PALERMO
Il tono è un distillato di cortesia tutta piemontese, un florilegio di signorie illustrissime, compiacimenti, indi e poscia. La sostanza è un diniego a muso duro al Comune di Palermo che chiedeva un risarcimento record - oltre 900 mila euro di oggi - per avere provveduto all’alloggio e alle spese dei Mille di Garibaldi. Un «no» condito dal sottile sospetto che il municipio siciliano, oltre che pasticcione e ignorante delle leggi, tentasse di fare su quei conti una sontuosa cresta. Carteggio spassoso - che arriva nel 150° anniversario dello sbarco delle camicie rosse - quello appena scoperto tra i faldoni dell’Archivio storico comunale di Palermo, l’istituzione che raccoglie i documenti di otto secoli di storia della città, miniera in gran parte inesplorata. A scrivere, il 29 gennaio 1863, è l’Intendenza generale dell’Esercito di Torino, in risposta a un corposo papello inviato dall’Ufficio Controllo del Comune di Palermo (una sorta di Ragioneria), con un lungo, lunghissimo elenco di spese sostenute per i Mille. I quali, dopo i tre giorni di rivoluzione, dal 27 al 30 maggio 1860, si erano piazzati in città anche per tre o quattro mesi, viaggiando in carrozza, allestendo appartamenti con mobili in affitto, godendo dell’alloggio nelle dimore più aristocratiche della città. Gli austeri sabaudi, insomma, non sembravano indifferenti alle piacevolezze siciliane.

La carta perduta
«La scoperta di questo documento - dice Eliana Calandra, il direttore dell’Archivio - è stata una vera sorpresa. Era fuori posto, in un faldone generico dedicato ai conti e alle gabelle, e non nel Fondo ricordi patrii, dove sono archiviate le altre testimonianze garibaldine e risorgimentali». Lettera non solo inedita, quindi, ma neanche inventariata. Un gioiello del tutto sconosciuto. Sul quale Eliana Calandra, insieme con le esperte archiviste paleografe Anna Massa e Cecilia Bilello, si è tuffata per capire che cosa nascondesse. «E abbiamo scoperto - racconta - questo curiosissimo contenzioso tra Palermo e Torino». Contenzioso che getta una luce nuova, fuori dall’epica e dagli squilli di tromba, sulla spedizione da cui nacque l’Italia unita. E sui mille uomini protagonisti di quella pagina di storia. Il Comune siciliano batte cassa già il 21 maggio 1861, accludendo alla sua richiesta di rimborso da 50 mila e 646 ducati (la moneta del Regno borbonico) tre diversi quaderni, chiamati nel carteggio «stati», con l’elenco dettagliato delle spese sostenute. «Una cifra enorme - dice Ninni Giuffrida, docente di Storia moderna all’Università di Palermo - che corrisponde, secondo i calcoli dell’Istat, a un valore nominale di oltre 900 mila euro di oggi». Il primo quaderno è dedicato al costo degli alloggi per gli ufficiali, che venivano ospitati a pagamento in dimore nobiliari, una robetta che oggi ammonterebbe oggi a 404 mila euro; il secondo e il terzo (conti da oltre 193 mila e 303 mila euro) all’ospitalità nelle locande per sottufficiali e soldati, ma anche alle più diverse necessità: «dall’acquisto di forchette, coltelli e altro» a «un posto di carrozza a don Agostino Menotti per raggiungere in tempo utile il suo Corpo», dall’«alloggio con famiglia apprestato al carabiniere Antonio Thermez» alla costruzione di monumenti. Firmato Filippo Fazello, il Controllo, cioè l’addetto alla Ragioneria. Ma già dall’annotazione fatta a Torino con matita rossa sul secondo quaderno («dupplicato») si capisce che non tutto fila liscio. Già, perché secondo Turletti (il nome è indicato solo con l’iniziale G), il funzionario che firma per conto dell’Ufficiale d’Intendente generale dell’Esercito, il secondo e terzo quaderno sono uno copia dell’altro. «Nomi e spese sono mescolati, come a confondere le idee», chiosa Eliana Calandra. Una trasposizione burocratica del precetto aureo del «facite ammuina» che vigeva dal 1841 in caso di visite a bordo sulle navi del Regno delle Due Sicilie, per sembrare numerosi e attivi.

Lo stop
Ma il giochetto non riesce. L’occhiuto funzionario sabaudo smonta la richiesta punto per punto: contesta spese inammissibili, se la prende con la totale mancanza di buoni e ricevute, sottolinea la carenza di date di permanenza precise, accusa di avere mescolato volontari di Garibaldi con soldati dell’esercito regolare. Dice che, spesso, mancano il grado e perfino il nome degli ufficiali alloggiati. E quasi sbeffeggia una lettera precedente in cui l’imprecisione nella documentazione veniva giustificata con lo stato di guerra. In quei frangenti i locandieri mica potevano andare tanto per il sottile su chi ospitavano, si difendeva Palermo. I primi giorni magari sì, ma dopo due mesi dubitiamo che non sapessero chi avevano in casa, risponde Torino. Risultato: «Assoluta impossibilità di adivenire ad una regolare liquidazione». E l’invito a rinviare la richiesta allegando la documentazione corretta. Si ignora come andò a finire. Di certo saranno seguite affilatissime schermaglie tra la cortesia piemontese e quella siciliana, «le due più puntigliose d’Italia», per dirla con Tomasi di Lampedusa.

Il primo "pizzo" lo chiesero ai Mille - LASTAMPA.it