di TOMMASO FRANCAVILLA
Non poteva essere più amaro, questo devastante declino del bassolinismo e dintorni, con i fantasmi dei Gava e dei Pomicino che si ergono, peraltro del tutto a ragione, a giudici del loro feroce giustiziere, dopo la prova provata del volgare inganno rappresentato da un “rinascimento” meramente scenografico, cadute le cui quinte di cartone stanno emergendo le nauseabonde macerie di un degrado infinito, intriso di violenza e di miseria. Scricchiolano e si rivelano fasulle le dorature di un Palazzo che sembrava inattaccabile, e intorno ad esso suonano sempre più flebili i peana di un mondo cortigiano finora intento a lucidare devotamente l’immagine dell’onnipotente. Nell’amara solitudine di un potere tanto più obeso quanto più impotente, sempre più nitidi s’avvertono i rumori dell’assedio finale, e forse già luccica in qualche anticamera, in mano a chi meno te lo aspetti, il coltello giustiziere. La sorte dell’innocente Franceschiello, svenduto dai suoi generali, o dell’impazzito Masaniello, sbranato dai suoi stessi popolani, sembra incombere sul tiranno in disgrazia e sulla sua tragicomica, gracchiante versione da Donna Rosetta.
Non ha nemmeno dignità, questo epilogo inevitabile di un tradimento totale di tutte le aspettative palingenetiche che erano state improvvidamente suscitate intorno ad un mediocre burocrate di partito che – lungi dal riscattare le luride e invivibili periferie in cui un’umanità perduta ed infetta sopravvive a sé stessa svendendosi ed ammazzandosi ogni giorno – ha risucchiato nelle loro spire mortali anche una raffinata civiltà che aveva saputo resistere a secoli di malgoverno impreziosendoli con straordinari tesori di creatività e di umanità, trasformando una Città intera, una Regione intera, dalla grande storia e dalla straordinaria bellezza, in un’unica, immensa, invivibile, favela senza legge e senza speranza.
Ancora una volta il comunismo al potere non ha risolto i problemi sociali che denunciava, ma li ha accentuati, diffusi, perpetuati all’infinito, in una sorta di film del terrore in cui il morto trascina il vivo con sé. Non ha risolto alcuna questione morale, ma ha fatto del moralismo l’alibi ipocrita di un’occupazione scientifica di ogni interstizio delle istituzioni, della demonizzazione e della criminalizzazione dell’avversario politico e di classe, accoppiate al sociologismo giustificazionista nei confronti delle devianze più o meno proletarie, una esplosiva miscela criminogena, nel disfacimento di ogni tessuto unificante del consorzio civile, di ogni residuo di responsabilità individuale, di ogni confine tra bene e male, di ogni senso condiviso della legalità e della civile convivenza.
Né è un inedito, questo mondo in cui un lavoro decente è un sogno impossibile, in cui l’inettitudine e l’indolenza del potere si misura in tonnellate di rifiuti abbandonati, in cui l’unica legge che vige è quella della giungla. È sostanzialmente lo stesso mondo umiliato che si è rivelato a noi, al tramonto del vecchio secolo, in tutta la sua spettralità, al di là dei muri insanguinati del paradiso comunista, crollati sotto il peso di un vergognoso fallimento. È la stessa umanità rassegnata, violenta, sfibrata, resa incapace di riscattarsi dalla lunga, tremenda consuetudine alle catene ed ai bavagli, condannata a conquistarsi ogni giorno la sopravvivenza in una lotta senza quartiere e senza domani e quindi necessitatamene lontana da ogni idea di convivenza, schiacciata da un paternalismo feroce che tutto vieta, estorce e depreda, che deprime i tentativi di riscatto, criminalizza ed espropria i meriti, che asserve i bisogni ben guardandosi dal rimuoverli, dispensando nel contempo, in una ossessiva celebrazione di sé, sfacciati privilegi alle sue nomenclature chiuse, non dissimili nella loro arroganza del potere dai contro-poteri criminali. È una società in cui l’anarchia è funzionale alla confisca delle libertà civili, sulla cui testa il post-comunismo bassoliniano riproduce i caratteri peggiori del peggior borbonismo, quello oscurantista e reazionario dell’inglorioso declino.
Le rovine di Napoli sono in realtà l’ultimo fallimento del comunismo, ulteriormente aggravato dall’orrido matrimonio con le vedove del peggior democristianismo, quello della gestione del potere fine a se stessa, che si è venduto l’anima e la storia pur di conservare un posto al caldo, ossia una confortevole cuccia. Una condizione che – ahimè – incombe anche sulla nostra Puglia, autocondannatasi a una sorte analoga nel momento in cui, in un giorno di ubriacatura collettiva, si è affidata anch’essa al carisma fasullo di un nipotino di Marx e di Stalin, gonfiato all’infinito da una cortigianeria senza pudore.
Certo è che, mentre nel 2006, il resto d’Italia riprendeva – sia pur faticosamente a crescere – la Puglia di Vendola e Emiliano, come documentato dai numeri dell’Osservatorio banche-imprese, soffriva e perdeva colpi per inevitabile effetto di una cultura e di una politica intimamente anti-industriale, incentrate non già sulla promozione ma sulla demonizzazione dello sviluppo, della ricchezza e del lavoro; mentre una nomenclatura famelica, sovente anche d’importazione, assale anche l’ultimo ripostiglio del potere; mentre il degrado dei pubblici servizi cresce con lo stesso devastante ritmo dei suoi costi, mentre già s’avvertono i primi olezzi delle montagne di rifiuti che una gestione demenziale, all’insegna anch’essa dell’oscurantismo anti-industriale, si appresta a riversare sulle nostre strade; mentre anche Bari sembra risucchiata dallo squallore e dalla violenza delle sue periferie.
È triste constatare che mentre il grande bluff del bassolinismo si appalesa nei termini più pesanti e incontrovertibili, la nostra Puglia corre spensieratamente, con il vendolismo e l’emilianismo, ad imitarlo, per di più peggiorandolo nel trionfo di un cieco massimalismo ideologico rispetto al suo pur mediocre pragmatismo. Né ci consola il pensiero che i pugliesi non si sono arresi, come hanno dimostrato alle elezioni politiche e come ancora di più mostrerebbero oggi di fronte alle prove di governo di Prodi e compagni, se pensiamo che ci attendono ancora molti anni di follia, da cui rischiamo di non riprenderci più.
Lasciarci morire di comunismo dopo avere avuto, alle soglie di casa nostra, la certezza che è mortale, sarebbe una sorte infame. Contro la quale non possiamo stare né zitti né fermi, non dobbiamo lasciarci trascinare da vivi nel lugubre regno dei morti.
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