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    Predefinito La nuova democrazia "cattolica".

    Se c'è una cosa che mi sorprende molto nell'atteggiamento di Libero è il modo in cui ha individuato il suo bersaglio, l'Udc, come se attraverso le nostre proposte alla luce del sole non stessimo cercando di dare un contributo per far diventare normale un Paese che in questa Seconda Repubblica vive di continue fibrillazioni, attende riforme strutturali che nessun governo riesce ad approvare e intanto scivola indietro nelle classifiche della competitività.
    Il nostro contributo consiste nell'indicare il modello elettorale tedesco: nulla di eversivo, nulla di spaventoso, astruso o esotico, basti considerare che la Germania anche in questa fase sta trainando l'Europa e l'Italia verso la ripresa economica.
    Dalla nascita della Repubblica Federale Tedesca a oggi, si sono succeduti otto cancellieri: Adenauer, Erhard, Kiesinger, Brandt, Schmidt, Kohl, Schroder e Merkel. Otto in 58 anni, tre della Spd, la sinistra riformista tedesca, cinque della Cdu, il grande partito dei popolari e dei moderati. Stabilità, bipolarismo, pochi partiti ma rappresentativi di tutte le opinioni presenti nel Paese grazie allo sbarramento al 5%. E alternanza. Non è quello che chiede anche Libero? Secondo alcuni detrattori, con quel sistema gli elettori andrebbero a votare scegliendo il partito senza conoscere però il nome del candidato alla guida del governo né le alleanze. Eppure, nel novembre del 2005, alle ultime elezioni politiche, prima del voto era chiara la scelta tra Angela Merkel e Gerhard Schroder, così come erano palesi le scelte della Spd di non allearsi con gli estremisti di sinistra e della Cdu di fare a meno dell'estrema destra. Il risultato? In Germania è finita in un sostanziale pareggio - capita, come è capitato anche a noi pochi mesi dopo - ed è nata la Grosse Koalition, in Italia un governo ballerino.
    Grande Coalizione, guarda caso quello che Berlusconi ha chiesto, ma non ottenuto, da noi dopo le elezioni del 9 aprile 2006, perché in Italia prevale la logica del bipolarismo muscolare e Berlusconi e Prodi da 13 anni giocano allo stesso gioco, guardarsi in cagnesco per serrare le fila dei propri sostenitori e alleati, anche se gli stessi alleati sono così diversi da guardarsi in cagnesco pure tra loro. Con il risultato che i governi non governano, tirano a campare, battono record di stabilità sul piano formale, mentre non hanno la forza di approvare le riforme che servirebbero per non implodere. Né aiuta alluvionare gli italiani con ragionamenti che tendono a sintetizzare la politica intorno a un presunto uomo della Provvidenza. Possibile che dopo le grandi ideologie che hanno visto il Paese dividersi, ma hanno anche consentito all'Italia di crescere intorno a capisaldi come democrazia e cultura occidentale, oggi non ci sia di meglio che ridursi a ruotare tutti attorno a Berlusconi e alla sua interpretazione in chiave personale del nuovo schema bipolare che fa il paio con quella del centrosinistra organizzata intorno all'anti-berlusconismo? O si pensa davvero che senza Berlusconi finisca il mondo? Eppure in Italia ieri, e all'estero ieri e oggi, non sono certo un'eccezione ma la regola le uscite di scena di leader anche importanti, seguite da affermazioni della parte politica che rappresentavano. È successo in Italia quando De Gasperi e gli altri leader della Dc hanno lasciato il campo ai loro successori, è accaduto in Germania ad Adenauer, accade. Se si accetta di ragionare, se si abbandona per un attimo l'artificio dell'antipolitica utilizzata per tirare la volata alla propria parte politica, è difficile non ammettere che questa posizione sia assolutamente seria e non pretestuosa. La si può non condividere e contrastare naturalmente. Non demonizzarla. Lo schema bileaderistico non aiuta il Paese a uscire dalle difficoltà. Anche l'esito della recente crisi del governo Prodi ha evidenziato plasticamente come sia proprio il bileaderismo a tenere bloccato un sistema che scricchiola da tutte le parti: Prodi non aveva la maggioranza, ma è riuscito a farla risorgere sul presupposto dello spauracchio del ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi. Vorremmo semplicemente superare questa impasse, questo fotogramma statico che dopo 13 anni, questo sì, comincia a sapere di vecchio. Molto vecchio e fasullo. La nostra idea, semplice, innovativa perché tutt'altro che nostalgica, è di aggiustare il bipolarismo italiano senza scivolare in un presidenzialismo pericoloso perché non bilanciato da adeguati contropoteri, senza arrenderci a un culto dell'uomo della Provvidenza che in passato ha condotto a piazza Venezia e ai suoi balconi. Il sistema che abbiamo in mente vedrebbe nascere quattro o cinque partiti. Una sinistra antagonista, che c'è e non si può cancellare, una sinistra riformista rappresentata dal Partito Democratico, un partito moderato e riformatore, di cui l'Udc potrebbe essere il punto di partenza e non di arrivo, e un partito di destra populista a cui potrebbe aggiungersi un partito localista. Cinque partiti. Meglio, credo, del finto bipolarismo italiano di oggi che ha portato 23 partiti nell'attuale Parlamento e 11 nella maggioranza di governo. Meglio delle oltre 40 famiglie politiche che si sono presentate alla cassa per ottenere il rimborso delle spese elettorali nella passata legislatura con il precedente sistema elettorale. L'assetto scandaloso allora è forse quello attuale e nessun bileaderismo ammantato di antipolitica lo può occultare.


    Bruno Tabacci su Libero del 7 marzo

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Dopo Silvio c'è il nulla

    Bip bip, sta finendo la carica al bipolarismo. Non è questione di leggi e di referendum, ma di uomini e situazioni. Quando tramonterà Berlusconi finirà il bipolarismo in Italia. Berlusconi ha animato il sistema bipolare da entrambi i versanti: perché da una parte ha messo insieme una coalizione che non si sarebbe mai accorpata e che dà segni precisi di sgretolarsi appena cade il regno del Cavaliere; e perché dall'altra parte ha consentito la santa alleanza di tutti gli antiberlusconiani nel nome del Nemico da abbattere.
    Ma se provate anche solo a immaginare lo scenario politico senza Berlusconi, vedete afflosciarsi il sistema bipolare.
    Vedete riaprirsi i minuetti, le strizzatine d'occhio a Fini (vieni a presiedere la Bicamerale), a Maroni (vieni, su, ti do l'osso federale), a Casini (vieni con noi, girerai il mondo).
    O le aperture inverse a Veltroni, ad Amato, a Marini, perfino a Prodi. Senza Berlusconi, accade che Fini, Bossi e Casini non si sommano più, ma vanno ognun per sé e nessuno è in grado da solo di costituire una credibile alternativa al centrosinistra.

    La sinistra radicale più forte dei Ds
    Dall'altra parte, senza Berlusconi cadono nel vuoto gli appelli disperati dell'Unione a fare blocco, anche in presenza di dissenso grave, come è accaduto ora, «per non ridare l'Italia a Berlusconi»: la sinistra radicale se ne va da una strada e i restanti dall'altra. Ma anche tra i restanti si delineano altre spaccature: per esempio la sinistra diessina con Mussi non ci sta a entrare in un partito democratico e se ne va. E anche gli altri, nella logica proporzionale di ognun per sé, correranno per conto proprio.
    Avremo il divertente paradosso che i Ds, dopo l'ennesima scissione, si vedranno probabilmente superati in numeri dalla sinistra radicale, che se arruola pure i mussini diventa il partito leader.
    E anche l'estremo rifugio dei superstiti Ds nel partito democratico o simmetricamente di An nel partito popolare, è un riparo più che una scelta politica.
    Avvertite voi la passione e la tensione, le idee e il progetto politico dietro questi due accorpamenti? Io no, vedo solo due esigenze tecnico-pratiche e null'altro... Nascono morti i due partiti simil-americani, in una situazione del genere. Mancano di un leader, di un popolo e di un'idea: come possono nascere? Dicono che sarà Veltroni il nuovo leader della sinistra. Proprio ieri il sindaco di Roma ha vantato la sua influenza nella società civile italiana notando con orgoglio che il festival di Sanremo l'hanno vinto due romani, frutto - egli dice - del «clima culturale».
    Insomma, da quando c'è Veltroni, Roma va forte su canzoni, film e notti. Ammazza che svolta, Roma perde la vivibilità, la viabilità, la sicurezza, ma vince Sanremo. L'importante non è vivere meglio, ma vincere i festival, nella ludoterapia dell'ideologo-cazzaro Walter Vetroni, il re dell'apparenza fragile, come una vetrina.
    La base è questa teoria del clima, che riduce il veltronismo a una specie di "Pinguino", nel senso del climatizzatore.
    Ma credete che possano bastare Vetroni e il suo clima per convogliare il centrosinistra verso il bipolarismo?
    E dall'altra parte pensate che Fini riesca a essere il polo di attrazione inverso? Fini ha barattato un'idea politica per una carriera: cedesi destra, comprensiva di partito, in cambio di collocazione al centro di Fini. Sacrifica un'area politica, morale, civile e culturale, al suo successo personale.
    Credete che sia una premessa seria per il bipolarismo? Ma dai. Mi spiace dirlo, ma ha ragione Casini: la differenza è che lui se ne compiace, io no.
    Mario Segni crede ancora che i sistemi elettorali cambino la politica, che le ingegnerie elettorali trasformino davvero le democrazie. Per carità, fate pure nuove leggi e nuovi referendum, meglio farli che non fare nulla.
    Ma non fatevi illusioni.
    Se non ci sono i soggetti politici, non basta l'oggettistica delle riforme; ditelo pure al professor Sartori col suo pangermanesimo elettorale. Se le leggi si calano in una realtà refrattaria come quella del nostro Paese, con i leader che ci sono in questo Paese, non c'è vestitino riformatore che tenga.

    La casa vuota lasciata da Segni
    Del resto, lo stesso Mariotto Segni fu la prova su strada che le leggi non bastano: lavorò per il sistema bipolare, ma poi non volle andare ad abitare in uno dei due poli e gravitò, con Occhetto e soci, nello stesso alveo del centro-sinistra, lasciando disabitata la casa dirimpetto.
    Toccò a un outsider, a un dilettante, Silvio Berlusconi, popolare il bipolarismo; cioè abitare nella casa che nessuno voleva abitare, Segni incluso. Lui lo fece, e prese in casa i "peggiori", i neofascisti non ancora depurati a Fiuggi e i leghisti ancora più ruspanti e ribelli di oggi, caricandosi in più degli eredi di Craxi, del pentapartito e di mezza Dc.
    Senza di lui non sarebbero andati al governo, ma al più al sottogoverno o all'opposizione.
    Berlusconi organizzò il volo charter per il governo e così nacque il bipolarismo. Ora che si fanno i conti senza l'oste, vale a dire Silvio, c'è chi crede che bastino i cori da osteria di Walter Vetroni, detto Er Clima, o le performance in livrea del maitre Gianfranco Findus, detto Er Sola, per supplire a un vuoto... Eppure il bipolarismo c'è nel Paese, è vivo tra la gente, c'è una reale conflittualità tra il partito della famiglia e il partito degli omo-Dico, tra il partito dei connazionali e quello degli immigrati, tra il partito dei catto-italiani e il partito degli islamo-pacifisti, tra il partito della vita e il partito della morte libera, tra i radical e i radicati.
    Ma i partiti e i loro leader sono in ritardo sull'Italia.
    Per dirla col filosofo Vetroni: il clima c'è, però mancano gli animatori.

    Marcello Veneziani su Libero

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Voltagabbana, il nemico pubblico

    L'onorevole Tabacci vorrebbe un sistema elettorale proporzionale, con soglia di sbarramento "alla tedesca", anche se non copia identica di questo. E lo sostiene con la tesi per cui in Italia occorre una legge elettorale che consenta il pluralismo, anziché scelte apparentemente monolitiche, tipo bianco o rosso, con due soli partiti e leader.
    Se non ho capito male, afferma che c'è, in Italia, un ruolo, per un partito di centro, che non stia sempre necessariamente da una parte, il centro destra o il centro sinistra, ma possa spostarsi dall'uno all'altro schieramento.
    Su ciò si può concordare.
    Ma non si può concordare sulla legge elettorale che molti "affamati di neo centrismo" sembrano propugnare: quella per cui essa permetterebbe che gli elettori possano votare un partito, senza sapere prima con chi esso farà lega dopo le elezioni: un partito che, dopo le elezioni, può passare da una maggioranza all'altra, dando luogo a governi con maggioranze variabili, che si alternano, nella stessa legislatura.
    Bisogna essere chiari sul pasticcio politico ed economico che così si apre.
    Un conto è l'alternanza fra governi di centro sinistra e governi centro destra o governi di centro (che lasciano fuori le ali estreme) fra una legislatura all'altra. Ben altro conto è la possibilità d'un partito di cambiare casacca, durante la legislatura, come i camaleonti, durante l'anno, a seconda delle stagioni, generando la instabilità delle coalizioni nella stessa legislatura.
    Negli anni Ottanta dello scorso secolo ci furono, in Italia, diversi governi, con maggioranze variabili, ma lo schieramento era sempre lo stesso, perché non accoglieva mai né l'estrema destra (MSI), né la sinistra anti atlantica dei comunisti e pisuppini.
    Eppure, benché le oscillazioni non fossero grandi, questa instabilità ha generato rilevanti problemi economici, perché ha impedito di effettuare una politica di controllo della spesa pubblica e di contenimento del deficit, quale probabilmente (quasi) tutti i presidenti del consiglio di allora avrebbero desiderato. Essi erano di continuo sotto il ricatto dei partiti o correnti di partiti, che potevano mettere in crisi la coalizione.
    Ancora peggio era stata la situazione negli anni'70 in cui si era oscillato fra governi di centro sinistra e governi d'unità nazionale o semi tecnici, con i comunisti. La instabilità di questa epoca è stata all'origine dell'accumulo di debito pubblico, che poi ha reso difficile il percorso degli anni '80. Gli economisti hanno individuato, in questa instabilità di governi, la causa dei malanni economico finanziari italiani. Una analisi parziale, perché la causa principale è stato l'eccesso di sindacalismo, che ha gonfiato la previdenza sociale, dato luogo a imprese pubbliche e miste di economia assistita ed ha imbrigliato le medie e grandi imprese nella conflittualità, nelle rigidità, negli alti costi del lavoro.
    Ma l'instabilità dei governi, dovuta al sistema elettorale proporzionale puro che facilitava le maggioranze variabili, è stata fra le cause per cui è stato difficile affrontare con chiarezza e risolvere questi problemi, sapendo da che parte si stava.
    Un sistema elettorale che permetta ai partiti di fare i camaleonti, in parlamento, non è accettabile dal punto di vista etico e politico, autorizza il disprezzo etico della politica democratica.
    Ed è pericoloso dal punto di vista economico, nell'epoca attuale, per uno stato che opera con il vincolo di moneta unica sul mercato aperto internazionale.
    Abbiamo bisogno d'un sistema elettorale in cui, prima delle elezioni, gli elettori sappiano cosa faranno coloro che essi hanno votato.
    E che consenta, pertanto, alle agenzie di rating internazionale e agli operatori economici di sapere, in base al risultato delle elezioni, come sarà la politica economica e tributaria nei successivi cinque anni.
    Quindi è inevitabile che il sistema elettorale si basi sulla regola per cui l'elettore fa una scelta di coalizione e la maggioranza parlamentare della coalizione vincente sceglie il governo, che dura per tutta la legislatura. Se cambia, cade la legislatura.
    Nello sceglier i sistemi elettorali bisogna anche tener presenti i costumi nazionali.
    E nel nostro paese l'abito opportunistico è più diffuso che in Germania.

    Francesco Forte su Libero

    saluti

 

 

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