericolo) si affermassero nell’area. Inoltre, se la ricostruzione e la modernizzazione dell’Afghanistan apparivano un compito molto costoso e difficile, un’operazione simile in Iraq si presentava senz’altro come un compito dal costo incalcolabile. Perché gli USA sono intervenuti coi risultati che oggi vediamo? Escludendo che l’amministrazione Bush, che non brilla molto per capacità di analisi strategica ed onestà intellettuale, fosse davvero convinta della presenza di armi di distruzione di massa in Iraq e della complicità di Saddam coi terroristi, restano due spiegazioni:
1) Gli USA sono intervenuti per rafforzare il loro controllo in un’area ricca di materie prime da cui in parte dipendono. Fin qui, siamo nell’ambito della tendenza della prima potenza mondiale a mantenere lo status quo rispetto alle potenze emergenti, che se perseguita in modo realistico, può dare risultati positivi per tutto l’Occidente, soprattutto se si considera che la principale potenza emergente, la Cina, non è certo una democrazia liberale. La Vecchia Europa, divisa e immobile non può certo dare lezioni su questo. Purtroppo in questo caso gli USA hanno commesso un errore strategico madornale, pensando davvero di poter controllare un paese di 1 milione di kmq, che è rapidamente precipitato nel caos dopo il crollo del regime seguito all’intervento, con “soli” 150.000 militari e senza il consenso di diversi paesi NATO, che avrebbero potuto fornire anche loro militari da schierare sul terreno. Per stabilizzare l’Iraq, al momento attuale occorrerebbero almeno dieci anni di presenza militare, 500.000 uomini schierati e molti più mezzi di quelli attualmente impiegati, con conseguente incremento delle perdite di soldati e delle spese militari. Queste ultime sono certo molto gradite ad alcune lobbies, ma non sono necessariamente gradite ai contribuenti americani. Di conseguenza, in una condizione del genere, o si procede con una nuova strategia politica, economica e militare che coinvolga anche i paesi della NATO, il Giappone e anche (sigh!) Russia e Cina, ricostruendo e modernizzando seriamente l’Iraq e sperando di avere fortuna o si abbandona ai terroristi e all’Iran il Paese, con tutte le conseguenze del caso.
2) Gli USA sono intervenuti anche sotto la pressione di varie lobbies interessate all’incremento delle spese militari e all’ottenimento di appalti e concessioni in Iraq. Confesso di non credere affatto, come fanno i marxisti, che i politici siano il comitato esecutivo della classe dominante. Credo piuttosto, che i politici, che cercano normalmente di massimizzare i voti, il potere e in molti casi anche il denaro, siano esposti alle richieste delle lobbies dei loro finanziatori, ma credo anche che le pressioni delle lobbies trovino un forte limite nel controllo dell’operato dei politici da parte dell’opinione pubblica. Ciò riduce normalmente la capacità delle lobbies stesse di utilizzare la cosa pubblica a proprio vantaggio. E proprio qui sta il problema. L’opinione pubblica americana, con l’11 settembre ha subito uno shock esterno quasi senza precedenti nella storia degli USA. Di conseguenza, all’amministrazione in carica sono state conferite dalla stessa opinione pubblica una fiducia ed un potere tipici del tempo di guerra, che questa specifica amministrazione, con qualche affarista di troppo al suo interno e un presidente sostanzialmente di mediocri capacità, ha male utilizzato permettendo a qualche lobby di spadroneggiare per un certo tempo. Ora tuttavia, il popolo americano si sta riprendendo dallo shock dell’11 settembre e, oltre alla giusta domanda di sicurezza, torna in forze a manifestare la tradizionale domanda di rettitudine e razionalità nelle scelte ai propri politici.
In definitiva:
You can’t fool all the people all the time (Milton Friedman).
Il costo di tutto ciò avrà però un costo economico incalcolabile per l’Occidente, sia che si decida, come alcuni hanno già fatto, di abbandonare l’Iraq, sia che si decida seriamente di ricostruirlo e modernizzarlo. Personalmente, propendo per la seconda ipotesi, sperando, ottimisticamente, di farne una seconda Corea del Sud.
Sull’Iran, non ho dubbi. Dopo le speranze deluse della presidenza Kathami, con Ahmadinejad tutto torna ad essere chiaro sui reali obiettivi dell’attuale gruppo dirigente iraniano: l’annientamento di Israele e il dominio della regione. Occorre reagire con un intervento mirato, come quelli dei terroristi: distruggere i loro impianti nucleari con una attacco di sorpresa aereo e/o missilistico, eventualmente con l’aiuto israeliano. Sarebbe il banco di prova di una nuova strategia antiterrorismo per il futuro: molti insidiosi attacchi puntuali e mirati a reti terroristiche e guilty-states, con l’aiuto di intelligence, corpi speciali e task forces, senza improbabili operazioni militari su vasta scala. La prova generale di un’agenzia mondiale antiterrorismo che combatte i terroristi coi loro metodi.




Rispondi Citando
