Stiamo facendo la domanda sbagliata all'Iran
di Rageh Omaar
New Statesman, 19 febbraio 2007
Rageh Omaar trova un Paese più complesso di quanto la maggior parte
delle persone in Occidente abbiano mai compreso
E' così insolito per una troupe giornalistica occidentale avere il
permesso di filmare a Tehran, per qualunque periodo di tempo, che ho
telefonato ai miei colleghi a Londra per dirgli che eravamo riusciti a
passare in aeroporto senza problemi. Il direttore di produzione, che,
come si ci aspetterebbe, era aperto e bene informato, ha chiesto che
cosa avremmo fatto per primo. Ho risposto che stavamo andando
direttamente con tutti i bagagli e le attrezzature in un appartamento
non lontano dalla casa dell'Ayatollah Khomeini, nella parte nord della
città, per intervistare una donna d'affari iraniana. Sulla linea che
gracchiava c'è stato un attimo di pausa. "Donna d'affari? Vuoi dire
che in Iran ci sono donne d'affari che danno lavoro a uomini? Non è
affatto quello che immaginavo, né quello a cui molti occidentali
penserebbero quando si nomina l'Iran".
Nel 2003, il governo Usa e quello britannico invasero l'Iraq, un Paese
del cui popolo e della cui società i britannici e gli americani
sapevano molto poco. Quello che sapevamo riguardava Saddam Hussein, il
suo regime spaventoso, e le informazioni false o fraintese sulle sue
capacità militari. Raramente avevamo invaso e occupato un Paese del
quale eravamo così ignoranti. Siamo probabilmente sul punto di
ripetere l'incubo, questa volta in Iran.
Mentre l'ultima volta la maggior parte degli organi di informazione
alzarono tutti le spalle sull'inevitabilità della guerra, adesso i
media occidentali hanno un dovere imprescindibile di mostrare maggiore
rigore e indipendenza nell'esaminare accuratamente il modo in cui
Londra e Washington presentano, o travisano, la società iraniana.
Abbiamo sentito parlare molto del Presidente Ahmadinejad e dei suoi
commenti su Israele e l'Olocausto; abbiamo sentito parlare molto del
presunto ruolo dell'Iran nel fomentare la violenza in Iraq. Abbiamo
visto numerose immagini dei mullah iraniani che guidano manifestazioni
anti-occidentali. Ma i milioni di iraniani qualunque?
Alcuni fatti: due terzi di questa popolazione di 70 milioni di
abitanti sono sotto i 30 anni. L'Iran è uno dei Paesi più giovani al
mondo. E' anche una delle più antiche civiltà al mondo. La rivoluzione
islamica guidata da Khomeini ha solo 28 anni. Questo significa che la
maggioranza schiacciante degli iraniani non si ricorda di com'era la
vita sotto lo Shah. Non riescono a ricordare il rifiuto di quel
periodo da parte della generazione dei loro genitori, e sono cresciuti
conoscendo solo gli editti della Repubblica Islamica.
Come i giovani dovunque, sono irrequieti, ambiziosi, imprevedibili, e
spesso coraggiosi di fronte all'autorità. Le idee e le lagnanze su cui
è stata costruita la rivoluzione per loro significano poco. Di fronte
a questo, la teocrazia iraniana, più di qualsiasi altro regime in
Medio Oriente – persino più di stati filo-occidentali come la
Giordania e l'Egitto- è stata oggetto di un controllo e di una sfida,
e ha subito un cambiamento graduale ma profondo.
Alcuni dei cambiamenti possono essere stati non voluti, ma sono
irreversibili. La maggior parte delle matricole nelle università
iraniane sono donne, e il Paese ha un tasso di alfabetizzazione
paragonabile a quello della Gran Bretagna. Negli anni '80, le
autorità islamiche vollero portare nelle comunità delle province il
tipo di educazione universitaria di cui godevano le élite urbane.
L'effetto è stato che le famiglie più conservatrici e tradizionali
improvvisamente si sono sentite più a proprio agio nel mandare le loro
figlie in facoltà di sole donne. L'effetto è stato impressionante,
aumentando la visibilità delle donne sul posto di lavoro.
La maggior parte di ciò che riferiscono i media stranieri sull'Iran si
è concentrato sugli sviluppi politici e militari. Ma scavate più a
fondo nella società, e non è difficile trovare una miriade di vivide
istantanee di vita. Queste rivelano la falsità dello stereotipo della
società cupa, minacciosa, e ostile. Considerate: a Tehran vengono
eseguite più operazioni di chirurgia plastica che a Los Angeles, e la
tossicodipendenza è apertamente riconosciuta (un tabù in altri paesi
musulmani del Medio Oriente). In Iran ci sono due milioni di
eroinomani e un gran numero di associazioni di beneficenza per il
recupero indipendenti che li aiutano. C'è una situazione analoga per
quanto riguarda l'HIV. L'Iran ha una delle maggiori reti non
governative di associazioni di beneficenza e di agenzie umanitarie del
Medio Oriente, che lavorano al di fuori del controllo dello Stato su
qualunque cosa, dal lavoro minorile all'istruzione femminile.
Ciò che deve essere ricordato è che gran parte di questo cambiamento,
e la condizione delle persone che stanno facendo di tutto per
provocarlo, verrebbero gravemente danneggiati da un attacco militare.
La notte prima che iniziasse l'invasione dell'Iraq nel 2003, un
collega Americano venne tirato da parte da un iracheno che voleva che
Usa e Gran Bretagna rovesciassero il regime di Saddam Hussein. Anche
se alla guerra per rovesciare Saddam mancavano solo poche ore, l'uomo
aveva ancora paura di parlare apertamente, quindi comunicava in
codice. Indicò con eccitazione il suo orologio e chiese al mio collega
americano: "A che ora l'America?"
Quello che voleva dire era: quand'è che l'America avrebbe iniziato il
suo attacco, e se non poteva sbrigarsi. Ci sono molti funzionari
governativi britannici e americani che credono che un certo numero di
iraniani stiano facendo domande simili, e che, come quell'uomo a
Baghdad, stiano guardando alla Gran Bretagna e all'America perché li
salvino, attaccando il loro Paese.
Di tutte le idee sbagliate sull'Iran, questa è la più pericolosa e la
più fuorviante. Siamo noi in Occidente che stiamo facendo la domanda
sbagliata. Se vogliamo sapere quando vedremo gli iraniani costruire un
cambiamento reale e duraturo nel loro Paese, e beneficiare di una
società che rifletta veramente le speranze, la diversità, l'energia e
le competenze della sua gente, dovremmo chiedere: "A che ora l'Iran?"
Rageh Omaar, già inviato di punta della BBC, è stato il volto
dell'emittente britannica durante la guerra e l'invasione dell'Iraq
del 2003. Su quell'esperienza ha scritto il libro Revolution Day. The
Human Story of the Battle for Iraq (Viking, 2004). Dal settembre 2006
è passato a lavorare per il nuovo canale in lingua inglese di al Jazira.
[NdT]
(Traduzione di Ornella Sangiovanni)
http://www.osservatorioiraq.it/modul...articleid=4161




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