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    Predefinito Governo suicida, Italia umiliata

    Senato amaro

    Roma. Sono le quattordici e quarantasette quando a Palazzo Madama, ascoltate le comunicazioni del ministro Massimo D’Alema sulla politica estera, il Senato non approva, respinge la mozione presentata dall’Unione, batte la maggioranza per la seconda volta in venti giorni e costringe il presidente del Consiglio Romano Prodi a salire al Quirinale per rimettere il suo mandato nelle mani del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
    Che dopo venticinque minuti di colloquio “si riserva di decidere sulle dimissioni”, invita il governo a rimanere in carica “per il disbrigo degli affari correnti” e apre le consultazioni.
    Nove mesi dopo le elezioni di aprile. Sono le venti e diciassette minuti.
    La cronaca. Ieri il ministro degli Esteri ha spiegato al Senato la strategia internazionale dell’esecutivo di Romano Prodi.
    Il giorno prima, in Spagna, lo stesso D’Alema era stato piuttosto chiaro e aveva detto che “senza maggioranza sulla politica estera andiamo tutti a casa” perché “questo è un principio costituzionale”.
    E cioè la stessa cosa richiesta, ieri, per tutto il pomeriggio dall’opposizione.
    D’Alema ha diviso il suo intervento in due parti: alle nove la relazione, poi alle dodici e venticinque la replica agli interventi dei gruppi parlamentari.
    In quasi due ore totali di monologo, D’Alema ha concentrato il suo discorso ntorno a tre concetti chiave: “Il rilancio dell’unità dell’Unione
    europea”, “la svolta nella crisi mediorientale e nella lotta al terrorismo” e “l’allargamento degli orizzonti internazionali”.
    Incalzato dall’opposizione D’Alema ha però parlato anche di Vicenza (“non rimettiamo in discussione l’orientamento preso e apriremo un dialogo con i cittadini di Vicenza”), di Afghanistan (“restando possiamo batterci per una conferenza internazionale”) e di Iraq (“è legittimo sull’Iraq avere un’opinione diversa, gli Usa sono divisi da questo dibattito ma non è giusto presentare il nostro punto di vista come in continuità con il governo precedente).
    Pieno appoggio o tutti a casa.
    Per approvare la mozione (a voto palese) presentata dalla capogruppo al Senato Anna Finocchiaro, servivano centosessanta voti favorevoli. Ne sono arrivati centocinquantotto, con centotrentasei senatori contrari e ventiquattro astenuti. Due voti in più e il centrosinistra avrebbe approvato l’unica mozione rimasta al Senato nel corso della giornata (la Cdl aveva ritirato la propria tre minuti prima che l’Unione presentasse la sua).
    A far cadere la maggioranza sono stati i voti dei ventiquattro senatori astenuti. Perché dopo il no di Sergio De Gregorio, dopo il no di Francesco Cossiga (arrivato a Palazzo Madama con una spilletta della centosettantatreesima brigata aviotrasportata di Vicenza) e dopo che Fernando Rossi (Pdci) e Franco Turigliatto (Prc) avevano scelto di non partecipare al voto (Turigliatto poi ha anche rassegnato le sue dimissioni da senatore), tra gli astenuti ci sono stati alla fine anche due senatori a vita:
    Giulio Andreotti e Sergio Pininfarina (assente a Palazzo Madama dal giorno della fiducia al governo Prodi).
    Ed è per questo che Anna Finocchiaro (Ds) ieri sera ha fatto capire che tutto l’ottimismo con cui D’Alema aveva preparato la sua relazione al Senato forse non era giustificato: “Io lo ripeto da tempo che non abbiamo più la maggioranza. Era ovvio che prima o poi sarebbe accaduto. Questa volta è accaduto davvero anche se nel voto avevamo tenuto conto dei dissenzienti residui. Noi contavamo sul voto del presidente Andreotti e del senatore Pininfarina, ma non è andata così”.
    Sei minuti dopo il collasso al Senato, Roberto Calderoli, vicepresidente a Palazzo Madama e autore della mozione con cui la Cdl aveva messo in minoranza l’Unione lo scorso primo febbraio sulla base di Vicenza, è stato il primo a chiedere le dimissioni del governo “per coerenza”.
    Nel pomeriggio arrivava la dichiarazione del leader della Cdl Silvio Berlusconi, per il quale “il paese è stato esposto da una maggioranza che non c’è e da un governo incapace, che ha rifiutato perfino il dialogo parlamentare, a una grave umiliazione internazionale”.
    Alle venti, rientrato di corsa a Roma, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – dopo aver lasciato Bologna, dove aveva detto che “la piazza non è il sale della democrazia” – riceve un Prodi dimissionario.
    Napolitano si è riservato di accettare le dimissioni del presidente del Consiglio, ma intanto ha indetto le consultazioni che inizieranno questa mattina alle dieci e trenta.
    In serata il portavoce di Prodi, Silvio Sircana, ha detto che il premier “ha preso atto che questa è una crisi grave e che egli non dispone di una maggioranza al Senato. E’ pronto a restare se, e solo se, d’ora in avanti gli sarà garantito il pieno appoggio di tutta la maggioranza”.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Crisi forte

    Roma. Alle otto di sera Romano Prodi si presenta al Quirinale per rassegnare le dimissioni. Come nell’ottobre del ’98, quando al posto di Giorgio Napolitano c’era Oscar Luigi Scalfaro. Ma questa volta Romano Prodi non è caduto nel pieno di un conflitto politico aperto con Rifondazione comunista.
    E non è caduto nemmeno per mano di una congiura, come secondo molti accadde nell’autunno di quasi dieci anni fa, per scelta di Massimo D’Alema e Franco Marini, in una lotta destinata a dividere il centrosinistra per anni, come l’eredità di una guerra civile.
    Ieri il governo Prodi è caduto perché Oscar Luigi Scalfaro era ammalato, perché Giulio Andreotti e Sergio Pininfarina hanno deciso all’ultimo momento di astenersi, perché Fernando Rossi del Pdci e Franco Turigliatto di Rifondazione comunista non erano soddisfatti della linea di politica estera seguita dal governo, facendo mancare i due voti decisivi che hanno mandato sotto il
    centrosinistra.
    Nell’ottobre del ’98 il governo Prodi cadde nel pieno di un violento scontro politico, ieri è caduto da solo, semplicemente perché non era in grado di reggersi sulle gambe. Per osteoporosi.
    Lo confermano le dichiarazioni di Oliviero Di liberto e Franco Giordano, segretari dei due partiti cui appartengono i due dissidenti: “Il governo deve continuare”.
    Come lo spettacolo, chiosava ieri qualcuno alla Camera, sconsolato.
    Nemmeno la tesi dell’attacco dei poteri forti, che dietro Pininfarina vede la mano della Confindustria e dietro Andreotti l’ombra del Vaticano, in verità, raccoglieva molti consensi.

    La sfida del ministro degli Esteri
    Sui giornali di ieri campeggiavano le parole di Massimo D’Alema: “Se non c’è la maggioranza si va tutti a casa”.
    Il voto del Senato ha certificato che la maggioranza non c’è. Nella sua lunga relazione, il ministro ha sottolineato la continuità della sua politica estera con quella che era sempre stata l’impostazione tradizionale dell’Italia repubblicana. Ma nella replica, rispondendo al centrodestra, ne sottolineava la discontinuità con il precedente governo.
    Questo sarebbe stato il passaggio che avrebbe convinto Andreotti a cambiare il suo voto.
    D’Alema aveva presentato la politica estera del governo come ispirata al rispetto della Costituzione e del ruolo delle Nazioni Unite, chiedendo il consenso per “continuare nel difficile e impegnativo cammino per la pace”.
    Aveva teso una mano ai dissidenti dell’Unione: “A loro si chiede non un’adesione entusiastica a ogni passaggio, ma la valutazione di un impegno complessivo e dei valori a cui questo impegno si ispira”.
    Ma li aveva anche sfidati: “E’ venuto il momento delle assunzioni di responsabilità. Chi condivide la politica estera del governo lo voti, chi non la condivide voti contro”.
    Nessuno però sembra credere al sospetto che il ministro abbia intenzionalmente drammatizzato il voto per arrivare alla caduta del governo. “Io credo che fosse giusto – dice il prodiano Franco Monaco – marcare l’importanza di questo passaggio.
    Non si può minimizzare, perché la politica estera è l’aspetto qualificante della politica di un governo”.
    La crisi è il frutto di una “debolezza strutturale”, ripetono tutti, depressi. Ma è al tempo stesso imprevista, se è vero che fino a poco prima, dal Senato, rassicuravano Piero Fassino garantendogli che la maggioranza era “due voti sopra”.
    Dopo la riunione del vertice dell’Ulivo, in serata, il capogruppo Dario Franceschini dichiara che “le consultazioni devono servire, speriamo che servano, perché ci sia un chiarimento profondo che consenta non solo di superare un eventuale nuovo voto di fiducia, se ci sarà, ma anche a consentire che il governo nei passaggi successivi abbia una maggioranza”.
    A cominciare dal prossimo voto sull’Afghanistan, naturalmente.
    Consapevolezza della gravità della crisi, chiarimento serio.
    Queste sono le parole che tutti gli esponenti dell’Ulivo ripetono. Quello che ancora non si vede, però, è la via d’uscita.
    “Se non ci sono i numeri bisogna pensare a soluzioni diverse – dice Monaco – dal governo di transizione al voto anticipato.
    Ma prima serve una verifica seria. In fondo, si tratta di soli due voti”. Follini potrebbe essere uno. Avendo passato gli ultimi cinque anni di governo berlusconiano a ripetere che occorreva “un altro centrodestra”, infatti, Follini ieri non poteva non destare attenzione quando dichiarava alle agenzie che occorreva “un altro centrosinistra”.
    E quando poco più tardi, nel pomeriggio, varcava la soglia di Palazzo Chigi per fare quattro chiacchiere con Prodi.

    saluti

  3. #3
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    Predefinito

    Franco Turigliatto , questo è il nome del responsabile della caduta del governo brodi . Vogliamo dedicargli una strada , una piazza o va bene un'aula del senato ? In fin dei conti hanno intitolato un'aula a uno nche tirava estintori ai poliziotti .

  4. #4
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    Predefinito Festa debole

    Roma. Sull’esultanza non si discute, il problema sta nella debolezza politica esibita dal centrodestra proprio nel momento in cui la maggioranza si è suicidata in Parlamento.
    L’opposizione ci ha creduto fino all’ultimo o comunque ha giudicato disonorevole non provare a mandar sotto l’Unione sul voto in Senato di ieri. Perciò si lascia andare al godimento, come il capogruppo di Forza Italia, Renato Schifani, che cerca pure d’intestarsi il merito della defezione inattesa inflitta ai prodiani dal senatore a vita Sergio Pininfarina: “E’ lavoro nostro”.
    In An anche il deputato Adolfo Urso sorride e dà a intendere di saperla lunghissima sul rovescio dalemiano. E c’è Maurizio Gasparri, più rivelativo ancora, che non ci poteva credere e ora fa il gesto dell’ombrello e va dicendo:
    “Evvai! Nessuno toccherà più la legge Gasparri”. Come lui, il gruppo di parlamentari che hanno sventolato bandiere davanti a Montecitorio chiedendo a Romano Prodi di dimettersi, come poi è avvenuto.

    Maroni: si sciolgano le Camere
    Di là dalla gioia primitiva, anche Paolo Bonaiuti ha ammesso: “Berlusconi non se l’aspettava, e non è vero che ha telefonato a Cossiga per dirgli ‘salva il governo’” (come avevano scritto sul Corriere della Sera).
    Bonaiuti ha poi anticipato ciò che il Cav., dopo un vertice a palazzo Grazioli con Gianfranco Fini (An) e Roberto Maroni (Lega), avrebbe detto in forma chiara e autorevole: “A Prodi incombe l’obbligo di rassegnare immediatamente le proprie dimissioni nelle mani del presidente della Repubblica. Per ragioni di coerenza politica, di coerenza costituzionale, di coerenza etica”. Quest’ultima è una citazione soddisfatta d’una frase pronunciata poche ore prima dal ministro degli Esteri. Ma per il resto la spiegazione berlusconiana non è affatto ironica: “L’Italia è stata esposta a una grave umiliazione internazionale da una maggioranza che non c’è e da un governo incapace, che ha rifiutato persino il dialogo parlamentare. Non è mai accaduto prima nella storia della nostra Repubblica” perché “la politica estera e di difesa è il cuore della politica, la principale ragione d’essere di una maggioranza e di un governo”.
    Bonaiuti ha escluso la richiesta di elezioni anticipate. Così anche l’Udc di Pier Ferdinando Casini, che in una nota ufficiale pareva d’accordo col Cav.: “La politica estera è elemento costitutivo di ogni maggioranza parlamentare.
    L’Udc ritiene necessaria l’apertura di una nuova fase politica: le dimissioni dell’esecutivo sono la premessa perché ciascuno si assuma le proprie responsabilità”. Ma poi Casini ha aggiunto che, fosse per lui, si farebbe “un governo di decantazione”.
    I leghisti chiedono con Maroni lo scioglimento delle Camere, e intanto alludono derisori alla possibilità di premiare Giulio Andreotti, il grande astenuto della giornata: “L’unica persona che dispone di una maggioranza è il senatore Andreotti, il presidente Napolitano affidi a lui l’incarico di formare il nuovo governo”. Comunque la si metta, sull’astensione parlamentare e sulle intenzioni future dell’Udc si può favoleggiare fino ad accostarle al contegno del centrista Marco Follini, che vuole “un altro centrosinistra” e ha già incontrato Prodi a Palazzo Chigi.
    Ma da Berlusconi, Fini e Bossi ci si poteva forse aspettare un’azione di sfondamento che, almeno fino a sera, non è arrivata.
    Nel vertice pomeridiano della Cdl ha prevalso alla fine il timore che una richiesta di elezioni immediate potesse ricompattare un centrosinistra di fatto agonizzante. Del resto l’impressione che nel centrodestra si potesse finire a cincischiare un po’ troppo era già sensibile nei ragionamenti a caldo dei parlamentari.
    Ferdinando Adornato (FI) voleva invece affondare i colpi subito, vista la circostanza favorevole, anche per trattare semmai su possibili altre intese da una posizone di forza più che rispettabile: “La soluzione apparentemente più tremenda, e cioè lo scioglimento delle Camere, è in realtà la meno tremenda e più logica”. Dopodiché subentravano i dubbi. “Vediamo cosa succede, di certo c’è che l’Unione non esiste più e i partiti di centrosinistra sono in libera uscita. Se si creano certe condizioni, si può aspettare fino a un anno e poi rivotare”.
    Esiste il pericolo che alla reazione politicante dell’opposizione segua uno sfaldamento simmetrico a quello dell’Unione? Forse sì. Sebbene la Lega sia stata rassicurata per iscritto dal Cav., due giorni fa, causando la delusione di Roberto Maroni, il solo dirigente bossiano convinto di potere disseppellire l’antico Carroccio in versione “costola della sinistra”. Quanto ad An, se non sarà Fini a dettare la linea alla coalizione è certo che agirà in piena concordia con Berlusconi nei colloqui istituzionali avviati da Napolitano dopo le dimissioni di Prodi.

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Che fare ora

    Roma. Prodi si è dimesso, il presidente della Repubblica si è riservato di decidere e avvia le consultazioni: governo suicidatosi sulla politica estera, crisi aperta.
    Per Vittorio Feltri, direttore di Libero, la cosa più dignitosa e corretta, ora che qualunque tentativo di minimizzare diventa ridicolo, è semplicemente
    “rassegnarsi all’evidenza: al Senato la maggioranza era clamorosamente instabile, non è passato nemmeno un anno ed è accaduto quel che tutti avevano previsto, oltretutto su un tema essenziale come la politica internazionale”.
    Rassegnarsi all’evidenza significa, per Feltri, andare subito a nuove elezioni.
    “Anche senza nuova legge elettorale, certo: ci siamo andati una volta, possiamo andarci la seconda, e non credo che adesso vincerebbe il centrosinistra”. Pensa però che si sceglierà “di prolungare un’agonia: governo tecnico, come è già successo”.
    Governo tecnico, e non nel senso sperato da Angelo Panebianco, editorialista del Corriere della Sera, che auspica “la creazione di un governo tecnico a termine, per due o tre mesi, con un unico compito: riformare la legge elettorale, e poi subito le elezioni”. Non andrà così, secondo Panebianco, andrà invece nel senso di “una crisi di governo lunghissima, con molte manovre neocentriste e un dato certo: il nuovo governo, ammesso che si riesca a formarlo, non avrà tra i sostenitori la sinistra massimalista, e avrà finalmente una maggioranza sulla politica estera.
    Anche perché è individuabile un parallelo con il ’98, quando il governo Prodi cadde per l’uscita di Rifondazione: la caduta non avvenne sulla politica estera, ma Cossiga disse che l’imminente guerra in Kosovo aveva avuto il suo peso, e questa volta ci sono venti di guerra a Kabul. Poi è ovvio che la politica estera è il posto delle identità incoercibili, dei valori non negoziabili, era immaginabile che succedesse qualcosa di grave.
    E’ una grossa sconfitta di Bertinotti, che da un anno lavora per traghettare l’area massimalista verso le istanze di governo”.
    Del resto, nota Panebianco, “D’Alema era stato chiaro sulla maggioranza, e poco tempo fa lo stesso presidente Napolitano ha spiegato che sulla politica estera vuole una maggioranza”.

    Il no alle elezioni di Lucia Annunziata
    Anche Lucia Annunziata, editorialista e conduttrice di “In mezz’ora” su Raitre, trova somiglianze “con il ’98, per uno strano gioco del destino i protagonisti sono quasi gli stessi: ecco perché è importante non cedere alla tentazione di metterci una pezza”. Dice che “il governo dei tecnici sarebbe una scorciatoia”, e aggiunge che non se l’aspettava, un disastro del genere,
    “anche perché in Senato dovrebbero saper fare di conto, avere familiarità coi numeri, anche il fatto che non sia andata così è un notevole segnale di crisi”. La soluzione elegante e seria, per l’Annunziata, è una sola: “Nuovo incarico a Prodi per formare un nuovo governo, ma le elezioni no, ora non avrebbero senso”.
    Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera, ha detto che “il nuovo governo vedrà probabilmente di nuovo Prodi premier, sarà un Prodi bis e sarà un governo più debole, perché si cade e ci si rialza una volta sola: un governo diverso, senza D’Alema alla Farnesina, e tra l’altro il discorso di D’Alema oggi è stato bellissimo, ma era il frutto di una paziente ricucitura, e sarà quindi un governo difficile, perché sta per cominciare una seconda guerra in Afghanistan e quella maggioranza al Senato non aveva la maggioranza”.
    Secondo Vittorio Feltri è perfino possibile, almeno fantasticabile, che in questo clamoroso suicidio ci sia di mezzo il cardinale Camillo Ruini, presidente della Cei, una telefonata notturna al senatore a vita Giulio Andreotti: “Vorrai mica far cadere il governo Prodi sui Dico?”, ed ecco il voto contrario sulla politica estera. “Del resto non si scappa: due sono i temi terribilmente spinosi di questo ormai ex governo, la politica estera e i problemi etici”.
    E allora adesso che si fa? “Se non si trovano la forza e la capacità di rimettersi in sesto, di ricreare quella maggioranza uscita dalle elezioni, magari un po’ più solida dal punto di vista politico, con la sinistra massimalista che si dà una calmata, allora è meglio andare alle elezioni”, dice Riccardo Barenghi, ex direttore del Manifesto ed editorialista della Stampa, “perché i pasticci, le maggioranze spurie, le larghe intese non vanno, tutto quel che ricorda il 1998 e il governo D’Alema di allora non funziona, è molto meglio andare a votare, sennò si cade di nuovo fra tre settimane, come oggi”.
    Ma si può tornare a votare perfino con questa legge elettorale? “Si può creare un governo tecnico – dice Riccardo Barenghi – che cambi la legge, ma dev’essere tecnico sul serio, senza niente di politico, deve avere una scadenza, e a ottobre alle urne”.

    saluti

  6. #6
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    Predefinito Massimo sconfitto

    Roma. Ancora una volta Massimo D’Alema ha messo nei guai Romano Prodi. Aveva annunciato che se fosse stato battuto al Senato questo avrebbe provocato la caduta del governo. Era sicuro che le sue affermazioni sulla continuità della politica estera italiana avrebbero convinto i moderati, soprattutto i senatori a vita, e che quelle sulla discontinuità della stessa politica estera avrebbero persuaso i dissidenti dell’estrema sinistra. E’ capitato il contrario.
    Non è un incidente di percorso, ma la conseguenza di un atteggiamento costante del presidente ds, che si considera un geometra della politica, capace di calcolare la risultante delle forze reali, in modo da collocarsi nella posizione che consente di ottenere i migliori risultati. Nel calcolare le forze, però, mette una presunzione della razionalità del comportamento altrui, che tende a far coincidere spesso con la sua opinione o i suoi interessi.
    Giulio Andreotti, che del calcolo delle forze resta un maestro, lo ha colto in fallo, gli ha spiegato impietosamente che è stata proprio l’eccessiva furbizia, la rottura proclamata della continuità con la politica estera di Silvio Berlusconi, a convincerlo a negargli il suo consenso.

    Fin dai tempi della Fgci
    Nell’ambizione a leggere in modo dinamico i rapporti di forza politici sta il tratto più interessante della personalità di D’Alema, nella ripetuta erroneità dei suoi calcoli il suo limite.
    Quando nel 1998 incoraggiò Fausto Bertinotti a rivendicare uno “spostamento a sinistra” dell’asse di governo, pensava che la posizione centrale del suo partito tra estrema sinistra e moderati gli avrebbe consentito di accrescere il suo peso.
    Le cose andarono in un altro modo, Prodi favorì una scissione in Rifondazione, e D’Alema dovette ricalcolare il campo delle forze, includendovi i seguaci di Francesco Cossiga, che invece Prodi non volle considerare.
    Quella che è giustamente considerata la sua operazione più brillante, l’intesa con Franco Marini che lo portò a Palazzo Chigi, è anche però l’inizio del suo declino. Non potè onorare la promessa del Quirinale fatta a Marini, perse il controllo del partito e subì la vendetta dell’asinello prodiano che lo indusse, dopo le amministrative perse, a dimettersi.
    Quelle dimissioni e quelle che tutti si aspettano rassegni ora rivelano un altro aspetto, lodevole, del suo carattere.
    D’Alema è onesto nel calcolare la dimensione delle sconfitte. Questo gli ha consentito di riprendersi ogni volta, di conservare una stima diffusa nel mondo politico e il sostegno degli aderenti al suo partito, che, anche se non lo amano, sanno che è l’unico che ha in mente una prospettiva. Ora ha innescato un processo che porta a una crisi del governo Prodi, il che era del tutto estraneo ai suoi calcoli. La sua ambizione era solo quella di dimostrare che la sua politica estera era la punta di diamante del governo, in modo da sottrarsi anche a qualche intromissione un po’ pesante del presidente del Consiglio.
    I sondaggi d’opinione che lo mettevano sempre al primo posto nel gradimento probabilmente lo hanno incoraggiato, ma tanto per cambiare il calcolo era sbagliato.
    Da quando, 30 anni fa, da segretario della Fgci, pensava di poter stare nel “movimento” (quello del ’77 che assaltava Lama e metteva a ferro e fuoco Bologna) e contemporaneamente sostenere il compromesso storico, D’Alema ha sempre pensato di poter conciliare gli opposti.
    Ieri non c’è riuscito e le macerie cadono su Prodi.

    saluti

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    Predefinito Solo il voto subito può riscattare...

    ....una soluzione tanto avvilente

    Così conclude Ferrara

    Gli scettici dicono che non se ne farà nulla, che l’opposizione è lenta, impacciata, impaniata, e dunque il crollo suicida del governo, che con la bocciatura ripetuta della politica estera e di difesa ha inferto un colpo mortale alla credibilità dell’Italia nel mondo, non porterà come sarebbe serio al voto, a una nuova maggioranza, solida, e a un nuovo governo.
    Chissà. Forse hanno ragione.
    Siamo sempre gli stessi, c’è il problema della pensione dei parlamentari, c’è la vischiosità delle relazioni tra i partiti, ci sono gli incroci e le convergenze d’interessi fra i molti leader centristi, con i voti e senza i voti, ma sempre con molti posti a disposizione per l’oggi e per il domani, insomma non siamo passati dalla Prima alla Seconda Repubblica, ma direttamente alla Quarta Repubblica francese, a una logica di impotenza decisionale, di rinvio, di deresponsabilizzazione generale, senza nessun De Gaulle che ci salvi dal ridicolo.
    Può essere che con un rinvio alle Camere questo boccone velenoso venga digerito, e poi si ricomincerà come prima.
    Può essere che si accenni a un governo istituzionale per rifare la legge elettorale, insomma che si ricorra a uno dei tanti trucchi politicanti che hanno trasformato la nozione di governo in barzelletta.
    Ma non è detto.
    Quel che è accaduto è enorme.
    Sono caduti molti governi in Italia. Per la scuola privata, per le baruffe tra comari, per la tv a colori, per mille altri motivi e sgambetti e incidenti di percorso, ma il rigetto della politica estera e di difesa, cioè dell’essenza della politica e dello status di un governo nel mondo, è una novità assoluta, una testimonianza estrema di debolezza del sistema istituzionale e di comando, un colpo da brivido al senso delle istituzioni che in fondo alla testa e al sentimento anche al più cinico dei politicanti un posticino dovrebbe averlo mantenuto.
    La legge dell’interesse nazionale e della leadership, quella vera, richiederebbe questo.
    Che Berlusconi non si facesse legare dalla solita rete politicante, che gli ha fatto perdere le elezioni e lo ha costretto spesso a governare al ribasso, e mettesse in chiaro che alla mediocre danza intorno a una maggioranza morta lui non ci sta.
    Elezioni subito per riscattare un voto che ha stordito le istituzioni e avvilito la Repubblica, e se per caso il Quirinale o parte della maggioranza avessero un’idea seria di grande coalizione o di governo del presidente con una nuova maggioranza, cosa allo stato dei fatti assai difficile, perché non preparata alla luce del sole e del confronto politico, che avanzino loro una proposta sulle rovine del centrosinistra a nemmeno un anno dal voto dell’aprile scorso.
    La legge dell’interesse nazionale e della leadership imporrebbe una riflessione seria a Giorgio Napolitano, che conosce la politica e dunque sa bene come i rammendi rischino di risultare, in uno specifico caso come questo, una maggioranza formale che non è una maggioranza sostanziale, la peggiore delle apparenti soluzioni.
    Il rinvio del governo alle Camere sarebbe un ritornello satirico, si proporrebbe agli italiani di credere a una fiducia della fiducia della fiducia, dopo le due bocciature su Vicenza e sull’ampia esposizione del ministro degli Esteri, ieri, in Senato.
    Il capo dello stato ha il potere di sciogliere le Camere, e in questo caso avrebbe il dovere di esercitarlo senza tentennamenti, per ragioni ovvie.
    Quanto a Prodi e D’Alema, di nuovo congiunti in un abbraccio suicida il cui prezzo politico è tutto a carico del paese che pretendono di governare senza i numeri e senza una iniziativa politica e parlamentare capace di superare l’inesistenza della maggioranza, la loro leadership e la loro cura dell’interesse nazionale si vedrebbero nel momento in cui accettassero il nuovo appello al paese e costruissero una vera coalizione di governo, fondata su un vero partito di governo e su un vero programma elettorale che escluda gli sfasciacarrozze.
    Oppure che si prendano la responsabilità di indicare una soluzione nuova, radicalmente nuova, ciò che suggerimmo subito dopo il voto, consapevoli che quel risultato, numericamente e politicamente, non aveva espresso un mandato chiaro e aveva diviso il paese esattamente a metà, mandando al governo i vincitori perdenti e lasciando all’opposizione i perdenti vincitori.
    C’è da sperare che coloro i quali hanno ancora la testa sulle spalle, e che guardano senza faziosità ma anche senza indulgenza alla realtà della politica italiana, alzino la voce e blocchino la deriva scettica, la derubricazione di un dramma parlamentare permanente a banale incidente di percorso.
    Non è stato respinto un emendamento alla legge di bilancio, non c’è stata una marachella di un gruppetto di parlamentari protetti dal voto segreto, i famosi franchi tiratori con cui hanno convissuto per decenni i governi della prima Repubblica, c’è stato un quasi incredibile vuoto di consenso al governo italiano sulla definizione delle ragioni primarie per cui un governo si legittima.
    Un disastro da riscattare, non una bua da impecettare.

    Questo e tutto quanto sopra preso da il Foglio di oggi

    saluti

  8. #8
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    Predefinito Le regole del Presidente

    Roma. Dal giorno in cui è stato eletto presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano si è mosso su una linea precisa, che per molte ragioni considera come la sua missione. In due parole: riconciliazione nazionale.
    Una linea che impone, innanzitutto a lui, un rigore ai limiti della rigidità. E forse anche per questo Napolitano ha fatto capire chiaramente che non rinvierà il governo alle Camere né darà un secondo incarico a Romano Prodi senza avere ricevuto prima precise assicurazioni.
    Senza avere prima saputo da ogni gruppo parlamentare, pallottoliere alla mano, quanti voti garantisce.
    La sinistra radicale sembrerebbe disposta a quasi tutto, pur di salvare il governo, ma la situazione resta critica. Tanto che appena due giorni fa, conversando con i suoi, Clemente Mastella così lamentava lo stato confusionale dell’Unione: “Io Follini lo porto pure, ma a chi lo porto?”.
    La richiesta di chiarezza da parte di Napolitano appare dunque tanto ragionevole in teoria quanto ardua nella pratica.
    Ma coincide perfettamente con la posizione di Prodi: un patto programmatico blindato e non negoziabile nel centrosinistra.
    Non c’è dunque motivo di ipotizzare tensioni tra l’Unione e il capo dello stato, come pure sulle prime sembrava accreditare la voce (smentita dal Quirinale) secondo cui Napolitano avrebbe cercato di convincere Prodi a non dimettersi.
    Niente a che vedere con quanto accadde tra il centrodestra e Oscar Luigi Scalfaro nel 1994, durante la crisi del primo governo Berlusconi. Ma qualora si verificasse che la maggioranza di centrosinistra non è più tale – o perché i leader dell’Unione non fossero in grado di fornire le assicurazioni richieste o perché quelle assicurazioni venissero smentite in Senato – allora la situazione si farebbe più complicata. Curiosamente, dall’adozione del sistema maggioritario, l’unica soluzione letteralmente senza precedenti sarebbe il ritorno alle urne. A Napolitano si presenterebbero comunque tre alternative: il voto, il governo istituzionale, il governo di larghe intese.
    Difficile dire oggi come si regolerebbe a quel punto il capo dello stato, ma certo non si può dire che Napolitano non si aspettasse quello che del resto si aspettavano tutti, prima o poi. E che mercoledì è accaduto forse solo un po’ prima del previsto.
    Gli interventi dedicati dal presidente all’esigenza di riforme istituzionali non si contano, dal suo primo discorso alle Camere fino alla nuova introduzione scritta per la ristampa di un saggio del ’94, “Dove va la Repubblica” (ripubblicato con il titolo “Una transizione incompiuta?”).
    In ogni sede Napolitano ha sottolineato l’esigenza di una riforma delle istituzioni capace di garantire finalmente un assetto stabile al sistema politico. Di qui anche l’enfasi sulla necessità di ricostruire un clima di rispetto reciproco tra maggioranza e opposizione, come condizione minima per arrivare a quelle riforme condivise tante volte tentate e mai riuscite.
    Un’enfasi che non è solo frutto di analisi politica.
    E’ naturale che il primo presidente della Repubblica venuto dal Pci consideri lo sforzo per un’autentica riconciliazione nazionale come il suo mandato. Una linea in cui è evidente la continuità, ma anche il segno di chi viene da un’altra storia, rispetto al vibrante patriottismo repubblicano di Carlo Azeglio Ciampi, nel presidente che ha fatto togliere l’inno nazionale dalla colonna sonora del suo primo discorso di Capodanno.
    E che certo non appare disponibile a seguire il richiamo di altre bandiere, fuori dei confini di quella che considera la sua missione.
    Ma quella missione di riconciliazione richiede che tutte le forze politiche si riconoscano pienamente nel suo garante.
    E anche questa, nei prossimi giorni, potrebbe rivelarsi una condizione non facile.

    da il Foglio di oggi

    saluti

  9. #9
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    Predefinito E’ l’ora dei mezzani

    Roma. “Speriamo che sia tecnico, elegante, autorevole, uno che parli le lingue internazionali e, quando esce da Palazzo Chigi, frequenti il salotto di qualche principessa romana”. Insomma uno come Lamberto Dini, ma anche Giuliano Amato e, se non fosse intimidito dall’ultimo tratto di presidenza in Confindustria, Luca di Montezemolo perfino. Eccolo che ritorna vispo e di moda il bel gioco di società dei mezzani. Accade sempre quando cade un governo politicamente banale come quello prodiano: attori intermedi tra l’umile e il sublime, maestri nell’arte combinatoria di soluzioni politiche parallele –quelle che ancora non si possono dichiarare al presidente Giorgio Napolitano – i mezzani sono di nuovo pronti a coccolare qualsiasi proposta alta e istituzionale, purché non sia scontata o burocratica come le segreterie dei partiti. Per fare un esempio storico neanche lontano, i mezzani sono quelli che nel febbraio del 1996 s’immersero nella fatua Belle Epoque del mai nato governo di Antonio Maccanico, il quale oggi è ancora un prezioso senatore ulivista, ma dieci anni fa era il corteggiatissimo grand commis d’Etat e uomo di mondo candidato a reggere un governo istituzionale col sostegno di Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi.
    Le cose allora non andarono ma ora ci risiamo, quello stesso clima si ripresenta.
    Qualcuno sospira: “Ah se solo Maccanico avesse dieci anni di meno!”.
    Altri rispondono: “Con dieci anni di meno, sarebbe uguale a Lamberto Dini”.
    In effetti l’identikit funziona e il senatore Dini in queste ore è oggetto di un interesse palpabile come le pacche che riceve a Palazzo Madama dai dirigenti del centrodestra: “Lamberto, sappi che il presidente Berlusconi ti stima sempre tantissimo e ti vedrebbe molto bene al posto di Prodi”.
    Al momento niente di ufficiale, il Cav. fino a ieri non aveva chiamato nessuno ma, tanto per accreditare la pista, si sono fatti vivi alcuni contestatori dell’Ulivo che rimproverano a Dini di non aver partecipato alla catastrofica votazione sulla base di Vicenza. E che non gli hanno condonato certe sue interviste nelle quali aveva illuminato il pregio dei governi istituzionali, o fatto risaltare le proprie legittime perplessità sulla coalizione prodiana. Certo che, se poi fosse davvero Dini a subentrare come premier, sarebbe anche la nemesi del Cav.: ribaltare Prodi grazie all’uomo che l’aveva sostituito nel 1995. Sono soddisfazioni simboliche.
    Del resto pareva che ieri, prima di smentire, Berlusconi avesse osato:
    “Ci sono esponenti di rilievo che godono della stima e dell’apprezzamento di tutti”. Il pensiero correva a Dini, ma senza allontanarsi troppo dallo studio Amato o dalla presidenza del Senato. Se ne parla nei corridoi meno assolati ricordando che il ministro dell’Interno è da sempre una carta berlusconiana. Ma è caduto in disgrazia fra i Ds e pure a palazzo Grazioli ci si fida meno di lui, dacché ha risposto con un brutto diniego a certi piccoli sondaggi sulla possibilità di correggere il ddl Gentiloni che riforma il sistema televisivo. Ma non si sa mai. E la finanza cosa pensa? E il Vaticano? Si sa che Dini è nel cuore dei banchieri e la segreteria di stato vaticana ha apprezzato il suo basso profilo in occasione della disputa sulle coppie di fatto. Benevolenza che i porporati tenderebbero a negare a un altro suo rivale: Franco Marini. Pure lui, grazie a Fini e Casini, è molto in vista per un governo istituzionale ma non tecnico. Ancora sono soltanto disegni di sottobosco che assumono dimensioni bizzarre tra il generone romano riunito al Circolo della caccia o a quello degli scacchi. Un paesaggio umano rubricabile nell’acronimo Pvb, Partito del volemose bene. Un club altero sempre pronto a eccitarsi, una lobby di mezzani oscillanti tra la carboneria e la carbonara.
    Stasera si saprà qualcosa di più alla cena nella casa di Sandra Verusio sull’Appia antica, anche perché come minimo ci saranno Francesco Rutelli e Fausto Bertinotti.
    Ma il pronostico più avvincente è già arrivato da Carlo Rossella nella scenografia di un noto albergo di Roma: “Visto il surriscaldamento della Terra, si finirà fatalmente per allestire un governo balneare a febbraio”.

    da il Foglio

    saluti

  10. #10
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    Predefinito

    faranno il prodi-bis,tireranno a campare finchè possono,pazienza un altro pò d'agonia e poi ce li leveremo dalle scatole definitivamente.
    Questo governo non finirà l'anno.

 

 
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