Quel contratto del governo a lady Follini
di MARIO PRIGNANO
Se in politica le coincidenze contano quanto i fatti nudi e crudi, ce n'è una che riguarda Marco Follini davvero curiosa. Basta mettere in fila alcuni eventi che si sono susseguiti nelle ultime settimane, per capire. Il primo evento è la decisione del consiglio dei Ministri del 2 febbraio scorso di rinnovare per tre anni l'incarico di direttore dell'Agenzia del Demanio a
Elisabetta Spitz. L'architetto Spitz, professionista assai stimata nel suo ambiente, nominata la prima volta da Vincenzo Visco quando era ministro delle Finanze nel D'Alema-bis e confermata qualche anno dopo da Giulio Tremonti, è tuttora la moglie di Marco Follini. Ma occhio a quello che capita il giorno dopo, 3 febbraio. Follini interviene all'assemblea dei circoli lombardi del suo movimento, l'Italia di mezzo, e dice: «Prodi ha pagato un prezzo troppo alto all'estrema sinistra, mi auguro che dia una sterzata verso il centro. È una risorsa che non va sprecata». Astruserie del politichese, che però, meno di tre settimane dopo, assumono una forma più intellegibile. Il governo è andato sotto al Senato proprio in politica estera. L'ex segretario Udc diventa più esplicito:
«Occorre un altro centro-sinistra, perché quello che si è visto all'opera fin qui non regge più». Per essere ancora più chiaro, il senatore aggiunge che «possono anche restare gli stessi uomini, purché cambi la strategia». L'epilogo, ovvero il passaggio ufficiale di Follini nella maggioranza, sia pure da «non prodiano» e da «non militante del centro sinistra», avviene 48 ore dopo. Nient'altro che coincidenze, come detto. Cui, peraltro, fanno da contorno le dichiarazioni che l'ex vicepremier del governo Berlusconi (è stato anche questo, Follini, sia pure per pochi mesi nel 2005) andava facendo ieri su tutta la stampa che conta:
«Non sono un trasformista, ma solo uno che crede che in questo momento il Paese abbia bisogno di un governo». E di un nuovo ministro, aggiungerebbero con sarcasmo coloro che ieri davano retta ad una voce salita prepotentemente alla ribalta, prima di sgonfiarsi quasi del tutto nel pomeriggio.
La voce era quella secondo cui a Marco Follini sarebbe stato offerto, e lui avrebbe accettato, la poltrona di ministro della Salute al posto della diessina Livia Turco. In giornate di veleni e rancori c'è da attendersi di tutto. Anche che rumors come questi prendano forma e inizino a circolare in ambienti del centro sinistra, per l'esattezza diessini, prima di venire raccolti e (ovviamente) amplificati nel centro destra, fino a sgonfiarsi quasi del tutto nel giro di poche ore. Ma a proposito di rumors e messaggi trasversali, di almeno uno ieri si è reso responsabile anche lo stesso Follini. Prima in un'intervista al Corriere, quindi al Tg1della sera, l'ex segretario dell'Udc ha detto e ripetuto che «è possibile che tra qualche mese o tra qualche giorno ritroverò Casini nei paraggi. E al pensiero mi sento sollevato». Oggi quel Casini risponderà dalle colonne dello stesso quotidiano, ed è probabile che lo farà smentendo il suo vecchio amico di tante battaglie democristiane con la stessa virulenza con cui lo ha attaccato ieri. Quando ha tacciato Follini di «trasformismo», aggiungendo che «nessuna politica seria si fonda sul tradimento del sacrosanto patto di lealtà fatto con gli elettori». Il fatto è che un episodio risalente al momento del voto di mercoledì scorso, quello che ha mandato sotto il governo, farebbe supporre che qualcosa di indefinito, come una specie di smottamento sotterraneo appena percettibile in superficie, stia segnando anche l'atteggiamento del partito casiniano, almeno in Senato. L'episodio è quello, noto, dell'assenza colmata solo all'ultimo momento del senatore Udc
Gino Trematerra. Diversi giornali ne hanno parlato il giorno dopo, anche perché lo stesso Trematerra era quello che il 15 novembre scorso, disertando l'Aula, aveva risparmiato al governo l'umiliazione di vedersi bocciare il decreto fiscale. Per la verità, il suo voto non sarebbe stato decisivo a mandare sotto la maggioranza, che si sarebbe comunque salvata per uno. Ma, insomma, il fatto che nel momento topico lui non fosse in trincea ma a New York in compagnia di Casini, aveva fatto sollevare più di qualche sopracciglio. Stavolta, Trematerra è stato presente, ha votato. Ma solo all'ultimo momento. Racconta un esponente di punta della maggioranza di centro sinistra di uno scambio di "pizzini" verso l'esterno dell'Aula, destinati all'entourage di Prodi. Uno di questi non avrebbe potuto essere più esplicito, a riguardo del senatore Trematerra, là dove, annunciando l'arrivo improvviso dell'esponente Udc in Aula, lasciava intendere che quello era il segnale che, in ogni caso, il governo sarebbe andato a gambe all'aria. Come dire: l'Udc è al gran completo perché ha capito che non c'è margine per salvare sia pure di un voto la maggioranza.