Riflessione di monsignor Crepaldi su “Ragione pubblica e verità del cristianesimo”
ROMA, venerdì, 2 marzo 2007 (ZENIT.org).- In un saggio che ZENIT pubblicherà per intero sabato 3 marzo, monsignor Giampaolo Crepaldi, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e Presidente dell’Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuân” sulla dottrina sociale della Chiesa, ha spiegato perché le religioni non sono uguali tra di loro e che lo Stato deve usare la ragione per vedere le verità sull’uomo e sul bene comune.
“Sulla ragione e non sul relativismo si fonda la capacità di vedere che una religione consolida e aiuta a perseguire obiettivi di umanizzazione mentre un’altra contribuisce a degradare l’uomo. La religione cristiana vanta questa pretesa, la pretesa di predicare un 'Dio dal volto umano'”, ha scritto monsignor Crepaldi nel saggio intitolato “Ragione pubblica e verità del cristianesimo negli insegnamenti di Benedetto XVI”.
Dopo aver spiegato che “dalla possibilità di una ragione pubblica dipende la capacità di conoscere i fondamenti della dignità della persona, gli elementi principali del bene comune, l’indisponibilità dei diritti umani, la giustizia, il senso della libertà individuale e dei legami comunitari”, monsignor Crepaldi ha severamente criticato la “dittatura del relativismo”.
“Il relativismo è un dogma che non può essere argomentato” – ha spiegato il presule – perché “se argomentato, esso farebbe riferimento ad una capacità della ragione di argomentare la verità. In questo caso il relativismo si contraddirebbe, ammettendo la possibilità di verità non relative”.
“Per questo il relativismo può essere solo 'assunto dogmaticamente' – ha proseguito – . Il carattere 'dittatoriale' – in senso culturale – del relativismo, impedisce l’uso della ragione pubblica in quanto impedisce l’uso pubblico della ragione”.
Per monsignor Crepaldi l’accettazione del relativismo filosofico da parte delle istituzioni, porta all’autolimitazione della ragione e al relativismo religioso, secondo cui “tutte le religioni sono uguali e, nello stesso tempo, diverse. Esse sono irrazionali, rappresentano una scelta immotivata e, come tali, non sono confrontabili tra loro”.
“Il relativismo 'crede' che le religioni siano immotivate e, quindi, non confrontabili. In altre parole crede che le religioni non abbiano nulla a che fare con la ragione e con la verità”, ha detto.
E “come il relativismo filosofico sottrae alla ragione un vero e proprio ruolo pubblico, così il corrispondente relativismo religioso sottrae la religione ad un suo ruolo pubblico”, ha constatato monsignor Crepaldi.
Mentre, secondo Benedetto XVI, considerare la religione come qualcosa di irrazionale è in completo contrasto con tutta la storia occidentale e cristiana: “Infatti, sia il pensiero greco, sia la religione ebraica, sia naturalmente il cristianesimo, si erano opposti alla religione come mito, puntando risolutamente alla religione come conoscenza e a Dio come Logos”.
Riprendendo la questione posta dal Pontefice a Regensburg, monsignor Crepaldi ha affermato che “il cristianesimo non si rifà alle molteplici religioni del tempo, alle religioni del mito, ma propone Dio-verità ricollegandosi direttamente al pensiero greco e sviluppando ulteriormente l’esperienza di Israele”.
“Nel cristianesimo la razionalità è diventata religione”, ha osservato.
“Noi – ha detto Benedetto XVI in Germania – crediamo che all’origine c’è il Verbo eterno, la Ragione e non l’Irrazionalità. esso non può essere fatto, piuttosto che dire che Dio non lo può fare. Quella divina non è un’onnipotenza arbitraria e capricciosa, ma sapiente”.
“Per questo – ha continuato il Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e Pace – il cristianesimo, e specialmente il cattolicesimo, non può accettare il relativismo filosofico, non può agganciarsi a filosofie che escludano il problema della verità. Significherebbe negare la creazione e l’esistenza di una Sapienza ordinatrice”.
“Per lo stesso motivo il concetto razionale di 'natura umana', oggi messo in discussione, è irrinunciabile. Quindi – ha spiegato il presule –, la fede cristiana conferma e sostiene la ricerca razionale della verità e spinge per un ruolo pubblico della ragione, teso anche a criticare le religioni”.
Secondo monsignor Crepaldi, infatti, “non si può dire che tutte le religioni si rapportino con la verità e con la ragione allo stesso modo del cristianesimo. Esse si rapportano con la verità e con la ragione in modo diverso, il che equivale a dire che sono più o meno razionali e che possono più o meno sostenere adeguatamente il ruolo pubblico della ragione”.
In questo contesto, ha proseguito il presule, è chiaro perché il Pontefice Benedetto XVI abbia detto all'Università di Regensburg che “un Dio che propone la violenza non è un Dio razionale, in quanto la ragione ripugna la violenza come mezzo di trasmissione della fede”.
Monsignor Crepaldi ha precisato che “se una religione propone una forma di vita non giusta, non conforme alla verità dell’uomo in questo mondo, non può essere una religione vera”.
“Solo se l’uomo ha perso di vista la capacità di conoscere ciò che è bene e ciò che è vero, tutte le proposte di salvezza diventano uguali - ha aggiunto -. Se mancano i criteri di una vita giusta, allora tutte le religioni sono uguali”.
“Ne consegue che non tutte le religioni sono ugualmente rispettose del bene dell’uomo in società” e che “il potere politico che voglia organizzare la società secondo ragione, non solo non può considerare le religioni allo stesso modo ma dovrebbe anche coltivare i propri doveri nei confronti della vera religione”.
Per questo motivo, i doveri dello Stato laico verso la religione vera derivano dalla ragione, ossia “dalla capacità naturale di vedere delle verità circa l’uomo ed anche circa l’uomo in società”, così come “dalla capacità di intelligere il bene comune”.
In conclusione, il presule ha affermato che “su questo si fonda anche la capacità di vedere che una religione consolida e aiuta a perseguire obiettivi di umanizzazione mentre un’altra contribuisce a degradare l’uomo”.




Rispondi Citando