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    Arrow Durissimo attacco del FT al governo Prodi II

    E' un articolo di Blondet ma mi sento di condividerlo totalmente stavolta.


    Maurizio Blondet
    27/02/2007

    La politica economica del governo Prodi-Padoa Schioppa?
    «Intellettualmente disonesta».
    Il giudizio, durissimo, è del Financial Times. (1)
    Wolfgang Munchau, uno dei condirettori, spiega ai lettori britannici dove sta la disonestà delle riforme del governo Prodi-1: «Ha cominciato con la liberalizzazione dei farmacisti e dei notai, poi delle polizze assicurative e delle pompe di benzina. Ma ha lasciato intatto il settore pubblico, atrocemente pletorico».
    Una botta a Visco: «Il governo italiano non doveva aumentare le tasse, ma tagliare le spese», quelle spese della politica di mestiere, e dei miliardari di Stato, che ben conosciamo a nostro danno.
    Se l'economia italiana è tornata a crescere, spiega, non è merito del governo disonesto, ma «è un effetto di trascinamento del boom tedesco».
    «E finirà» quando la Germania rallenterà.

    Munchau torna a prendere di mira le cosiddette «riforme» del furbetto Bersani: «Una linea di priorità sensata doveva cominciare non dalla liberalizzazione delle farmacie, ma dall'intaccare il settore pubblico e le potenti istituzioni corporative del Paese».
    Su queste istituzioni corporative, bisogna capire meglio.
    Ci aiuta Edmund Phelps, Nobel di economia del 2006.
    Il quale, benchè americano, dice che è disonesto puntare a tagliare lo Stato sociale.
    «La grandezza dello Stato sociale conta in realtà poco», come zavorra sull'economia.
    «Quello che pesa molto di più sono quelle infrastrutture istituzionali corporative: i sindacati dei lavoratori, ma anche le confederazioni padronali, le unioni industriali, le banche e le assicurazioni… che si proteggono collettivamente contro l'innovazione e la concorrenza». (2)
    In questo giudizio è facile aggiungere i nomi.

    Ci sono tutti: dalla CGIL a Diego Della Valle che (non) paga le tasse in Lussemburgo e appoggia il partito della proclamata «lotta all'evasione»; c'è Capitalia di Geronzi e la Fiat di Montezemolo che è tornata in attivo a spese della Borsa e del contribuente; ci sono le corporazioni ricchissime e parassitarie dei miliardari dipendenti da Bankitalia, che vanno e vengono dalla politica (vedi Ciampi, Dini, Draghi) e la magistratura più inefficiente del mondo, che difende prima di tutto se stessa e i suoi privilegi.
    Ci sono le innumerevoli burocrazie inadempienti, gli «imprenditori privati» che hanno smesso di imprendere per rifugiarsi nel comodo settore degli oligopoli, strade, autostrade, telefoni, dove sono esattori di pedaggi e tariffe.
    C'è Banchintesa favorita da Prodi e le COOP rosse favorite da Bersani.
    Per salvare e ingrassare queste corporazioni quasi-istituzionali ammanicate con la politica, il governo Prodi ha allestito «una strategia macro-economica intellettualmente disonesta», per citare di nuovo Munchau.
    Un esempio degli effetti della disonestà (non solo intellettuale) dei poteri italiani viene riferito in altre pagine del Financial Times.
    L'Italia è il Paese che ha visto la maggiore fuga dai fondi d'investimento nazionali: nel quarto trimestre del 2006 gli italiani hanno ritirato 5,7 miliardi di euro dai fondi, ben 27,7 miliardi nell'anno.
    Ciò mentre Paesi come la Francia e la Gran Bretagna hanno visto un afflusso di denaro ai loro fondi, e in generale l'afflusso netto supera il deflusso netto ovunque nel mondo.
    (3)
    Come si spiega questo deflusso netto, maggiore di ogni altro, e in controtendenza?
    Lo spiega Bella Ferreira, l'analista del mercato del FMI nell'organo che sorveglia l'andamento dei fondi (Feri): «E' una rivolta contro le vendite delle banche italiane avvenute a metà anni '90. Sull'ondata del boom dei titoli tecnologici gli italiani sono stati incoraggiati [dalle banche] a tramutarsi da risparmiatori in investitori, e una quantità di loro ci ha perso denaro».

    Anche qui non è difficile fare i nomi: i bond Parmalat, i bond argentini rifilati alle vecchiette
    e agli ignari, le quote di «fondi obbligazionari interni» della banca di cui siamo clienti-prigionieri e che non rendono niente, perché gestiti da improvvisati dilettanti e perché, se guadagnano, il guadagno lo scremano lorsignori con le commissioni; e la cui liquidità è tutt'altro che garantita.
    Così, appena sono arrivate «le banche di risparmio ondine» gli italiani, che non vogliono essere investitori truffati ma si contentano di essere risparmiatori, hanno messo i loro soldini lì.
    I disonesti intellettuali hanno pagato la loro disonestà con la dilagante sfiducia degli italiani nelle banche.
    Quelle banche alleate di Prodi, Padoa, Bersani e Visco.
    Disonestà intellettuale del governo: pensate solo se il Financial Times l'avesse scritto per il governo Berlusconi, gli ululati dei nostri media, le grancasse, le strida: «Ecco, il mondo ci giudica!».
    Invece, siccome si tratta di Prodi, silenzio.
    Titolini bassi.
    Anche questa è una bella disonestà intellettuale.
    Eh sì, all'estero cominciamo a dare nell'occhio.

    Maurizio Blondet

    Note
    1) Wolfgang Munchau, «The last thing that Italy needs is more of the same», Financial Times, 26 febbraio 2007. (Il titolo è riferito al rinato governo Prodi e significa: «L'ultima cosa di cui l'Italia ha bisogno è una dose maggiore della stessa cosa»).
    2) Edmund Phelp, «Pas de bonne vie sans travail», Le Monde, 25 febbraio 2007.
    3) Steve Johnson, «Sell-off persists in Germany and Italy», Financial Times, inserto Fund Management, 26 febbraio 2007.


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  2. #2
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    Perplessità/ Moody's: i 12 punti sono solo un riflesso di sopravvivenza
    Martedí 27.02.2007 16:11

    Alla vigilia del voto di fiducia al Senato, l'agenzia di rating internazionale Moody's stronca il governo Prodi. "La rapida soluzione della crisi politica in Italia ha rimosso il rischio di un periodo di transizione che avrebbe avuto effetti negativi, ma il cammino delle riforme è ormai compromesso", dice infatti l'agenzia di rating Moody's in una nota.

    Nota nella quale l'analista politico Pierre Cailleteau è scettico nei confronti del documento siglato dal vertice dell'Unione dopo le dimissioni del premier Romano Prodi. "Chiaramente non c'è una maggioranza solida per le riforme in Italia, e l'appoggio da parte dei nove partiti della coalizione al patto di 12 punti è più un istinto di sopravvivenza che una piattaforma chiarificatrice", sostiene Cailleteau.

    Per l'analista, "l'Italia è uno dei paesi all'interno dell'Unione Europea con il più basso livello di riformabilità". Secondo uno studio di Moody's, che sta per essere reso noto, l'Italia, "che ha un serio bisogno di aumentare la produttività, ampliare la partecipazione al lavoro e ridurre la spesa pubblica" ed è uno dei paesi dell'Unione Europea con il più basso livello di "riformabilità".

    "Le riforme in Italia sono rese difficili da una inusuale combinazione di fattori. La consapevolezza dei problemi è limitata, le fratture ideologiche sono profonde e la corrente legge elettorale non è in grado di produrre una maggioranza che funzioni", spiega Caitelleteau.

    Uno degli indicatori esaminati da Moody's in Italia è il "grado di resistenza al cambiamento, che dipende dal numero di gruppi che hanno ragione a mantenere lo status quo. In Italia, la spesa pubblica per pensioni e salari è molto alta, mentre quella per la salute, che è più bassa, sta convergendo versi la media europea".

    "Realizzare riforme nei paesi ricchi non consente di ottenere subito risultati positivi e non riformare non comporta un disastro", conclude Cailleteau, osservando come "comunque, "altri anni di immobilità politica difficilmente provocheranno una crisi finanziaria, ma accentueranno il declino economico del Paese".

    http://canali.libero.it/affaritalian...2702.html?pg=1


    martedì, 27 febbraio 2007 5.05

    MILANO, 27 febbraio (Reuters) - La rapida soluzione della crisi politica in Italia ha rimosso il rischio di un improduttivo periodo di transizione ma il cammino delle riforme, di cui l'Italia ha fortemente bisogno, è ormai compromesso.
    Lo dice l'agenzia di rating Moody's in una nota nella quale l'analista politico Pierre Cailleteau è scettico nei confronti del documento siglato dal vertice dell'Unione dopo le dimissioni rassegnate dal premier Romano Prodi.
    "Chiaramente non c'è una maggioranza solida per le riforme in Italia e l'appoggio da parte dei nove partiti della coalizione al patto di 12 punti è più un riflesso di sopravvivenza che una piattaforma assodata", sostiene Cailleteau.
    "Qualche anno in più di immobilità probabilmente non scatenerà una crisi finanziaria, ma accentuerà il declino economico relativo del Paese" aggiunge.
    Moody's sostiene che l'Italia sia tra i Paesi dell'Unione con un maggiore tasso di resistenza alle riforme. L'agenzia pubblicherà a breve un rapporto sul grado di 'riformabilità' dei paesi elaborato da un team di analisti, come Cailleteau, la cui sfera di competenza non è quella dei rating ma quella delle analisi di politica economico-finanziaria.
    Pur riconoscendo che negli ultimi anni alcune riforme sono state realizzate, restano fattori che impediscono un'azione decisa.
    "Infatti, la consapevolezza dei problemi è generalmente limitata, le fratture ideologiche sono profonde e le attuali regole elettorali non sono notoriamente in grado di produrre maggioranze capaci di funzionare" dice l'analista.
    Un indicatore monitorato da Moody's è il grado di resistenza al cambiamento, che dipende in ultima istanza dal numero di soggetti che hanno interesse al mantenimento dello status quo. Più alta è la cifra di coloro che beneficiano di una voce di spesa pubblica, più difficile è comprimerla. In Italia, prosegue la nota, la spesa pubblica su pensioni e salari è alta anche per gli standard europei e la spesa sanitaria, seppure abbastanza bassa, sta convergendo con la media Ue. Considerato che in Italia le persone oltre i 65 anni sono in numero pari a circa un terzo di quelle in età lavorativa, l'agenzia conclude che la capacità di manovra della spesa è limitata.



    © Reuters 2007. Tutti i diritti assegna a Reuters.

    http://www.borsaitaliana.reuters.it/...OODY-PUNTO.XML


    Premettendo che il parere del Berlusca non mi interessa,quando parla Moody's la cosa cambia...ecomme se cambia: sono fatti di una GRAVITA' INAUDITA.
    Bisogna subito andare alle urne.

  3. #3
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    Con tutto quello di negativo che aveva avuto il precedente governo (anche per effetto di una legge elettorale sbagliata), negli scorsi 5 anni sono state fatte una riforma della Costituzione che eliminava il bicameralismo perfetto, una riforma lieve delle pensioni, una riforma della scuola in senso moderno, fondamentale se si vuole avere un futuro decoroso, e una riforma del lavoro che prevedeva l'abolizione dell'art.18, bloccata dai sindacati....non è stato certo il governo tatcheriano di cui avremmo avuto bisogno, ma era chiaro che era l'alternativa migliore se si voleva qualche riforma, specie considerato il tipo di coalizione di csx

  4. #4
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    L'unica cosa con cui non mi trovi d'accordo è la riforma della scuola: il ridimensionamento degli ITIS che hanno fatto il miracolo economico degli anni '60 è stata una riforma sbagliatissima.
    Per il resto concordo.

  5. #5
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    C'erano in compenso il liceo economico e il liceo tecnologico, oltre ai percorsi di formazione professionale (osteggiati dalla sx, ma poi se abbiamo bisogno di un elettricista lo dobbiamo importare dall'est...). In Italia si dice sempre che non c'è sufficiente cultura economica ed è vero...del liceo economico secondo me avevamo bisogno, una scuola superiore del genere è prevista negli altri paesi europei.
    Ma soprattutto c'era l'alternanza scuola-lavoro non solo per le scuole tecniche ma anche per i licei, fondamentale, e la cosa più importante di tutte: si introduceva la meritocrazia fra gli insegnanti, col sistema dei crediti universitari in più che ogni insegnante era libero di acquisire o no, ma che se acquisiti avrebbero inciso sulla carriera dell'insegnante...c'erano tante cose interessanti, e ho letto da qualche parte che la riforma prevedeva un'innovazione che, se fosse vera, mi farebbe impazzire : un sistema di prove bimensili per gli studenti su tutte le materie, i cui risultati sarebbero stati pubblici...con tale sistema i presidi e i genitori sarebbero stati in grado di vedere subito quale insegnante è improduttivo e quale no dai risultati dei suoi alunni...devo però vedere se questo è confermato da altre fonti.

 

 

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