In un film recente, “Tout pour plaire”,
Mathilde Seigner confida alle sue amiche:
“Vado solo con uomini sposati perché
ormai sono gli unici che scopano”. E’ il
grande dramma della modernità, secondo
Éric Zemmour, editorialista del Figaro e
autore di “Le premier sexe”, best seller in
Francia appena tradotto in Italia (esce il 20
febbraio per Piemme con un imbarazzante
nuovo titolo, “L’uomo maschio”, undici euro
e cinquanta). L’uomo che diventa donna,
l’uomo campato in aria, l’uomo raffinato e
sensibile che non fischia alle ragazze, non
tradisce la fidanzata, vuole sentirsi capito
e protetto, si commuove nel cambiare pannolini,
si mette la crema in faccia, fa le diete
e sa come si apparecchia una tavola con
grazia. Soprattutto non ci prova mai, abbassa
gli occhi, non si sente pronto. “Un uomo
che non è più la sintesi di tutti gli altri e
che vale meno di qualsiasi donna. Nelle
sceneggiature di Audiard, oggi Gabin non
avrebbe cittadinanza. E Belmondo, Delon,
le canzoni misogine di Brel: divieto di
espressione. e anche di atteggiamento”.
Questo Simone de Beauvoir un po’ buzzurra
scrive che oramai l’uomo è femmina,
l’Europa è femmina, i valori sono femmine,
ci siamo tutti trasformati in una gigantesca,
piagnucolosa Madame Bovary. A partire dalla
legge sul divorzio, che ha liberato quest’infinita
ansia d’amore perfetto per sartine.
L’unica cosa sacra, infatti, è l’amore. L’unico
individuo possibile è la coppia ideale.
Nicolas Sarkozy, quando venne temporaneamente
abbandonato dalla bellissima moglie
Cécilia, andò al telegiornale e non disse “Si
è vendicata, ora sono cornuto”, disse invece:
“Come milioni di famiglie, la mia ha conosciuto
delle difficoltà. Le stiamo superando.
Ho fiducia. Si risolveranno”. Secondo Zemmour,
perfetto discorso da rotocalco femminile:
“Non esistono più i cornuti, non ci sono
più avventure, non c’è più una donna ingannata
e un uomo tradito (o viceversa), nessuno
più risulta infelice o ridicolo, esistono solo
‘i problemi di coppia’”. Sono parole
screanzate, immagini zotiche, cose da camionisti
che in Francia hanno fatto furore, sono
idee reazionarie che si concedono un concetto
scandaloso: l’ordine virile aveva un
senso, il femminilmente corretto invece ha
creato i cosmetici per uomini, un’avvilente
percentuale di défaillance sessuali, la paura
di tutto, la crescita zero. A cominciare da
“una maniera diversa di vedere le conquiste
degli anni Settanta”: il divorzio libera il bovarismo
(“su questa fortuna insperata le
donne ci si sono buttate. Lo sognavano da secoli.
Si consideravano tutte mal maritate.
Rinviavano la propria esistenza. L’uomo della
loro vita era l’altro. L’uomo non aveva gli
stessi sogni”), gli regala una potenza inaspettata:
“E’ l’intera società, uomini e donne, a
essersi lasciata conquistare dal romanticismo
della coppia. E’ l’intera società, uomini
e donne, che ambisce a diventare donna”.
Cioè femmina parecchio isterica che dà in
escandescenze e rincorre la legge per farsi
assegnare case, mobili, figli, contraddicendo
così, con l’imposizione, le meraviglie della
libertà individuale assoluta.
C’è dell’altro, in questo reazionario allarme
su una frocizzazione inesorabile e sterile:
ci sono i duecentomila aborti l’anno della
conquista femminile, che corrispondono
“al tasso di mortalità infantile, nel senso
classico, sotto il regno di Luigi XV”. Due secoli
di passi avanti per arrivare a questo,
“come se in questa femminizzazione delle
società occidentali, che pure iniziò sotto radiosi
auspici, agisse uno spettro, come se
l’appello alla vita, all’amore, dovesse finire
tragicamente con la scomparsa collettiva”.
Doveva essere una cosa divertente sui maschi
che si depilano il petto e discutono i
prezzi dei Pampers, è invece un’analisi rozza
e furibonda sulla “fine della storia” e sulla
virilità che arriva da fuori: è il maschio
inavvicinabile, che le femministe odiano
senza poterlo dire, è (in Francia) il giovane
arabo sciovinista che “non ha letto Stendhal.
Non ha letto René Girard. Nemmeno Dostoevskij
e L’eterno marito”. Ma ha molte,
nuovissime, virili energie.
Annalena Benini
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