Ocalan sta morendo. Turchia sotto accusa -Loris Campetti
Abdullah Ocalan è in pericolo di vita. Parte da Roma la denuncia dei suoi avvocati: «Lo stanno avvelenando». A dire il vero, il pericolo per la vita del leader kurdo sussiste da quel maledetto giorno in cui venne arrestato in Kenia, grazie a un vero e proprio atto di pirateria internazionale a cui parteciparono, con il sostegno dei famigerati servizi segreti turchi (Mit), i servizi Usa e israeliani - Cia e Mossad. Ocalan era stato «convinto» dal governo D'Alema, sotto la pressione di una Turchia in rivolta contro l'Italia, a lasciare il nostro paese alla volta di una meta sicura. Si è visto quanto sicura. Dal 16 febbraio 1999, Apo (che vuol dire zio, così lo chiamano i kurdi della Turchia) tenta di sopravvivere nel carcere di massima sicurezza di Imrali, uno dei bunker più protetti del mondo, affogato in un'isoletta inavvicinabile del Mar di Marmara. Qui a Imrali è stato processato, Apo, qui è stato condannato a morte, sentenza poi trasformata in ergastolo e cioè in morte lenta, per mettere a posto la coscienza di un'Europa complice del regime di Ankara. Qui a Imrali Ocalan è costretto a un gravissimo isolamento, rarissimamente gli è consesso di incontrare i familiari e gli avvocati, le sue condizioni peggiorano di mese in mese e i «medici di regime» si limitano a misurargli saltuariamente la pressione, la temperatura e il peso. Dal suo avvocato Irfan Dundar, l'ultimo ad aver incontrato Ocalan, apprendiamo che il leader kurdo del Kongra-gel - sano come un pesce al momento dell'arresto - soffre di angina e faringite e ha gravi problemi di respirazione. Ma tutto questo fa parte della «normalità» carceraria di Imrali, dove Ocalan è l'unico prigioniero. Ora la situazione si è fatta molto più grave, al punto di convincere gli avvocati italiani e turchi - che ieri hanno tenuto una conferenza stampa a Roma - a lanciare un grido d'allarme alle istituzioni e all'opinione pubblica internazionali: forse stanno uccidendo il prigioniero. Forse lo stanno «progressivamente avvelenando». La storia degli esami di Ocalan è rocambolesca, come tutta la sua vita. In un modo che per ragioni di sicurezza personale non è stato precisato, sei capelli del prigioniero sono stati consegnati al dottor Pascal Kintz in Francia. Si tratta di un'autorità mondiale nell'analisi dei capelli. «Non mi hanno detto di chi fossero - ha precisato nel suo rapporto e ha ribadito dalla Francia in collegamento con la conferenza stampa romana - se non dopo che l'analisi era stata effettuata». Quel che emerge dal rapporto e dal racconto del dottor Kintz è sconcertante, ed è stato confermato da altri due luminari indipendenti, il professor Antonio Oliva dell'Università cattolica del Sacro cuore e il professor Jan Alexander di Oslo. Nel campione prelevato da Ocalan è stata rinvenuta la presenza di 32 elementi, comprese tracce di arsenico, piombo e argento. Quello che più preoccupa, però, è il cromo, presente con una concentrazione 7 volte superiore alla norma, nonché lo stronzio, 100 volte al di sopra della concentrazione media. Ciò spiegherebbe, dicono gli avvocati kurdi Irfan Dundar e Mahmud Sakar, il pesante aggravamento delle condizioni di salute di Ocalan che da tre settimane denuncia, oltre ai problemi antichi, bruciori su tutto il corpo, la pelle che si squama e gravi problemi circolatori alle gambe. Secondo gli esperti che hanno realizzato le analisi e letto i risultati, il prigioniero malato dovrebbe essere subito allontanato da Imrali e trasferito in ospedale dove dovrebbero essere subito effettuati nuovi e più particolareggiati esami. Mentre il cromo3 non è pericoloso, anzi aiuta i processi metabolici, il cromo6 è tossico e addirittura cancerogeno, colpisce il fegato, i reni, la pelle e i polmoni, ha precisato il professor Kintz. La tossicità dello stronzio, invece, non è ancora scientificamente accertata. Il professor Oliva ritiene necessaria un'analisi dei luoghi in cui Ocalan è costretto e il controllo delle acque e del cibo che vengono somministrati al prigioniero. E' il caso di ricordare, come fa l'avvocato Giuliano Pisapia che ha difeso Ocalan nel periodo della sua prigionia-soggiorno in Italia fino al suo arresto, e ancora nella richiesta poi accolta di concedergli asilo politico, che il cibo è fornito e controllato direttamente dallo stato turco. Uno più uno fa due, ma fino a prova contraria, cioè fino a quando non saranno fatti esami più approfonditi ad Abdullah Ocalan, nessuno se la sente di trarre conclusioni definitive. Gli avvocati turchi e italiani - insieme a Pisapia era presente alla conferenza stampa anche Mario Angelelli - lanciano un appello alle Nazioni unite, alla Commissione europea e alla Cpt (Commissione europea per la prevenzione della tortura) di intervenire urgentemente nei riguardi del governo turco che ha in custodia Ocalan ed è responsabile della sua salute. Se si vuole salvare il leader kurdo bisogna tirarlo fuori subito dall'inferno in cui è stato abbandonato. L'Europa avrebbe più d'una carta per farsi sentire con il premier turco Erdogan: l'ingresso di Ankara nell'Ue, che si è già allontanato, anzi congelato in relazione alla vicenda di Cipro, è incompatibile con la costante violazione dei più elementari diritti umani. Anche se le non numerose forze democratiche turche e kurde vedono nell'ingresso in Europa l'unica possibilità di emancipazione del paese dallo stato semidittatoriale in cui oppresso, e anche se alcune aperture alla democrazia sono state avviate negli ultimissimi anni, la vita di Ocalan e il rispetto dei diritti umani sono - devono essere - conditio sine qua non per riaprire i negoziati. Ma c'è un altro soggetto che ha non poche responsabilità nei confronti dell'uomo che, con pazienza e coraggio, continua a subire una sorte ingiusta e al tempo stesso a indicare soluzioni pacifiche del conflitto kurdo-turco: è l'Italia. «Il governo ha l'obbligo giuridico, politico e morale di intervenire, sollecitando una verifica immediata e chiedendo al governo turco di autorizzare l'ingresso a Imrali» di una delegazione di medici indipendenti per verificare le condizioni di salute di Ocalan. E' possibile sperare che nei confronti della Turchia l'Italia mostri un'autorevolezza e un'autonomia un po' maggiori di quelle che sta mostrando con gli Stati uniti?


Dalla lotta armata alla ricerca della pace. La storia di Apo è la storia dei kurdi in Turchia -Orsola Casagrande
Abdullah Ocalan nasce nel 1948 nel villaggio di Omerli, area prevalentemente kurda nel sud est della Turchia, non lontano dal confine con la Siria. Comincia la sua attività politica negli anni Sessanta all'università ad Ankara, facoltà di scienze politiche. Ankara in quegli anni, dopo il primo golpe del 1960 e prima del secondo colpo di stato nel 1971, è una città in fermento politico. Nel 1973 Ocalan è tra i fondatori di un gruppo maoista, ma già pensa a come organizzare i kurdi. Dalla sanguinosa rivolta di Dersim, del 1938, i kurdi hanno cominciato a risollevare la testa negli anni Sessanta. Ma è con Ocalan che esplode la questione kurda, intesa come lotta di liberazione nazionale, ma anche e soprattutto come liberazione dai vincoli e dalla repressione della società feudale (quindi dalla classe dominante). E questa liberazione dal feudalismo non poteva, per Ocalan, che andare di pari passo con la liberazione della donna. Ed è proprio sulla lotta per l'emancipazione della donna che Ocalan vede il fulcro della futura rivoluzione in Kurdistan. Nel 1978 fonda il Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan. Oltre ad organizzarsi politicamente, il Pkk comincia a pensare alla lotta armata. Dalla Palestina, dove erano andati ad addestrarsi nei campi dei guerriglieri di Fatah, tornano alla fine degli anni Settanta tantissimi giovani kurdi e turchi. Saranno loro a costituire le prime brigate di guerriglieri. Il lavoro di propaganda del Pkk (come delle altre organizzazioni di sinistra) è brutalmente represso nel sangue dal nuovo, il terzo in trent'anni, colpo di stato. I militari prendono il potere il 12 settembre 1980. Viene letteralmente annientata una generazione. Nell'84 il Pkk dichiara aperta la guerra, anche armata, con la Turchia. Fino alla sua cattura, Ocalan abbandona progressivamente l'idea di un Kurdistan indipendente per arrivare ad elaborare una soluzione pacifica, federalista, o (alla fine) di autonomia della zona kurda (non va dimenticato che i kurdi sono 20milioni su una popolazione di 60 milioni). A più riprese il Pkk dichiara dei cessate il fuoco unilaterali, ignorati dalla Turchia. L'ultima tregua il primo ottobre scorso, ma le operazioni militari dell'esercito turco si intensificano. Ocalan era arrivato in Europa il 12 novembre 1998, nella speranza di portare nell'agenda dell'Unione europea la questione kurda. Un tentativo che aveva messo al centro l'Italia, scelta dai kurdi anche per le aperture e la solidarietà dimostrata dal governo di centrosinistra. Ma una volta sbarcato a Fiumicino (proveniente da Mosca), il leader kurdo venne arrestato. Sotto shock per l'arresto imprevisto, Ocalan rimase a Roma fino al 15 gennaio. Chiese asilo politico, ma le pressioni della Turchia sull'Italia erano pesantissime. Tanto pesanti da convincere D'Alema e il governo a 'chiedere' a Ocalan di togliere il disturbo. Frenetiche le verifiche per trovare un paese disposto ad ospitarlo. Impresa che si rivelò impossibile. A quel punto fu Apo a non volere più stare in Italia. Una delle immagini più angoscianti e umilianti è quella di Ocalan che sorvola i cieli d'Europa vedendosi negato il diritto ad atterrare. Alla fine l'aereo si dirige in Grecia, dove il presidente kurdo resterà pochi giorni. Quindi nuovo viaggio verso l'ambasciata greca a Nairobi, in Kenya. Ma è un viaggio verso le braccia dei suoi nemici. E infatti Ocalan verrà catturato dai turchi, complici tra gli altri gli Stati uniti, il 15 febbraio 1999. L'altra immagine indelebile in questa tragedia è quella di Ocalan sotto sedativi, la benda agli occhi, le mani legate che farfuglia mentre le teste di cuoio si prendono gioco di lui. La vicenda giudiziaria del leader kurdo prosegue in Turchia, con Ocalan rinchiuso nel carcere-isola di Imrali. Poi il processo-farsa, e la difesa lucida e puntuale di Apo. Quindi la condanna a morte, commutata in ergastolo perché la Turchia congela la pena capitale, nella speranza di accelerare il suo cammino verso l'Ue. I legali di Ocalan fanno ricorso anche alla corte europea per i diritti umani che in prima battuta stabilisce che il processo turco non è stato equo. Ma i turchi esaminano le carte e presentano la loro risposta: non c'è nulla da rifare, i diritti dell'imputato sono stati rispettati. Tanto basta a Strasburgo che accoglie le giustificazioni della Turchia e stabilisce che il caso Ocalan è chiuso. Peccato che il 4 ottobre del 1999 l'Italia gli aveva riconosciuto il diritto all'asilo politico.


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