Da un anno a questa parte ho spesso criticato diverse posizioni assunte da Gianfranco Fini e da diversi suoi lacchè, che a sinistra sbandano ancora più di lui, francamente è infatti da un bel po' che mi domando in base a quali elementi si considera questa gente ancora di destra e cosa ormai li contraddistingue dal centro-sinistra...
Il web magazine di FareFuturo diretto dall'ineffabile Filippo Rossi rappresenta poi la quintessenza del pensiero unico liberal-progressista, rigorosamente politically correct, qui è la retorica a dominare, retorica immigrazionista, retorica dei buoni sentimenti, retorica dei diritti umani, retorica del patriottismo costituzionale, eppure nonostante ciò, costoro riescono sempre a sorprendermi, l'ultima loro crociata è infatti contro la canzone presentata a Sanremo dal trio Pupo- Emanuele Filiberto- Luca Canonici; dopo un articolo di tre giorni fa in cui, compiacendosi della sua (temporanea) esclusione, si criticava pesantemente tale canzone, ritenuta colpevole (udite bene!) di essere nazional-patriottica, oggi il direttore del web magazine nella sua buffonaggine tocca vette pannelliane, minaccia infatti nientedimeno che lo sciopero della fame se la canzone incriminata vincerà il festival.
Adesso io non voglio esaltare la canzone "Italia amore mio" che tra l'altro secondo me, visto quanto canta male Emanuele Filiberto, meritava una bocciatura solo per questo, tuttavia tenendo presente come la critica proveniente da FareFuturo non sia artistica o musicale, ma prettamente politica, trovo sia veramente incredibile (in Italia come nel resto del mondo) che una destra (o sedicente tale) contesti così ardentemente una canzone solo perchè ritenuta patriottica, quando neanche la sinistra più intollerante avrebbe reagito in questa maniera (con ridicoli scioperi della fame) di fronte ad una canzone di cui non si condivide il messaggio.
Insomma, per quanto riguarda FareFuturo, al peggio (e al ridicolo) non c'è limite... stupido io che me ne stupisco.
Ecco gli articoli apparsi sul webmagazine di FareFuturo:
Non protesta ma vergogna, a destra c'è anche altro
Sciopero della fame
se vince "Italia amore mio"
di Filippo Rossi
No, non sono solo canzonette. Sono cultura di un paese. Sono immaginario. Sono etichette appiccicate addosso agli italiani. E anche, nel nostro caso, sono tatuaggi fatti a forza sulla pelle di una destra che in gran parte non è più così, che non vuole essere così. Le canzoni sono cose importanti. Come le parole. E allora, senza scherzare, lo annunciamo alla radicale: nel caso sventurato che a Sanremo 2010 vinca quell’inno imbarazzante, nazional-trombonesco, cantato dall’inarrestabile e incontenibile trio “Pupo-Filiberto-Canonici”, il sottoscritto inizierà immediatemente uno sciopero della fame. Non è uno scherzo.
Attenzione: non sarà uno sciopero della fame per protesta. Chissenefrega della protesta. E chissenefrega di chi vince Sanremo. È uno sciopero che nasce dalla vergogna. Sarà uno sciopero della fame tutto culturale e soprattutto politico. Perché c’è qualcuno che deve far capire al paese che a destra, in Italia, c’è anche altro rispetto a una retorica patriottarda e vuota. C’è qualcosa di diverso da chi si riempie la bocca di patria, religione, famiglia; qualcosa di diverso da chi si riempie la bocca di ideali e valori senza declinarli nella realtà. Lo ha detto Michele Serra: Italia amore mio riesce a rendere ridicola la destra. E allora, è da destra che bisogna reagire. Perché un inno alla patria è una cosa seria. Sciopero della fame, allora. E chi è d’accordo, segua.
20 febbraio 2010
Il principe, il suo "sogno nel cassetto" e l'italica pernacchia
Destra nazional-trombonesca?
Non c'è posto neanche a Sanremo
di Federico Brusadelli
Niente da fare. Nemmeno a Sanremo c’è posto per la destra nazional-monarco-trombonesca di Pupo e del giovane Savoia. Sì, perché l’inno di questa nuova “destra divina” da prima serata è stato sbattuto fuori dal Festival, a suon di voti demoscopici. E meno male. «Io credo nelle tradizioni – cantava Emanuele Filiberto – di un popolo che non si arrende, e soffro le preoccupazioni, di chi possiede poco o niente. Io credo nella mia cultura e nella mia religione, per questo io non ho paura, di esprimere la mia opinione. Io sento battere più forte il mio cuore di un’Italia sola, che oggi più serenamente si specchia in tutta la su storia. Sì stasera sono qui per dire al mondo e a Dio, Italia amore mio. Io non mi stancherò di dire al mondo e a Dio, Italia amore mio». Un manifesto molto nostalgico («Ricordo quando ero bambino, viaggiavo con la fantasia, chiudevo gli occhi e immaginavo, di stringerla fra le mie braccia»). Naturalmente monarchico. Un po’ da Rotary club, pure (il nobile, il tenore, il pianoforte…). Ritratto trash di un'Italia congelata coi suoi mandolini.
Non è ben chiaro, ancora, cosa si aspettasse il principe Savoia da questa sua partecipazione. Commuovere l’Italia? Pareggiare i conti con la storia? Bissare la vittoria a Ballando con le stelle? Tornare al Quirinale? Avverare quel «sogno chiuso in un cassetto» (che suona pure un po’ sgradito, che di doppi fondi, cassetti chiusi e scheletri negli armadi ne abbiamo già tanti per conto nostro)? Riportare l’Italia sotto la corona? E c’è poco da ridere, dato che in questo paese un po’ confuso non è poi così inusuale che si passi, con amabile leggerezza, dal prime-time alle stanze dei bottoni, dal trono della De Filippi, visto mai, a quello che fu di Vittorio Emanuele II. E chissà Pupo. Voleva solo vincere al Festival? O si immaginava già un futuro da custode dell’ortodossia di questa neodestra monarchico-melodica? Sono tutte domande che resteranno tali, purtroppo. Sì, perché il popolo sovrano ha scelto. Inesorabile e crudele. Non si è commosso. Non ha sognato quel «sogno in un cassetto», non ha assaporato quel desiderio di «un paese normale». Forse perché, in fondo in fondo, questo è un paese normale. Un paese diverso da quello che il Festival si ostina a voler rappresentare. Perché, diciamolo, nonostante gli encomiabili sforzi, nonostante la cacciata del gran gerofante Pippo Baudo, nonostante la presenza di Bonolis, l’unico che sia riuscito nell’incredibile impresa di fare qualcosa di nuovo, la “kermesse” – tra cartoline promozionali della “regione che ci ospita”, “ospiti internazionali”, “autorità in prima fila”, “saluti al sindaco”, “momenti un po' erotici” – continua a odorare di naftalina. E l’Italia di naftalina non ha voglia né bisogno. Né sente necessità alcuna di “destre divine” in versione chic o in versione pop, di nuovi patriottismi in smoking, di inni più o meno trash e canterini al Signore e alla Patria. Anzi, non sa proprio che farsene, per fortuna. «Stasera sono qui per dire al mondo e a Dio, Italia amore mio». Dio, non è dato saperlo. L’Italia, invece, a questo grido accorato ha voluto rispondere. Con una sonora pernacchia.
17 febbraio 2010




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