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    MISHIMA YUKIO: la filosofia dell'azione
    Riccardo Rosati


    "Abbiamo atteso quattro anni. L'ultimo anno con particolare fervore. Non possiamo piu attendere. Non c'è più motivo di attendere coloro che continuano a profanare se stessi. Attenderemo ancora solo trenta minuti, gli ultimi trenta minuti. Insorgeremo insieme ed insieme moriremo per l'onore. Ma prima di morire ridoneremo al Giappone il suo autentico volto"'.
    Abbiamo deciso di cominciare il nostro percorso nella filosofia dell'azione proprio con le ultime parole "pubbliche" dello stesso Mishima Yukio (pseudonimo Hiraoka Kimitake, 1925-70), autore tra i piu prolifici della storia giapponese moderna. Tuttavia, ci concentreremo in questa sede su di un aspetto specifico della sua carriera che ne ha enormemente, nonché drammaticamente, influenzato l'ultima parte dell'esistenza, terminata con il celebre e clamoroso suicidio del 25 novembre 1970.
    Il percorso artistico di Mishima attraversa numerose fasi che lo porteranno dall'ostentato classicismo degli inizi, sino all'attivismo politico, o sarebbe meglio dire culturale, della fine. Il talentuoso sedicenne, che incanto il grande Kawabata Yasunari, sceglie in età adulta e al culmine del successo la morte come forma di protesta per il degrado morale del Giappone contemporaneo. Un tragico, quanto inutile, gesto, che ci ha privato per sempre di un artista di enorme levatura? Riteniamo di no, poiché quello dell'autore in questione puo a primo acchito sembrare la sublimazione di un egocentrismo prossimo a un superuomo nietzschiano. Cio nondimeno, se inquadriamo tale evento nella vita e nell'opera di Mishima, aspetti inscindibilmente legati, il tutto si riveste di un senso profondo, tanto da assumere la consistenza che egli stesso forse auspicava: di essere da esempio per coloro che vogliono e hanno la possibilita di capire. Così non fu purtroppo per i soldati che egli arringò prima di morire: "[.. ] Abbiamo deciso di sacrificare la vita come avanguardia di tale movimento, di essere la pietra su cui sarà edificato l Esercito nazionale", i quali lo ascoltarono annoiati e infastiditi. Costoro erano i figli di un Giappone annichilito dalla guerra e che lo stesso Mishima giudicava "corrotti".
    Il seppuku 3, come detto, va inserito nella inquieta ricerca di quella autentica vitalità che segna buona parte della sua carriera, tanto da spingerlo a definire i suoi ultimi anni come "Fiume dell'azione"; così descritto anche da Marguerite Yourcenar nel celeberrimo saggio che la scrittrice dedica all'artista: "[...]Mishima, emporté désarmais parce qu'il appelle la Riviere de l'Action. L'utilizzo da parte della scrittrice belga del sostantivo "riviere" e non ` fleuve" non e affatto incidentale, giacché col primo nella lingua francese si intende talvolta la parola affluente. Rammentiamo che `lo stesso Mishima divide la propria essenza in quattro fiumi: prosa, teatro, corpo e, per l'appunto, azione; dunque la Yourcenar ha dimostrato di cogliere un aspetto fondamentale dell'animo di questo scrittore, ovvero íl fatto che ognuno dei suoi "Fumi" converge nell'Universo Mishima e sebbene questi possano essere analizzati separatamente, come del resto stiamo facendo noi, essi convergono immancabilmente alla loro unica fonte.
    Soffermiamoci su quello che il nostro autore intende per "azione". Egli non ha mai nascosto le sue idee, anzi ha puntualmente dimostrato una rara capacità di sintesi del proprio pensiero, come avviene in una stimolante polemica intervista concessa al critico di formazione marxista Furubashi 1'akashi: [...]Desidero dare me stesso fino alla morte e, pur avendo la mia età,, non essere da meno dei giovani che mi circondano”.
    L'amore di Mishima per la gioventù e la dinamicità è certamente uno degli aspetti più rilevanti della sua speculazione; gli dedica persino un testo: Lezioni spirituali per giovani samurai, accompagnato da una serie di precetti intitolati giustappunto Introduzione alla filosofia dell'azione (1969-70). In questi brevi scritti, vere e proprie regole per i suoi discepoli, l'artista giapponese fissa per sempre la sua visione della esistenza, che si rivela una continua tensione verso l'Assoluto, piu volte associato alla figura dell'Insperatore, come a voler dimostrare che il superamento della sfera del sensibile sia realizzabile solo attraverso il rispetto di regole che pongono dei limiti, ossia che frenano e temperano l'impeto dell'azione effimera e fine a se stessa.
    Qui nasce una delle grandi contraddizioni di Mishima, insieme al dualistico rapporto di odio-amore per l'Occidente. Ciononostante, siamo convinti che sia proprio l'esistenza di così palesi incoerenze a renderlo unico. In aggiunta, il nostro interesse di studiosi si veste di profondo rispetto allorquando è lo stesso autore a dichiarare, rivelando un animo diviso tra quello di un Gushi e un rinvigorito dandy alla Wilde, di essere consapevole dei limiti del suo pensiero: "Dividerei i quarantacinque anni della mia vita, una vita carica di contraddizioni, [ ...]. Riassumendo, l'azione per Mishima è movimento, opposizione alla noia e all'imborghesimento dello spirito e soprattutto la ricerca di una purezza scevra da qualsiasi attaccamento alla vita, finanche da preferire una esistenza breve e impetuosa a una lunga e sobria. Resta ora da definire, per quanto lo spazio a nostra disposizione sia limitato, la interpretazione estetica dell'azione nel nostro autore. Per far ciò, e utile inizialmente riassumerne i concetti portanti: "Un agile sistemi nervoso muuscoli possenti, gzoventù, forza, passione, purezza [...]''. in questo elenco troviamo tutti gli elementi per poter tracciare brevemente le caratteristiche dell'estetica mishimíana in materia di movi-mento-azione-pensiero. Tra questi, vogliamo ora concentrarci sulla sua "idea di giovinezza". Quest'ultima e di importanzaa capitale non solo nella vita di Mishima, ma anche nella sua opera. Un esempio tra tutti e il martirio del giovane corpo di san Sebastiano raffigurato da Guido Reni, trafitto da frecce che ne lacerano carni, esso si attesta come il primo, e probabilmente il più significativo, canone estetico per il narratore nipponico.
    Rammentiamoci che in fondo il corpo in Mishima e tragico, degno di contemplazione solo nel momento della sua distruzione, altrimenti la bellezza è "nemica", proprio come descritto nel suo capolavoro “Il padiglione d'oro” ('-Kinkakuji 1956). Da qui, l'infatuazione dell'autore per l'anni-chilimento del corpo che si veste in ta guisa di un manto elegiaco: "On comprend
    qu le corps, et le corps seul est pour Mishima le lieu du tragique"'.
    Tornando al martirio di san Sebastiano, questa fu un'immagine che affascinò il giovane Mishima sin da bambino, quando la nonna Natsuko lo costringeva a starsene segregato in casa, lasciandogli come unico svago la lettura, proprio grazie alla qual venne a conoscenza della tragica vicenda del santo cristiano; di cui parlera nel suo primo romanzo, Kamen no kokuhaku ("Confessioni di una maschera', 1949): "[ ..] la rafffigurazione del san Sebastiano trafitto dalle frecce di Guido Reni, [ ..], rappresenta i germi di quel continuo e irrisolto conflitto tra il mondo delle idee e quello della materia" '°.
    fungiamo soltanto che tale aspetto porta l'artista in questione sorprendentemente prossimo alla filosofia di Platone, dunque alla base di quella cultura occidentale verso la quale egli ostentava lo stesso dualistico rapporto di odio-amore nutrito per la bellezza.
    Dunque, "azione" come sinonimo di sprezzo per il pericolo e volontà di sacrificare l'esistenza nel fiore della bellezza. Basta poco per comprendere che tutto il parlare - e in qualche occasione il consapevole ciarlare - di Mishima intorno alle arti marziali, al body building, non-ché alla disciplina militare, nasconde elementi ben piu profondi e suggestivi. Per lui l'azione e quella dello spirito; il movimento e il pensiero sono tutt'uno col corpo.
    La forza, questo era quello che egli ricercava in modo ossessivo durante i suoi ultimi tragici anni di vita; il resto era la "divisa' usata per attirare e provocare giornalisti curiosi e critici faziosi: "E io non riesco a pensare ad altro che alla rinascita della forza; anche se mi giudicano un fanatico, sono convinto che il mio compito primario sia la rinascita della forza". Eppure chi potra mai dire con sicurezza che cosa egli intendesse davvero per "forza". La nostra teoria e che i concetti di vitalita e di azione dovessero essere le basi per la costruzione di una nuova socie-ta. che potesse cambiare un Giappone imbelle e succube del rimorso per l'onta della sconfitta militare.
    Il gesto eroico tuttavia non puo essere semplicemente vigoroso e veloce, bensì ben premeditato, onde evitare inutili dispersioni di energia: "Non potendo esistere
    un'azione senza uno scopo, coloro che vivono senza tendere ad alcun obiettivo, schiavi delle circostanze, detestano o
    temono la parola «azione»"12. In tal maniera Mishima palesa l'anelito per qualcosa che va ben oltre il tanto rim-pianto Giappone classico, distaccandosi dalla passiva accettazione del destino, per opporgli la cosciente scelta della propria sorte grazie all'azione. Egli si assesta, come suo solito, in una scomoda "Terra di Mezzo", a metà strada tra Occidente e Oriente: il sole minaccioso del suo Paese si contrappone alla calda luminosità dell'Ellade, ove i raggi illuminano marmi perfetti, esempi di armonia e perfezione.
    Come detto, lo scrittore nipponico si rivolge particolarmente ai giovani, amati e forse invidiati. Il loro corpo, la ingenuita impetuosa tipica dell'innocenza sono tutti elementi portanti della estetica di questo autore. Lindottrinamento della nuova gioventu giapponese e forse l'ultimo compito morale, nonché intellettuale, intrapreso dall'artista prima del suicidio.
    A tal proposito, il giornalista messicano j. L. Ontiveros evidenzia in modo sintetico tutti i prinipi utili per comprendere piu a fondo il pensiero di Mishima
    su questo argomento: "Questo entusiasmo per la potenza
    creatrice e la perfezione fisica dei giovani [...]"'3, e conti-
    nua dicendo: "Mishima espone svariate idee sulla giovi-nezza, che egli identifica con la purezza che si esprime nella spontaneita di chi non e stato contaminato dalla conoscen-
    za, [...] ,>14
    L'ultimo aspetto da considerare in questa nostra breve analisi e il rapporto con le arti marziali, segnatamente con il Bushido5. In seguito ai vari aspetti affrontati sino-ra, la grande passione di Mishima per le antiche arti guerriere giapponesi non dovrebbe sorprenderci. Cio malgrado, vale subito la pena chiarire un punto fonda-mentale, ovvero che lo studio che egli intraprende del Karate e del Kendo non ha nulla a che fare con una vol-gare pulsione alla violenza. Nelle arti marziali, l'autore vede la sublimazione della idea di azione, giacché questa e s^ fisica, ma pur sempre regolata da un codice di com-portamento, temperato da una ferrea disciplina morale. Nello studio filologico dello Hagakure", egli comprende come la suprema dignita della esistenza stia nel nascon-dimento di sé, cioe nel celare la paura dietro la maschera del coraggio, il dolore dietro la gioia e la passione dietro una condotta impassibile: "Se c'e un libro a cui ho fatto riferimento, [ ..J senza che mai venisse meno l'emozione, questo libro e Hagakure".
    Del resto, Mishima ben comprende la inutilita, al giorno d'oggi, delle arti marziali da un punto di vista pra-tico; aspetto che numerosissimi occidentali si ostinano a ignorare, sentendosi dei titani nell'apprendere a dimenar calci e pugni. Differentemente da costoro, l'artista giapponese individua nella pratica marziale un modo per temprare mente e corpo, sempre inscindibili nella sua filosofia di vita. La nostra conclusione in quello che ci auguriamo sia stato un viaggio esaustivo, seppur breve, nella visio-ne estetica dell'a-zione in Mishima Yukio intende far ritorno alla sua unica vera "fonte". Sarebbe a dire che ci sta a cuore "dare la parolai in ultima battuta a un artista fin troppo maliziosa-mente frainteso e sfruttato. Dotato di una intelligen-za finissima e di
    una sensibilita verso l'animo umano con pochi uguali tra i contemporanei, Mishima stesso aveva intravisto il pericolo che la ingenuità, nel senso di franchezza, del suo pensiero potesse essere manipolata da chi cercava drappi culturali da esaltare o denigrare. Egli, proprio in apertura della Introduzione alla filosofia dell'azione, si rivolge direttamente al lettore "attento", ovvero in possesso di un occhio sobrio e acuto, privo dell'arroganza del pregiudizio. Conscio, Mishima, che ci sarebbero stati, come del resto sempre ci saranno, coloro che sono
    pronti a non voler capire: " Un lettore attento cogliera in questo mio scritto [...J l'eco delle mie esperienze, dei miei aneliti, delle mie angosce, delle mie passioni, delle mie confessioni e dei miei presagi. E un giorno comprenderà forse le mie metafore e dira: «Ah, era questo che intendeva!”

  2. #2
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    Inquadra bene un aspetto di Mishima quest'articolo....dell'affrontare i suoi scritti e il suo pensiero senza alcun pregiudizio di sorta, vista la sua inclassificabilità paradossale in gran parte delle righe dei suoi libri.Il suo fatalismo è ben manifestato in quello che considero il suo capolavoro, scritto prima del suo gesto "eroico" e tragico allo stesso tempo: Lo specchio degli inganni.
    ....I rifiuti dell'esistenza terrena rotolavano, precipitavano, cozzavano tra di loro all'infinito.
    (riferendosi alle miriadi di rifiuti in plastica che insozzavano le acque della spiaggia di Komagoè)
    Il mare, infinità mai conosciuta prima.I rifiuti, simili all'uomo, incapaci di andare incontro al loro epilogo salvo nel modo più sordido e più laido.....
    (Tratto dallo "Specchio degli inganni)
    Un fatalismo misto alla quiete di colui che affronta l'esistenza con uno spirito eroico fuori dal comune, tramutando il suo percorso artistico in una manifestazione della cosiddetta "azione pura", dove l'ego dello scrittore si autoannulla.Neanche in un Byron o un D'Annunzio vi si è manifestato tutto questo, la perfetta coesione tra un percorso intellettuale ed uno di vita reale. Altro aspetto interessante di questo articolo, riguarda l'analisi delle arti marziali o del body building in Mishima, non viste come volgare forza bruta e violenta, ma come qualcosa di ben più profondo che va ben oltre un semplice concetto "estetico", ma verso una cosiddetta forza "superiore".

  3. #3
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    Bello questo tuo intervento Ulver81, bello e condivisibile.
    Mi permetto però un piccolo appunto sull'uso di quel termine "fatalista" che temo possa risultare un poco sviante. Infatti è vero quanto dici su certa concezione del Fato presente in Mishima, e che è ben ravvisabile in diversi suoi scritti - mi sorgono almeno due o tre passaggi di "Confessioni di una Maschera" che ora non ho però il tempo d'andarmi a cercare...-, ma si tratta di una visione riconducibile, per l'appunto, al mondo greco, come sai, e che poco o nulla aveva a che spartire con quella forma di "fatalismo" -che il lemma solitamente richiama- è che è ricollegabile a mio avviso piuttosto ad una religiosità di stampo semita. Dico questo perchè chi si rifà a quest'ultima si sente determinato nel proprio destino dall'azione esterna di una divinità che deve subire supino sino alla morte, al contrario, se vi fai caso, dagli scritti del Nostro si desume che per quanto tutto sia sottoposto alla Necessità il Destino, il Fato, è espressione di qualcosa inscritto nell'interiorità, nell'intima natura del soggetto. Cosa che, ne converrai, presenta colorazione di non poco differenza.

    Per questo preferisco non definire Mishima "fatalista", oltre che, naturalmente, per andare a cercare il pelo nell'uovo e romperti un poco le scatole...

    Ti saluto.

    Y

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Yggdrasill Visualizza Messaggio
    Bello questo tuo intervento Ulver81, bello e condivisibile.
    Mi permetto però un piccolo appunto sull'uso di quel termine "fatalista" che temo possa risultare un poco sviante. Infatti è vero quanto dici su certa concezione del Fato presente in Mishima, e che è ben ravvisabile in diversi suoi scritti - mi sorgono almeno due o tre passaggi di "Confessioni di una Maschera" che ora non ho però il tempo d'andarmi a cercare...-, ma si tratta di una visione riconducibile, per l'appunto, al mondo greco, come sai, e che poco o nulla aveva a che spartire con quella forma di "fatalismo" -che il lemma solitamente richiama- è che è ricollegabile a mio avviso piuttosto ad una religiosità di stampo semita. Dico questo perchè chi si rifà a quest'ultima si sente determinato nel proprio destino dall'azione esterna di una divinità che deve subire supino sino alla morte, al contrario, se vi fai caso, dagli scritti del Nostro si desume che per quanto tutto sia sottoposto alla Necessità il Destino, il Fato, è espressione di qualcosa inscritto nell'interiorità, nell'intima natura del soggetto. Cosa che, ne converrai, presenta colorazione di non poco differenza.

    Per questo preferisco non definire Mishima "fatalista", oltre che, naturalmente, per andare a cercare il pelo nell'uovo e romperti un poco le scatole...

    Ti saluto.

    Y
    Ma figurati, apprezzo molto la tua osservazione e la condivido secondo il tuo punto di vista.Ovviamente non intendo per fatalismo quello di matrice semita o apocalittico giovanneo, ne tantomeno rilevo in mishima quelle forme di nichilismo tipiche di un Dostoevskj o di un Celine, prive di ordine e forma ed espressioni solo di esasperazione fine a se stessa.....chiamiamole crepuscolari.Ma ovviamente per noi occidentali, la filosofia di vita del Bushido, massima espressione eroica della civiltà nipponica ed il seppuku, con tutti gli ornamenti rituali e simbologie, può apparire una visione del mondo alquanto distante dalla nostra;c'era una piccola raccolta di scritti di Julius Evola, che lessi tempo addietro, chiamata Etica Aria, dove analizzava semplicemente, le gesta dei Kamikaze nipponici ed il significato spirituale, ovviamente massima espressione dell'etica tradizionale buddista, ma comunque estranea ad una tradizione occidentale.La particolarità di mishima è la comprensione del mondo occidentale, come neanche un europeo potrebbe averla....il concetto di bellezza quasi metafisica di matrice greca, lo si ritrova un pò in tutti i romanzi.....e certi aspetti della nostra modernità riesce ad affrontarli con una lucidità unica, vedi per esempio in un romanzo come "Musica" come tratta il concetto della psicanalisi e tematiche scabrose come la frigidità e l'incesto, deviazioni del mondo occidentale, vero, ma dalla sua penna appaiono tutte le contraddizione di un certo mondo e soprattutto la consapevolezza di appartenerne ad un altro...agire senza agire e senza lasciarsi sopraffare dalla modernità, pur vivendoci e comprendendola a fondo.Concordo con te vivamente riguardo il Fato, legato all'interiorità del soggetto...e certamente quello di Yukio Mishima, ne ha fatto di se stesso un eroe immortale, non un semplice scrittore dedito a masturbarsi provocatoriamente dinanzi ad una statua....

 

 

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