
Originariamente Scritto da
pippobarba
rai news 24
USA. Inchiesta shock del Washington Post: l'inferno del Walter Reed nel dayospital dei reduci dell'Iraq
Molti reduci dall'Iraq rientrano con ferite pesanti
Washington, 18 febbraio 2007
"Dietro la porta dello specializzato d'artiglieria Jeremy Duncan, un pezzo di parete è piegato e penzola nel vuoto, appesantito da una coltre di muffa. Quando questo militare ingegnere ferito entra nella sua doccia e guarda in su, può intravvedere il fondo della vasca da bagno del piano di sopra attraverso un buco".
Mentre la Casa Bianca è alle prese con i costi politici ed economici della guerra in Iraq, migliaia di reduci dal paese mediorientale ma anche dall'Afganistan combattono un'altra guerra nel silenzio, fra sterco di topi, muffe, scarafaggi. Lo rivela un'inchiesta di Dana Priest e Anne Hull del Washington Post sul Walter Reed Medical Center, l'ospedale alle porte della capitale dove si fanno curare i presidenti degli Stati Uniti.
Dopo cinque anni di guerra uno dei fiori all'occhiello della medicina militare americana è affiancato da un padiglione 'da terzo mondo' dove vengono curati feriti e amputati di rientro dal fronte.
Due giornalisti sono entrati nel 'blocco 18', uno dei cinque dove centinaia di soldati feriti o mutilati in Iraq trascorrono una convalescenza spesso difficile. L'edificio funziona come centro di day hospital. "Il muro è decrepito - scrivono - coperto da una muffa nerastra. L'odore è di cibo andato a male. Segni di trascuratezza sono ovunque: sterco di topi, scarafaggi a pancia in su, moquette macchiata, vecchi materassi".
Il reportage è destinato a far scalpore, perché negli USA il Walter Reed è considerato un ospedale all'avanguardia. In effetti, lo è ancora, ma basta girare l'angolo e raggiungere il day hospital per imbattersi nel lato oscuro e doloroso della guerra, quello di chi è tornato dal fronte senza un piede, un braccio, una gamba.
"Abbiamo fatto la guerra. Siamo tornati in patria feriti. Ora però siamo in un limbo burocratico in cui nessuno sa come curarci", ha detto al giornale il sergente di Marines Ryan Groves, 26 anni, un grande amputato che ha vissuto al Walter Reed per 16 mesi.
Il Washington Post ha passato quattro mesi nell'inferno dei pazienti dell' 'altro Walter Reed', tra quasi settecento soldati che hanno lasciato i letti del reparto, ma hanno tuttora bisogno di terapie in attesa che venga deciso il loro congedo o il ritorno nei ranghi. I convalescenti gravitano per mesi, alcuni di loro per anni, attorno all'ospedale, occupando ogni letto disponibile e decine di alberghi vicini affittati a questo scopo dalle Forze Armate. Mancano gli infermieri, gli psicologi e gli assistenti sociali: in molti casi ai soldati convalescenti viene chiesto di occuparsi dei commilitoni che stanno peggio di loro. I feriti curano altri feriti e a militari con gravi traumi psicologici viene chiesto di sorvegliare altri considerati a rischio suicidio.
E così tornati a casa, in un letto precario e in un ambiente indecoroso, quanti hanno prestato servizio per l'esercito del proprio paese rimettendoci l'integrità fisica - è la conclusione del Washington Post - affrontano l'oblio dell'amministrazione e i ritardi della burocrazia, che non riesce neppure a far arrivare i fondi per rinnovare alcune delle dotazioni delle camere del day ospital. "Ci sono scarafaggi. L'ascensore dal garage non funziona - racconta un soldato ricoverato nell'edificio 18 - Lo odio. La porta del garage non funziona. Spesso non funziona il riscaldamento, ogni tanto manca l'acqua. Ho chiesto al mio sergente di andarmene. Ho parlato con i dottori e lo staff medico. Mi hanno detto che mi devo abituare al mondo di fuori... Il mio sergente mi ha detto a muso duro: "Arrangiati!"
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