"Dammi subito il telefonino oppure
ti brucio la faccia"
Il bullo era armato di un accendino. L'ultima rapina ai giardinetti
MASSIMILIANO PEGGIO
TORINO
«Dammi il cellulare o ti brucio la faccia». Quindici anni, una fama da duro. Ha minacciato il suo compagno di scuola con un accendino. «Ti spengo anche la sigaretta in fronte se non mi dai quello che voglio» ha detto ringhiando, affrontandolo nei giardinetti, vicino alle panchine. Oltre al telefonino voleva anche il lettore Mp3. «Non ti do niente, altrimenti i miei mi sgridano» ha risposto il coetaneo, cercando di apparire sicuro di sé. Così, il bullo, non riuscendo ad ottenere il bottino, è passato ai fatti. Ha afferrato il compagno di scuola e gli ha spento la sigaretta sulla guancia destra, bruciandolo anche con l'accendino. Ustioni di primo grano, una decina di giorni di prognosi.
Protagonisti due adolescenti cresciuti nello stesso quartiere. Per raccontare la vicenda i carabinieri hanno usato due nomi di fantasia: Roberto, segnalato al Tribunale dei Minori per tentata rapina e lesioni, e Alberto che ha denunciato l'aggressione ai militari della tenenza di Nichelino. Il fatto è accaduto alcuni giorni fa nel quartiere «Castello». Palazzoni popolari, strade tutte uguali, bottiglie di birra abbandonate in ogni angolo, graffiti ovunque. Messaggi d'amore e di sesso, di spavalderia urbana, svastiche, slogan contro gli «sbirri». In cima all'edificio che ospita gli uffici dell'assistenza sociale, una scritta in vernice blu inneggia alla «Illegal Life». Una sfida.
L'aggressione è avvenuta lì di fronte, in mezzo ai giardini pubblici di via Turati. Proprio lì, dove approdano tutte le storie difficili del quartiere: vite in bilico, povertà, violenza. Storie di famiglie immerse nei guai, devastate dalla droga, sfasciate, disgrazie. Vite segnate, come quella di Roberto. La denuncia è dettagliata, confermata anche da due ragazze che erano con Alberto. Anche loro, alcuni giorni prima, erano state minacciate dal quindicenne. «Voleva derubarci, ci ha gettato delle pietre, per poco non ci feriva» hanno raccontato. Il bullo è arrivato nei giardini di via Turati con la sigaretta in bocca. Si è avvicinato al compagno di scuola e gli ha afferrato il berretto di lana. Una minaccia dopo l'altra, sempre con l'accendino in mano. Poi, forse per non sfigurare di fronte alle ragazze, ha deciso di agire. Non poteva tollerare il rifiuto di Alberto, la sua reazione. Per un bullo il rispetto è tutto. Così ha bruciato il berretto e gli ha spento la sigaretta sulla guancia. Se n'è andato spavaldo, convinto di aver fatto giustizia.
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