Riporto delle considerazioni di E. Cioran in parte postate di recente sul forum di Saturnia Tellus. Riguardano un fenomeno avvenuto in Romania negli anni '30 che penso sia di chiaro interesse per noi...

+ + +

Moşul (il vecchio), è una misteriosa e benevola figura, simbolo di saggezza e prosperità nella mitologia rumena. Alcuni storici lo associano con l'antico dio dacico Zamolxis, o con il dio romano Saturno. Nel 1935, dopo essere stato testimone di alcune presunte apparizioni di Moşul, il pastore analfabeta Petrache Lupu del villaggio Maglavit provò ad istituire una specie di religione basata su questa figura. (da Wikipedia)
+++

MAGLAVIT E L'ALTRA ROMANIA

Maglavit è un villaggio romeno che nella seconda metà degli anni trenta divenne meta di frequenti pellegrinaggi, poiché un pastore analfabeta del luogo, tale Petrache Lupu, riceveva le apparizioni e le rivelazioni di un'entità che egli chiamava "il Vecchio". Fuori dalla Romania la vicenda è nota soprattutto perché tra coloro che ebbero a che fare con il fenomeno Maglavit vi fu Michel Vâlsan. Questi "era andato a trovare Petre Lupu e ne aveva ricevuto una specie di benedizione. Da allora questa storia lo ossessionò ed egli si sentì letteralmente 'posseduto' dal 'Vecchio'. Impaurito da tutto ciò, aveva ripreso, con il rigore che sempre lo caratterizzava, le pratiche ortodosse [...] Arrivò a Parigi in cattivo stato: 'sentiva' Petre Lupu parlargli e viveva in estrema tensione, dedicando tutto il proprio tempo alle preghiere e a scrivere per Guénon una voluminosa relazione di questa storia" (Jean Robin, René Guénon. Testimone della Tradizione, Il Cinabro, Catania 1993, pp. 367-368). Mircea Birtz annovera Petrache Lupu tra quei veggenti che, insieme coi maestri di vita spirituale e coi taumaturghi, costituiscono una manifestazione dell'Urgrund tradizionale romeno (Nota introduttiva a: Vasile Lovinescu, La Colonna Traiana, Ed. all'insegna del Veltro, Parma 1995, pp. 10-11).

Ho creduto a lungo che il popolo romeno fosse il popolo più scettico d'Europa. Questa convinzione si basa su molte esagerazioni, ma anche su alcune constatazioni, tanto tristi quanto incontestabili. Tra tutte le persone che ho conosciute, persone semplici o colte, quelle che credono in qualcosa le posso contare sulle punte delle dita. Il dubbio volgare, il dubbio sulle realtà passeggere e il dubbio sulle realtà eterne, mi è parso la caratteristica essenziale del romeno. E' scettico un popolo che non ha l'istinto della libertà. Mille anni di schiavitù e di tenebra costituiscono un'eredità mostruosa e, a pensarci bene, allucinante. Molti hanno detto che la riflessione del cronista circa il dominio del tempo sull'uomo rappresenta l'espressione ultima della nostra saggezza popolare. Dichiaro però, a voce alta e forte, che per il destino storico di una nazione io non conosco nulla di più sinistro del "poveruomo sotto il tempo!" Si potrebbe ancora parlare di futuro politico, con le massime di questa saggezza paralizzante? Per mille anni siamo stati sotto il tempo. Rifiuto categoricamente per l'avvenire la veridicità di questa saggezza e di questa profezia. La conciliazione con il destino, che tutti i nostri storici lodano come una salvezza del popolo romeno, è una vergogna che dobbiamo passare sotto silenzio. Ha fatto molto male ad accettare il suo destino e ancor peggio farà ad accettare quello attuale. Per nazionalismo, dovremo stigmatizzare questo genere di virtù e dovremo vergognarci di parlare ancora della nostra rassegnazione secolare.


Nell'ambito religioso, lo scetticismo sembrava ancor più scoraggiante. La mancanza di una religiosità appassionata e specialmente la mancanza di intolleranza religiosa sono stati segni dolorosi che hanno rivelato un livello interiore molto decaduto. Non esiste vita interiore senza religiosità. Si può essere un uomo superiore, antireligioso; ma areligioso, può esserlo solo un mediocre. Non è grave non credere in Dio; ma è molto grave non preoccuparsi della sua esistenza. Non si può passare indifferenti accanto a Dio.


Una volta, pensando alla religiosità misurata, positiva e calcolata del transilvano, ho affermato: in Transilvania nessuno crede in Dio.
Non si può credere in maniera approssimativa e razionale. O credi con la passione di tutta quanta l'esistenza, o non credi affatto. La religiosità deve essere lirica e fanatica, mai placida e mansueta. E' mille volte meglio non credere in Dio, che credere solo quanto ti basta. La fede degli uomini in genere è occasionale, ma lo è specialmente quella dei romeni. E non sarei stato lontano dall'affermare che nessun romeno crede in Dio, se Maglavit non avesse portato alla superficie un volto insospettato del paese.
Su Maglavit non si può avere una convinzione precisa e un sentimento definito. Talora questo fenomeno mi sembra estremamente rivelatore e sintomatico, per sembrarmi altre volte primitivo, vuoto, raccapricciante.

E' evidente che Maglavit può essere giudicato soltanto come un fenomeno collettivo. Quel pastore non interessa di per sé, in quanto è di pertinenza o della mistica o della psichiatria. Quello che mi sembra riprovevole nel rifiuto di tanti negativisti è l'incomprensione scandalosa per il fenomeno dell'allucinazione. Tutti noi sappiamo che Dio o esiste o non esiste, non si è mai mostrato a nessuno nella realtà. Dal punto di vista della vita interiore, tra me che non ho mai visto Dio e Petrache Lupu che lo ha visto, la differenza è così grande a mio svantaggio, che spiritualmente quel pastore è più ricco di me. Egli ha visto Dio, mentre io ho visto solamente uomini, sofferenza e morte. Questo pastore, che mi è del tutto indifferente, è il più avvantaggiato. Veder chiaro non è affatto una virtù. Psicologicamente parlando, l'allucinazione è sempre un vantaggio, anche se la psicologia è quella che annienta le allucinazioni. L'allucinazione tradisce quanto vi è di più profondo in noi. Tutto il dramma di Ivan Karamazov ci si manifesta nel dialogo con il diavolo, proiezione della sua tragedia e del suo demonismo. Vedi Dio soltanto se lo hai abbondantemente in te. L'allucinazione dà espressione a una suprema attualità interiore. All'uomo normale non si mostra nulla, perché non dispone di nulla all'infuori di se stesso. L'uomo normale non ha se non lo specchio.


Quanta poesia non ha messo Barrès nel rimpianto di non avere allucinazioni, nelle sue passeggiate per le campagne della Lorena, per sperimentare dal vivo le visioni pagane? Oppure penso a Rilke, nel castello di Duino, dove ha scritto una parte di quelle divine elegie e dove, in una allucinazione dell'udito, ha sentito le voci di tanti morti che nel corso dei secoli hanno consumato la loro esistenza in quelle solitudini. Lo dico più con intenzione che senza: non avere nessuna allucinazione è un segno di deficienza. Quanto al pastore, lasciamolo col suo "vecchio" e noi torniamo alle nostre pecore...


Come si è potuta trovare tanta gente così sensibile al miracolo? Sarebbe certamente molto facile rinchiudere tutto il nostro paese in un capitolo di psichiatria. Tuttavia in tal modo non risolveremmo nulla, così come non risolveremmo nulla riabilitando l'allucinazione. Esistono nella storia crisi mistiche, e la storia non so quante volte è stata dichiarata santa o satanica. I fenomeni organici nelle grandi crisi religiose sono conseguenti ai drammi spirituali. L'umanità, purtroppo, non è così malata come sostengono gli psichiatri. Il contagio presuppone una comunione spirituale, alla quale succede la serie dei disturbi organici.


Con le condizioni economiche si può spiegare l'ampiezza assunta dal pellegrinaggio, ma non certamente il fenomeno in sé. La spiegazione puramente economica trascura lo specifico di questo fenomeno e ne apprezza soltanto l'estensione. Forse che una crisi -la quale è meno grave degli anni passati- potrebbe mobilitare la gente verso finalità così evidentemente extraeconomiche? Qualcuno potrebbe immaginare che nella Russia zarista le sette hanno tratto origine solo dalla miseria e da un regime funesto? Sarebbe assurdo contestare il loro carattere sintomatico, come sarebbe assurdo interpretarle solo come reazioni.


Dire che Maglavit è nato da una delusione politica della gente, sarebbe giusto solo nella misura in cui in questa delusione si intravede una grande aspettativa. La Romania si trova alle soglie di una grande trasformazione, su tutti i piani. Maglavit racchiude in sé i precedenti religiosi di un grande rovesciamento politico. Nessuno ha capito che Maglavit precede un grande fenomeno politico? E' in questo senso che le sette religiose sono state sintomi della rivoluzione. Nessuno ha pensato che i medesimi uomini che oggi si trovano uniti nella fede in Dio, domani potranno trovarsi uniti per un'altra fede? Se la gente ha potuto fare tanti sacrifici per una visione non verificabile, di quale sacrificio non sarà capace per una realizzazione visibile? Che cosa non farà per una promessa terrena, se per una promessa celeste ha abbandonato temporaneamente il focolare? Il fascino della grandezza terrena non sarà più allettante e più stupefacente? Adesso lo sappiamo; sappiamo che anche i romeni possono essere allettati, che hanno liquidato lo scetticismo volgare, che sono capaci di serietà e di assurdo.


Non so se è bene che gli uomini credano o non credano in Dio. Ma davanti allo scetticismo volgare cui ci eravamo abituati, Maglavit rivela un incontestabile progresso. Davanti a quella Romania superficiale e lucida, sorridente e passiva, se ne leva un'altra: sotterranea, spaventosa e minacciosa, che è qualcosa solo se diventerà qualcosa. Maglavit ci ha dimostrato una volta per tutte quanto siamo primitivi. E' Maglavit il livello del paese. Ciò è sicuramente triste, ma anche confortante, perché ci libera da tante illusioni dannose. La Romania è al livello di Maglavit. Che cosa dobbiamo fare, allora? Tutto.


Lucian Blaga ha scritto dopo la guerra, sulla rivolta del nostro sangue non latino, uno studio che ha provocato all'epoca molte discussioni. Credo che l'avvenire illustrerà a sufficienza questa teoria. A esser sincero, non capisco affatto perché dovremmo essere latini. Non abbiamo ereditato nessuna qualità dai Romani. La componente latina deve essere molto ridotta, perché in tutti i grandi fenomeni romeni sono emerse componenti d'altro genere. Chi trovasse a Maglavit una goccia di sangue latino potrebbe essere considerato uno scopritore geniale. Tutto è così primitivo, tellurico, sotterraneo! Sullo ctonismo autoctono si potrebbero dire molte cose tristi, ma anche molte incoraggianti. Tutta la forma di vita romena mi sembra così legata alla terra, che non farsi protagonista di alcuni ideali moderni significa desiderare la perpetuazione di uno spirito tellurico e reazionario. Se sapessi che questo popolo non si sbarazzerà prima o poi della terra, allora sarei costretto a vedere in Maglavit un culmine, quando esso deve essere solo un sintomo e un inizio. Quello che accade a Maglavit non è la linea sulla quale dovrà procedere la Romania, ma soltanto un modo per manifestare una solidarietà che troverà la sua espressione nella lotta politica. Se la gente di laggiù ha trovato tanta energia per trasfigurarsi, troveranno in sé le riserve per trasfigurare la Romania.


Se sapessi che Maglavit rimarrà un fenomeno puramente religioso, senza nessuna conseguenza d'altro ordine, sarei il suo più grande avversario. Quando le insoddisfazioni della moltitudine sono soddisfatte solo da valori religiosi, allora ogni trasformazione diventa illusoria. I teorici rivoluzionari non sono contro la religione per un rifiuto teorico dei valori religiosi, ma a causa della resistenza che questi valori oppongono ad ogni tentativo di trasformazione totale. Il sentimento religioso è per sua essenza non rivoluzionario, e l'uomo profondamente religioso è stato sempre un reazionario. Spostando nell'aldilà i conflitti di quaggiù, col tempo egli finisce per essere completamente estraneo al problema sociale. Non solo. Lo spirito religioso ti fa volgere la faccia verso il passato. A un uomo che crede in Dio, l'avvenire non può recare più nulla. Dio è sempre dietro di noi. Tutta quanta la teologia è reazionaria, perché non vede vertici se non nell'antichità immemorabile. Per la teologia, il tempo è una caduta; per lo spirito rivoluzionario, è l'unico quadro di realizzazione. Di più: per lo spirito rivoluzionario, il tempo è una Divinità. Nel tempo si può fare tutto.


Ammettendo la possibilità di una modificazione essenziale nella temporalità, lo spirito rivoluzionario cade in un paradosso che costituisce il suo carattere tragico e il suo fascino. Nel tempo non si trovano modificazioni di struttura e di essenza, poiché esso è una fluidità di sfumature. Il tempo attualizza e distrugge. Ma in esso non può nascere un mondo essenzialmente nuovo. Il tragico dello spirito rivoluzionario consiste nella violenza fatta al tempo e alla vita.
La religione, opponendo in ogni attimo l'eternità al tempo, paralizza lo spirito rivoluzionario. La religione ha fermato l'umanità, non perché sia un poco inferiore, ma perché essa è troppo per l'uomo. Che significato hanno le visioni celesti per esseri così bassi? Poiché l'uomo non ha meritato la religione, poiché egli non ne è capace, la religione lo ha paralizzato. Un giorno dovrà nascere una religione delle cose di quaggiù, per noi. Davvero, Dio è troppo lontano.


L'ossessione dell'eternità strappa l'uomo alla vita. Forse tutta quanta la religione non è se non un divino smarrimento dell'uomo.
Affinché un tale smarrimento non porti il paese intero in un vicolo cieco, dovremo offrire alla Romania illusioni terrene, promesse visibili, ideali storici. La psicosi di Maglavit deve essere convertita e sfruttata. L'essenziale è che essa contribuisca alla nascita di un grande fenomeno politico. Non si può sapere quale sarà; ma si può sapere che, se non nascerà, siamo un paese condannato.


Tutti i fenomeni collettivi che nascono nel nostro paese devono essere sfruttati e convertiti. E si dovranno fare pellegrinaggi non solo di devozione, ma anche di conquista.


E. Cioran (Maglavitul si cealalta Românie, in "Vremea", a.VIII, n.408, 6 ott. 1935, p.3. Trad.it. di C.M.)