Non può che far piacere - e lo diciamo senza alcuna ombra d’ironia - il fatto che il senatore Luigi Pallaro (eletto dagli italiani all’estero) sia sul punto di risolvere il suo lungo travaglio.

Le ultime notizie dicono che probabilmente aggiungerà a quelli del centrosinistra un voto - il suo - che potrebbe risultare decisivo ai fini di quella «maggioranza politica autosufficiente» circa la cui esistenza Prodi e i partiti dell’Unione hanno rassicurato il presidente Napolitano nel corso delle recenti consultazioni. Allo stesso modo, onestamente - e lo diciamo senza alcuna pulsione qualunquista - non può che suscitare profonda perplessità l’immagine di un governo (e dunque di un Paese) letteralmente appeso alle determinazioni del senatore Pallaro, un distinto signore ottantunenne con interessi e affari tra Argentina e Uruguay. Luigi Pallaro ha lasciato l’Italia 52 anni fa, e non risulta soffra granché di nostalgia: eppure dipenderà da lui se già a partire da questo fine settimana riavremo in carica un governo nella pienezza dei suoi poteri.

Sarà invece un trotzkista piemontese dall’aria mite - il senatore Turigliatto - a decidere per quante settimane il governo eventualmente ri-fiduciato potrà restare in carica. Infatti, pur essendo ancora incerto il suo sì a Romano Prodi domani nell’aula di Palazzo Madama, Franco Turigliatto ha già annunciato che si opporrà al decreto di rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan: e se anche potesse non essere il solo, quantomeno contribuirà a trasformare in una chimera l’«autosufficienza della maggioranza in politica estera», che è stata - appunto - una delle condizioni poste dal presidente Napolitano per rinviare il governo Prodi alle Camere. Sulla fiducia, insomma, sarà determinante il sì o il no di Luigi Pallaro; per l’Afghanistan, invece, deciderà Franco Turigliatto (e qualche altro compagno di lotta). Come a dire - e anche qui senza ironia - che siamo praticamente punto e a capo.

È questa situazione - che ha già in sé il riproporsi delle ormai note questioni: radicali contro riformisti, Tav sì-Tav no, e poi i duelli su Afghanistan, pensioni e tutto il resto - è questa situazione, dicevamo, a proiettare un’ombra malinconica sul ritorno in sella di Romano Prodi. Non è problema di uomini, naturalmente. Non è questione, insomma, che riguardi il premier - per dire - o la sua sacrosanta ambizione di continuare a guidare l’avviato processo di risanamento o di liberalizzazioni. Sul banco degli imputati, piuttosto, va messa l’illusione (se si vuole: l’illusione obbligata) che un paio di vertici e la firma di un «dodecalogo» potessero cancellare d’un colpo differenze e divergenze note addirittura prima della presentazione delle liste elettorali.

Sarebbe stato meglio, allora, provare a percorrere un’altra via? Sarebbe stata più opportuna, cioè, la presa d’atto che con l’esiguità della maggioranza di cui gode al Senato - e le divisioni che la segnano - l’Unione non è in condizioni di governare il Paese? Sono interrogativi che gli stessi leader del centrosinistra si stanno probabilmente ponendo in queste ore di calcoli affannosi e di ricerca dei consensi mancanti. Da quel che si è inteso, è prevalsa la convinzione che tutto quel che sarebbe venuto dopo l’eventuale caduta di Prodi, sarebbe stato peggio per il centrosinistra (la cui unità e i cui destini vengono troppo spesso fatti coincidere con quelli del Paese). È un calcolo legittimo: anche se, onestamente, nessuno può ancora dire se, oltre che legittimo, sia anche utile e fondato.

In ogni caso, oggi Romano Prodi ci riprova. In un’aula che sarà prevedibilmente trasformata in un’arena, tenterà di convincere scettici, ribelli e dubbiosi che la via migliore è riprendere il cammino da dove era stato bruscamente interrotto. Il Capo dello Stato gli ha concesso un’ultima chance, ed è giusto che il Professore provi a sfruttarla, senza andarci troppo per il sottile e giocando tutte le carte che ha. Considerando che la continuità di governo (non in astratto, ma in rapporto alla fase attuale) può costituire un bene in sé, l’auspicio è che la crisi venga appunto chiusa in settimana. Restare appesi ulteriormente ai travagli del senatore Pallaro, infatti, non sarebbe tollerabile. E non è escluso, a ben vedere, che lo stesso premier - in fondo - la pensi così.

FEDERICO GEREMICCA

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