Nel suo sindacato c'è chi ci vuole morti ma Epifani si rifiuta di parlare cpn noi.
Avrei avuto piacere di ospitare su Libero il leader massimo della Cgil, Guglielmo Epifani. Sarebbe stato interessante.
Molto utile per i nostri lettori, ma anche per lui e l'organizzazione che dirige. Ci pareva di avere persino un qualche diritto non a delle scuse, ma a un po' di solidarietà. In fondo tra i quindici arrestati otto personaggi svelti con l'esplosivo e il kalashnikov sono delegati o militanti del suo sindacato. Avevano in mente di mandarci a casa una bella bomba per farci saltare in aria. Questo attentato non era uno scherzo: lo avevano programmato non per Carnevale, ma per Pasqua.
Magistratura e polizia (eccellenti, non mi stanco di ripeterlo e di ringraziare) hanno intuito che le Br potevano affrettare i tempi, e li hanno bloccati perché non ci scappasse il morto.
Chi? Libero era il primo della lista dei candidati.
È una vita che li sentiamo gridare: Feltri fascista sei il primo della lista.
Il punto è che alla realizzazione pratica dell'idea stava dando un contributo massiccio proprio gente della Cgil.
Caro Epifani, che ci fanno terroristi delle Brigate rosse nel suo sindacato?
Non è un Rotary, la Cgil, d'accordo, le tensioni sociali e ideologiche rifluiscono lì. Ma non vogliamo credere neppure che la citata organizzazione sia una caverna dove possano rifugiarsi i masnadieri.
Chi ne ha accettato l'iscrizione e permesso le carriere?
Si discute tanto di un esame di cittadinanza e di valori costituzionali per gli extra-comunitari, non sarebbe il caso di eliminare la vostra zona grigia dove domina il rosso sangue?
Non ritiene si debba dare un taglio alle fronde della sua vigna che si rifanno al marx-leninismo, violenza compresa? La Cgil non è un gruppuscolo. È la sigla più pesante e con maggiore capacità di mobilitazione ci sia in Europa. Detta legge nelle piazze italiane. Lo fa non soltanto a proposito di contratti (quello non si usa più) o di pensioni, ma a proposito di Iraq, Afghanistan, aborto, procreazione assistita e coppie di fatto.
Si distinse nel bloccare qualsiasi iniziativa legislativa di Berlusconi con scioperi generali.
Ora non ha bisogno di agire: basta la minaccia; e il governo non muove un muscolo se dispiace a Epifani e ai suoi.
Ma torniamo alla solidarietà di Epifani. Lunedì niente. Passa la sera, non un comunicato, una letterina pubblica, un messaggio privato.
Ieri mattina abbiamo cercato noi l'illustre segretario per l'intervista che qui non trovate.
Il primo no è stato di prammatica. Al telefono la gentile portavoce di Epifani, dottoressa Carmen Carlucci, ha escluso a freddo la possibilità.
Un'ora dopo, al nostro capo della redazione romana, Fausto Carioti, che aveva insistito per mio conto, ha confermato con dolcezza: «Ho riferito a Epifani, ringrazia ma declina l'invito. Ha già parlato con molti giornali, non ha niente da aggiungere. Ci sarà un'altra occasione».
Non so se voi avete più aplomb di me, ma quando Carioti mi ha riferito la risposta, ho avuto un rapido movimento di mano. Un'altra occasione? Che cosa fa, il numero uno della Cgil aspetta prima che saltiamo in aria? Non ci penso neanche a fargli questa cortesia di lasciargli mandare la solidarietà la prossima volta. Neanche da morto.
Chiaro. Epifani non ne sa nulla.
Perché non ne sa nulla?
Non lo incolpo di niente. Neanche di scortesia, figuriamoci di complicità morale. Uno dà le interviste a chi crede e come crede. Però il parlarsi sarebbe stato un bel modo per dare un segno di civiltà. Uomini che quando è il caso litigano, ma non si sbranano, e fanno di tutto perché la violenza non trovi alcun alibi.
Peccato Epifani non abbia capito che gli tendevamo la mano.
Speriamo non ci riprovino, le Brigate rosse targate Cgil.
Ma se a qualcuno dei miei ragazzi e ragazze di Libero fosse torto anche un solo capello, sappia Epifani che lo aspetto sotto casa.
Vittorio Feltri su Libero di mercoledì 14 febb.
saluti




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