ANNALISA, ASCOLTA LA MUSICA SACRA

Mi dirai che è forse meglio una canzonaccia qualsiasi piuttosto che un cd dei monaci di Silos, ma ricorda, cara amica, chi canta prega due volte e chi non canta è come se volesse privatizzare la fede. Tu lo vuoi?

di Camillo Langone




Carissima Annalisa, sono contento
di scriverti innanzitutto perché sei
di Potenza, e sai, o forse non sai ma te
lo dico ora, quanto spazio occupa nel
mio cuore la
terra degli avi.
Come se non
bastasse ho
abitato nel tuo
stesso quartiere e mi basta pensare a
via Vaccaro per precipitare all’indietro
verso un’adolescenza piena di tormenti,
in buona parte ovviamente
amorosi, e sentire pizzicare qualche
antica ferita. Ti immagino mentre
cammini per viale Dante in direzione
di Sant’Anna che fu anche la mia parrocchia,
tanti anni fa ma neppure tantissimi
visto che il prete è lo stesso di
allora. Sei una ragazza di chiesa, una
delle donne senza le quali molte filiali
di Cristo dovrebbero chiudere. Avete
femminilizzato il cattolicesimo, e
questo non mi piace, ma siccome la
natura non tollera vuoti bisogna ammettere
che la colpa non è vostra bensì
dei maschi che si sono assentati. Dove
sono andati? Che fanno tutto il giorno?
La domenica la passano su internet?
Mi hai detto che il coro di
Sant’Anna ormai è composto solo da
donne: da cinque a quindici a seconda
del periodo, se è una domenica qualsiasi
oppure Natale, e mai nemmeno
un uomo. L’ultimo ha tagliato la corda
parecchio tempo fa. “Si annoiava”. O
l’avete fatto scappare? Io ho un’ipotesi.
Non una certezza, bada, solo un’ipotesi.
Potrebbe essere fuggito per la
vergogna di dover intonare in pubblico
“Applaudite popoli tutti” di padre
Francesco Buttazzo, il canto con cui
aprite messa. In tal caso lo capisco e
lo giustifico, io avrei fatto lo stesso, mi
vergognerei di meno a cantare in falsetto
“Anima mia” dei Cugini di Campagna.
Il povero padre Buttazzo si impegna
a fondo ma non sempre volere
è potere: se lui ama la musica non per
questo la musica ama lui. Pur essendo
nato nel 1968 il suo orizzonte musicale
pare bloccato al 1970-72, le sue canzoncine
inseguono “Jesus Christ Superstar”
e “Jesahel” purtroppo senza
raggiungerle: in confronto Andrew
Lloyd Webber e Ivano Fossati sono
Wagner e Beethoven. Cantare quella
roba è come passeggiare in via Pretoria
coi pantaloni a zampa d’elefante,
c’è da farsi ridere dietro. Non a caso
padre Buttazzo veste così come compone,
in modo incongruo: ho trovato
una sua foto dove sembra Jack Kerouac
quando faceva il guardaboschi,
camicione flanellone scacchettone, in
riva a un lago con la chitarra in mano.
Ma perché, tanto per cominciare, visto
che è un prete non si veste da prete?
Se indossasse una bella tonaca Santa
Cecilia lo riconoscerebbe come consacrato
e lo guiderebbe nella stesura di
musiche meno raglianti. Ma non dovrei
essere io a spiegarti queste cose,
dovrebbe essere il contrario. Non è un
caso se indirizzo proprio a te una lettera
sulla musica sacra: hai fatto il
conservatorio, hai studiato pianoforte,
suoni l’organo e canti il gregoriano
nella Camerata vocale lucana… Possibile
che non ti rendi conto dei colpi
che un simile repertorio assesta alla
vera religione? “Sono convinto che la
crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo
dipenda in gran parte dal crollo della
liturgia” ha scritto anni fa Joseph Ratzinger,
quando avendo meno responsabilità
di oggi poteva permettersi il
pessimismo. Un pessimismo costruttivo,
però. La liturgia è possibile rimetterla
in piedi, basta volerlo. E la musica
sacra, che della liturgia è tanta parte,
idem. “L’originalità consiste nel
tornare alle origini” ha detto Antoni
Gaudì, l’autore della Sagrada Familia
di Barcellona, il più visionario architetto
cattolico di ogni tempo (la chiesa
catalana ne ha chiesto la beatificazione).
Per aderire meglio all’argomento
musicale citerò anche Giuseppe Verdi:
“Torniamo all’antico: sarà un progresso”.
Il problema del 90 per cento
della musica sacra contemporanea è
che non è abbastanza sacra e nemmeno
abbastanza contemporanea. Non è
sacra perché segnata in profondità da
stilemi profani (ad esempio le chitarre
sferraglianti) che la fanno assomigliare,
in brutto, alle canzoni della radio,
per ascoltare le quali non c’è bisogno
di andare in chiesa. Non è contemporanea
perché non prende come
modello le canzoni del 2007 e nemmeno
del 2006 o del 2005 bensì quelle degli
anni Sessanta-Settanta, fra Lucio
Battisti e il beat. Ci fu un’ondata compositiva
nell’immediato dopo-Concilio
e oggi di quel fervore ingenuo resta
solo un polveroso magazzino di modernariato
musicale: niente di male,
se non inquinasse l’acustica delle navate
e non trascinasse nel ridicolo la
liturgia. Ci sono tre soluzioni. Soluzione
numero uno: l’aggiornamento costante
dei canti, da commissionare
non a frati nient’altro che volenterosi
ma a compositori cristiani di valore
come Angelo Branduardi, Carmen
Consoli o Giovanni Lindo Ferretti. In
passato per la musica sacra si coinvolgevano
i grandi nomi, non vedo perché
oggi non si possa fare altrettanto.
Se in giro non c’è nessun Mozart andrà
benissimo un Salieri. La canzone
religiosa contemporanea è sconosciuta
prima di tutto alla chiesa. Hai mai
sentito “Alleluia” di Bugo? Lui è l’autore
di “Amore mio infinito”, una delle
più belle canzoni italiane dell’anno
scorso, cantata in coppia con Violante
Placido, sangue lucano, sangue nostro.
“Alleluia” forse non è adatta per una
messa ma va tenuta presente, senti
che cosa dice: “Signore aiutami tu /
perché ho perso la cartina per venire
da te / io non so come arrivare da te /
quale tram quale metrò / altrimenti
prendo un tassì / tu mi dici: Non ci sono
scorciatoie”. In America i giovani
cantanti cristiani pullulano, specie negli
stati del Sud, Texas e Tennessee.
Poi c’è il christian punk su cui non mi
pronuncio (non per pregiudizio, proprio
non lo conosco). Poi ci sono molti
padri Buttazzo, quelli non mancano
mai, però compensati da un Sufjan
Stevens, geniale polistrumentista
trentenne che nel 2004 ha pubblicato
un intero album di canzoni religiose.
Mentre ti scrivo sto ascoltando “The
transfiguration” e il suo delizioso crescendo
di banjo e coretti. In Inghilterra
c’è la bellissima Lou Rhodes, in
Scozia Isobel Campbell, in Irlanda
Enya e Dolores O’Riordan, nell’Ulster
Van Morrison, in Polonia Anna Maria
Jopek, in Etiopia Gigi (dal nome non si
direbbe ma è una donna), in Australia
Nick Cave, in Brasile quasi tutti e tutte.
Ci sono poi le sorprese, come Mick
Jagger che simpatizzò col diavolo ma
è approdato al Terzo Millennio cantando
“God gave me everything”, un
testo esemplare trascinato dalla chitarra
cattiva di Lenny Kravitz. Il vecchio
mascalzone del sesso, droga e
rock’n’roll è molto meglio, non solo
dal punto di vista musicale anche da
quello evangelico, di certi spiritualisti
astratti e sopraffini, insomma nichilisti,
insomma Franco Battiato (non a
caso la sua ultima canzone si intitola
“Il vuoto”). La soluzione numero due
è la tradizione, mille anni di gregoriano
e polifonico. Qui si va sul sicuro.
Anche sul difficile, dici tu. Sono discorsi
che non mi piace sentire, tutto
è difficile quando non si ha voglia di
farlo. L’abbazia di Sant’Antimo, in Toscana
dalle parti di Montalcino, è piena
di gente che senza alcuna preparazione
musicale riesce a seguire lo
splendido coro dei frati, mentre ogni
uomo vocalmente ineducato è costretto
ad abbandonare a metà la maggior
parte dei canti post-conciliari, tanto
sono innaturali, strozzati e sdruccioli.
Temo che il problema sia un altro.
“Nobile è solo ciò che dura” ha scritto
Nicolás Gómez-Dávila e nell’avversione
per il gregoriano leggo simpatia
per l’ignobile e l’effimero. Come se
quella che tu chiami “la scelta preferenziale
per gli ultimi” abbia generato
una spinta complessiva verso il basso
ovvero sciatteria liturgica, candele
elettriche, chitarre scordate, sedie di
plastica. Io invece penso che agli ultimi
non andrebbero rifilati gli scarti
del Festival di Sanremo. I poveri e i
malati meritano niente di meno che
Santa Ildegarda di Bingen. Dar da
mangiare pane vecchio agli affamati o
latte scaduto agli assetati è meglio che
niente ma non è il massimo della carità.
Ci vuole roba buona. A chi sta
male bisogna far sentire il soffio di
Dio che spira dall’organo a canne. E’
qualcosa che non necessita di ragionamento,
lo percepiscono subito tutti:
dentro un organo c’è Dio, dentro una
chitarra Jimi Hendrix o Carlos Santana
(se va bene, mentre se va male c’è
Alex Britti). Le verità della fede vanno
supportate con adeguata colonna
sonora. E’ più facile credere all’ostia
come cibo di eternità se una musica
solenne ti trasporta lontano dalle contingenze.
Quello che sembrava l’ostinarsi
su un dettaglio, su quello che in
fondo è un accompagnamento sonoro,
mi sta portando dritto al centro della
questione. “Dove esiste l’immortalità
o anche soltanto la fede in essa, sappiamo
che ci sono dei punti in cui nessun
potere, nessuna potenza terrestre,
per grande che sia, può ghermire, colpire
o meno che mai distruggere l’uomo”.
Sono parole di Ernst Junger, dal
suo “Trattato del ribelle”. Quindi la
musica sacra è teologia e liberazione.
La terza soluzione per il problema
del cattivo suono è una sintesi, per
non dire un compromesso, delle prime
due: compositori contemporanei
in stile più o meno tradizionale. Penso
soprattutto ad Arvo Part ed Henryk
Gorecki che però non mi sembrano
più cantabili del gregoriano, anzi. Siccome
voglio essere buono nella soluzione
numero tre inserisco anche
Marco Frisina. “I cieli narrano” l’ho
sempre sentita in versioni stonate e a
questo punto mi domando se qualche
coro è mai riuscito a prenderla giusta.
Eppure sempre mi ha commosso, significa
che dentro c’è qualcosa. Ad
esempio ci sono le parole del Salmo
18 e avere un paroliere come Davide
aiuta molto. Spigolando nel repertorio:
lo cantate il famoso Symbolum ’77
di monsignor Sequeri? Nei suoi confronti
sono combattuto perché c’è di
peggio (ad esempio il Symbolum ’80)
ma è stato l’autore stesso a dichiararlo
poco sacro, datandolo. Diciamo che
non fa scappare nessuno dalla chiesa
ma nemmeno ce lo fa entrare. Dobbiamo
puntare più in alto, mi pare.
Dobbiamo strappare quei disgraziati
dalle unghie dei multisala, della televisione.
Dobbiamo fargli capire che
nelle chiese avvengono cose belle e
grandi. Più belle e più grandi di quelle
a cui sono comunemente abituati.
Non dobbiamo tirare giù l’alto per
metterlo al livello del basso, il tentativo
l’hanno già fatto ed è fallito. Dobbiamo
sollevare il basso verso l’alto e
la musica è il miglior argano a nostra
disposizione. Perfino a Sant’Anna,
che essendo a forma di asciugalattuga
non risulta la chiesa più mistica
del mondo, mi è capitato di uscire da
me stesso, quando un Natale cantammo
“Tu scendi dalle stelle”. L’importante
è cantare, mi dirai. Certo, è meglio
cantare una canzonaccia piuttosto
che ascoltare un cd dei monaci di
Silos diffuso dagli altoparlanti. Sono
reduce dalla Messa delle Ceneri, qui
a Parma nella chiesa di San Rocco,
con musica chitarrosa suonata dal vivo
e canto gregoriano registrato, un
pastrocchio inaudito. A Firenze in via
del Corso c’è un prete molto volenteroso
e molto semplice che sonorizza
tutto il giorno la sua chiesa con musiche
misticheggianti, da film di Zeffirelli.
Il kitsch non è mai soltanto un
problema estetico: Cristo è la verità e
non può essere annunciato con mezzi
inautentici, che fatalmente condizionano
e forse addirittura smentiscono
il fine. “Chi canta prega due volte” dice
Sant’Agostino, ma bisogna cantare
in proprio, ascoltare le preghiere altrui
non vale. Quindi la musica registrata
è nociva, trasforma in spettatori,
rende passivi, ammutolisce. Assieme
all’iPod e allo stereo in automobile
è uno dei tanti modi escogitati dal
Maligno per atrofizzare le corde vocali.
“Scenderemo nel gorgo muti” scrive
Pavese nella sua poesia più tremenda.
Propongo una piccola modifica:
“Scenderemo nel gorgo se muti”.
Siamo cristiani perché odiamo la
morte quindi non dobbiamo farci zittire
da niente e da nessuno, figuriamoci
da Bill Gates o Steve Jobs. Le
messe silenziose sono tristissime, mi
sembra che facciano il gioco di chi
vuole privatizzare la fede, riducendolo
a fatto intimo, a sentimento quasi
segreto. “L’invasione islamica sarà
fermata dai nostri canti” ha detto don
Giussani in una delle sue ultime interviste.
La fede muove le montagne
e i cori bloccano le frane. Nessuno ha
il coraggio di toccare un popolo che
canta. Gli organi costano, potresti
obiettare, e sarebbe un altro discorso
che preferirei non sentire. Sul manifesto
del mio funerale voglio la seguente
scritta: “Fiori, non opere di
bene”. E in chiesa esigo arpe celestiali,
violoncelli sensuali. Perché a
salvare il mondo sarà la bellezza, non
la mensa della Caritas. Nel cristianesimo
ci sono due partiti, originanti
dal medesimo episodio del Vangelo
di Giovanni: il partito di Maria di Betania
(devota e sperperatrice) e il
partito di Giuda (ipocrita e taccagno).
Io chiaramente appartengo al primo
e guardo con perplessità le sigle che
punteggiano le tue mail. Mi parli del
Gvs che è una Onlus operante nei Pvs
e riconosciuta dalla Cai, forse anche
dal Mae (non ho capito bene). Respingente
linguaggio burocratico. In pratica,
se non sbaglio, ti occupi delle
“adozioni reali”, chiamate così per
distinguerle dalle adozioni a distanza.
La materia mi è ignota e vorrei
che tale mi rimanesse, eppure anche
da così lontano annuso un odore che
non mi piace, sento che l’adozione interessa
più alla coppia adottante che
al bimbo adottato. Volendo fare “carità
reale” bisognerebbe invece spiegare
alle ragazze che devono figliare
a vent’anni, quando la fecondità è al
massimo, onde non ritrovarsi a quarant’anni
costrette a dragare orfanotrofi.
Chiudo subito la parentesi dissonante
perché una lettera sulla musica
deve finire con un’armonia. Non
voglio accusarti di nulla, tu fai quello
che puoi, voglio soltanto che le tue
energie siano utilizzate meglio. Che
le tue dita corrano su tastiere più sonore,
che la Camerata vocale lucana
canti il gregoriano nelle messe e non
nei concerti. Voglio che l’asciugalattuga
si riempia e che il coro si ingrossi
fino a far vibrare tutto viale Dante.
Anche il povero padre Buttazzo mi
sono quasi pentito di averlo così maltrattato.
Che Dio, conoscendo il motivo
che mi ha spinto, mi perdoni. E
che ti benedica.
Camillo