“Lo sentite questo rumore? E’ la tessera che sto strappando”
"...Perché ormai è Prodi
che vuole farci fuori, perché ha deciso di
gestire direttamente l’apertura al centro. E
noi di Rifondazione? O ubbidiamo e zitti,
oppure siamo fatti fuori”.
Roma. A un certo punto, dopopranzo, nel
cortile interno di Montecitorio va in scena
la rappresentazione della situazione così
com’è. Su una panchina, un gruppetto di deputati
di Rifondazione, con il capogruppo,
Gennaro Migliore. “I nostri militanti stanno
soffrendo, e io con loro”, racconta mesto.
“Tenteranno di farcela pagare… Ma in questo
momento voglio stare in mezzo al mio
popolo, i trucchetti politicisti li vediamo dopo”.
Cinque metri più in là, ecco comparire
Pier Ferdinando Casini. E’ l’immagine della
salute politica. S’avanza ridendo, più di
un’ombra di abbronzatura sulla faccia, cappotto
doppiopetto, sciarpa di cashmere,
enorme sigaro tra le mani. “Te l’ha mandato
in regalo Fidel Castro?”, gli domandano.
“No, questo me lo sono comprato da me.
Quaranta euro…”, e una lunghissima, soddisfatta
tirata. Soldi ben spesi, quelli del
leader dell’Udc, che del resto doni politici
ne ha ricevuto a carrettate nelle ultime ore.
Ogni sottospecie democristiana – velata o
svelata o sospettata – s’aggira gongolante
per il Palazzo. Su un divano, Clemente Mastella
è praticamente assediato da una folla.
E invece ogni sottospecie comunista –
bertinottiana, trotzkista, dilibertiana o dio
solo sa che altro – s’aggira sconsolata. Il
dramma più grande, dentro Rifondazione.
L’altro giorno, al momento del voto al Senato,
Vladimir Luxuria era stralunata fino alla
commozione: “E adesso, che diciamo alla
gente fuori?”. Ora racconta alla buvette: “Il
discorso di D’Alema era bello, anche emozionante…
E invece, così, i Dico sono diventati
un bisbiglio, sento frusciar di sottane e
profumo d’incenso”. Rifondazione ha paura.
Il fantasma del ’98 assedia i dirigenti dal
momento di quel voto maledetto a Palazzo
Madama. Ieri Liberazione è uscita con una
cronaca crudissima delle feroci telefonate
arrivate al partito e al quotidiano. A Montecitorio
raccontano di quel compagno che ha
telefonato al gruppo parlamentare: “Lo sentite
questo rumore? E’ la tessera che sto
strappando”. Nell’apposito forum torna un
linguaggio che, appunto, da quel drammatico
’98 che vide la caduta del Prodi I non si
sentiva più. “Ora, chiunque vede un rifondarolo
per strada è autorizzato a sputargli
in faccia”, e quelli che scrivono sono tutti
compagni. “Non voterò più Rifondazione”,
ormai ex elettore. Un dirigente di Sassari:
“Vi sembra facile sostenere lo sguardo dei
compagni operai?”. Il fantasma del ’98 prende
corpo, crea ansia, genera angoscia. “Ci
sono simpatizzanti ed elettori che per colpa
della disinformazione pensano a noi come
causa del problema. Presto capiranno che
le responsabilità vanno cercate altrove”, dice
Ramon Mantovani. Niente è come il ’98,
tutto oggi ricorda il ’98. “Torneranno Sabrina
Ferilli e Nanni Moretti e gli appelli al
Tg3…”, si mormora. Tutto quello che è stato
fatto – la non violenza, la scelta del governo,
il fatto, come spiega un dirigente, che “oggi
l’intera identità di Rifondazione si regge
sulla sua appartenenza al governo Prodi” –
ecco, tutto questo si dissolve nelle email furiose,
nelle telefonate feroci, nelle accuse
violente. “Me lo sono sentito dire anch’io, ieri
sera: ancora una volta è colpa vostra, di
Rifondazione…”, confessa Luxuria. E certo,
poi si deve spiegare che nel ’98 fu il partito
e adesso, solitario, il compagno senatore Turigliatto.
E poi, se pure Turigliatto avesse
votato a favore, la maggioranza non ci sarebbe
stata comunque. E in ogni modo il
partito condanna e allontana e deplora…
Ma tutto pare difficile, tutto pare ricominciare.
E’ scattato il massimo allarme, si fa
quello che pareva impensabile. Piovono
ogni sorta di comunicati su iniziative a sostegno,
a puntello, a soccorso del governo
Prodi. Per oggi è convocata prima la direzione,
poi la riunione di tutti i segretari federali,
ma sono ben altre le decisioni che
fanno intendere lo stato d’animo dei bertinottiani.
Come il messaggio video del segretario,
Franco Giordano, su Rifondazione.it,
“totale e incondizionata fiducia in Prodi, no
alle larghe intese e ai governi istituzionali”.
E, più ancora, l’appello della segreteria nazionale
a tutti i circoli del Prc a scendere
domenica “in tutte le piazze d’Italia, stabilire
un contatto diretto con il popolo dell’Unione”.
Che però avrà probabilmente anche
momenti difficili. “Verrò per contestarvi”,
c’è chi annuncia. Esorcizzare il fantasma
dell’inaffidabilità, il ritorno del sospetto
dell’annientamento politico di Prodi, l’impressione
dell’agguato a freddo. Si loda
D’Alema in ogni modo, si incensa il Professore
in ogni dichiarazione, si spara a palle
incatenate contro il compagno Turigliatto.
Ma pesano soprattutto due cose. Primo, la
presenza silente di Bertinotti. Che ha rinunciato
– “non ho avuto il coraggio necessario”
– alla visita al Monte Athos, “magari
torna a occuparsi di cose terrene”, maligna
un deputato, ma è direttamente sfiorato dall’ira
dei simpatizzanti: “Spiegatemi una cosa:
perché il partito non ha sorvegliato che
certe teste calde (per dirla educatamente)
finissero in Parlamento?”. Chiaro che Bertinotti,
così come non era “l’angelo custode”
di Caruso, eviterà di esserlo di Turigliatto,
ma la faccenda comincia a farsi sentire. E
poi un sospetto temerario, che solo a mezza
bocca si mormora nel partito. “Soltanto per
Repubblica è ancora tutto come nel ’98. Ed
è chiaro che l’editoriale di Ezio Mauro lo ha
dettato Romano Prodi. Perché ormai è Prodi
che vuole farci fuori, perché ha deciso di
gestire direttamente l’apertura al centro. E
noi di Rifondazione? O ubbidiamo e zitti,
oppure siamo fatti fuori”.
il Foglio
Sveglia, compagni !!!!!!
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