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Discussione: Chiesa e Stato

  1. #21
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    Trovo inquietante ciò che dice il Papa: da un lato si esalta l'antropologia dell'ONU, che è priva di fondamento, dall'altro si esalta il modello di laicità americana, tipicamente indifferentista e massonico, dove si mostra un grande (ed apparente) senso di religiosità, ma nel quale nessuno è legato ai dogmi.
    Il papa non solo ha rinnegato l'insegnamento dei suoi predecessori come Leone XIII, ma addirittura ha esaltato un modello antropologico e statale dove Dio è scacciato.

  2. #22
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    Chiesa e Stato nel pensiero di sant'Ambrogio

    Vuoi governare? Studia le api


    Si conclude il 22 maggio presso la chiesa di San Giovanni di Dio a Foggia la "Lectura Patrum Fodiensis", organizzata dall'università di Foggia d'intesa con l'arcidiocesi di Foggia-Bovino. Pubblichiamo uno stralcio della conferenza finale.

    di Antonio V. Nazzaro
    Università di Napoli Federico II


    Sant'Ambrogio preferiva decisamente una forma democratica di governo, che per lui era il pulcherrimus rerum status. Tale preferenza si può spiegare sia con l'educazione filosofica, influenzata da idee platoniche, sia con l'entusiasmo del civis Romanus per le imprese gloriose dell'antica Res publica.
    L'ideale forma di governo repubblicana è efficacemente delineata nell'excursus sulle gru contenuto nell'omelia esameronale, predicata nel pomeriggio del mercoledì santo di un anno compreso tra il 386 e il 390 (forse il 387).
    La società delle gru - nella quale l'organizzazione politica e il servizio militare (politia quaedam et militia) sono un fatto naturale - si regge sull'equa distribuzione dei carichi di lavoro e sull'assunzione in comune del labor e della dignitas; sull'avvicendamento degli oneri e degli onori; sulla solidarietà fra governanti e governati: "Che c'è di più bello del fatto che la fatica e l'onore siano comuni a tutti e il potere non sia preteso da pochi, ma passi dall'uno all'altro senza eccezioni come per una libera decisione? Questo è l'esercizio proprio di un'antica repubblica, quale conviene in uno stato libero. Così da principio gli uomini avevano cominciato ad attuare un'organizzazione politica ricevuta dalla natura sull'esempio degli uccelli, in modo cioè che la fatica fosse comune, comune la dignità, ciascuno imparasse a dividersi a turno le responsabilità, venissero ripartiti obbedienza e comando, nessuno fosse escluso dalle cariche, nessuno esente dalla fatica. In questa situazione politica ideale nessuno insuperbiva per l'esercizio ininterrotto del potere né si abbatteva per il lungo servire, perché da un lato l'avanzamento, conferito com'era secondo un ordine di funzione e per un periodo limitato, non suscitava invidia e dall'altro sembrava più tollerabile perché comportava un comune compito di sorveglianza. Nessuno osava tiranneggiare un altro, del quale, perché destinato a succedergli nella carica, avrebbe dovuto sopportare a sua volta l'alterigia; a nessuno era grave la fatica, perché la dignità che sarebbe venuta in seguito l'avrebbe compensato" (cfr Exameron, 5, 15, 51-52). La forma di governo repubblicana - di cui le gru offrono un efficace modello - è entrata in crisi, quando la libido dominandi, scovolgendo il rapporto di solidarietà tra governanti e governati e liquidando l'avvicendamento delle cariche, ha condotto a dispotiche forme di governo. Nonostante le sue spiccate simpatie repubblicane, Ambrogio accetta realisticamente il governo monarchico imperiale, convinto che il potere non è in sé un male: da Dio, infatti, proviene l'ordinamento del potere, mentre dal maligno proviene l'ambizione del potere. Il potere unico e assoluto dell'imperatore ha oltre tutto assolto una funzione provvidenziale, agevolando attraverso la pacificazione del mondo la diffusione del cristianesimo. Si capisce in quest'ottica l'atteggiamento intransigente del vescovo nei riguardi sia degli usurpatori, che mettono in crisi l'ordine costituito, sia dei barbari che premono ai confini dell'impero.
    Il vescovo riconosce il governo imperiale e invita i cristiani a essere leali nei suoi riguardi, ma non rinuncia alla libertas repubblicana che può realizzarsi anche sotto l'impero, a condizione che questo sappia accettare i limiti della potestas e quell'integrazione di potestas e di servitium, che caratterizzano, al di là dell'unità o della pluralità del comando, la caratteristica della politia a natura accepta.
    Alla società delle gru nella citata omelia esameronale il vescovo affianca quella altrettanto egualitaria delle api - che hanno in comune le leggi, la fatica, il cibo, il lavoro - in cui però il potere supremo è affidato a un rex, scelto non in base alla sorte, né alla successione dinastica, né all'elezione della moltitudine, ma a chiari segni di natura: la grandezza e la bellezza del corpo e, soprattutto, la mansuetudo morum. La consimile terminologia, impiegata per esprimere le due forme di governo, rappresentate dalle gru e dalle api, sottolinea il fatto che anche nel regnum la fida devotio verso il potere imperiale non è incompatibile con la libertas. Un regnum, fondato sulla comunione di tutti nei diritti e nei doveri, è, insomma, anch'esso una res publica.
    Sembra avere colto nel segno la Sordi, affermando che le idee politiche emergenti da questi brani sono state coerentemente messe in pratica da Ambrogio e, in particolare, che gli atteggiamenti da lui assunti di fronte al potere imperiale sono l'attuazione consapevole del rapporto tra libertas e potestas, teorizzato nei suoi scritti. Insomma, la devotio naturalis delle gru e la fida devotio delle api, così come la fides degli uomini è possibile solo quando la maxima potestas lascia uno spazio adeguato alla libertas.
    Nella storia della lenta e faticosa definizione dei rapporti fra lo Stato romano, totalitario e imperialistico, giuridicamente fondato sull'auctoritas e sull'imperium, e la Chiesa, che ha una missione divina da svolgere nel mondo, il vescovo di Milano occupa un posto di rilevante importanza.
    Grazie al coraggio e alla coerenza della sua azione politico-religiosa e alla chiara formulazione delle sue idee, egli ottiene che lo Stato, divenuto cristiano, si assuma le sue responsabilità nei riguardi della Chiesa, alla quale non solo deve garantire la libertà, ma deve assicurare una continua assistenza, che si esplica nell'esecuzione dei decreti conciliari, nell'assunzione di misure legislative contro il paganesimo e l'eresia, e nel pubblico riconoscimento della legge morale cristiana. Il che comporta per lo Stato la subordinazione all'autorità religiosa nelle materie religiose o che riguardino la religione e per i vescovi il diritto-dovere di intervenire in questioni riguardanti la fede e la morale.
    Ambrogio si pone come il campione della libertà, che non è ancora la libertà di coscienza che lo Stato ha il dovere di garantire, ma è piuttosto la libertà della Chiesa, che si esprime nell'affermazione della superiorità della potestas spiritalis sul potere civile. La libertà che egli rivendica alla Chiesa ha una dimensione essenzialmente religiosa: è libertà nelle deliberazioni dogmatiche come nella disciplina ecclesiastica, nella scelta dei vescovi come nell'intangibile possesso degli edifici di culto. Nella scia di altri vescovi (Atanasio, Lucifero di Cagliari, Ilario di Poitiers), che prima di lui avevano rivendicato la libertà e l'indipendenza della Chiesa nell'esercizio delle proprie funzioni, il vescovo di Milano ribadisce l'esigenza della Chiesa di esplicare liberamente la sua missione spirituale, senza patire azioni di forza o intromissioni statuali, spettando ai vescovi il compito di assicurare la disciplina interna e il rispetto degli interessi supremi di Dio e dell'anima.
    Dello Stato non sollecita e non tollera l'intervento, neppure nei casi in cui esso potrebbe svolgere la funzione di "braccio secolare": si pensi alla vibrata protesta che insieme con Martino di Tours e con Papa Siricio elevò contro i vescovi che nel 385 fecero condannare sotto l'imputazione di magia e giustiziare Priscilliano dall'usurpatore Massimo. L'intervento dello Stato, invocato nella lotta contro le eresie, in base a principi, che fanno pensare alla moderna teoria del braccio secolare, non si risolve mai in nocumento per le persone, né è diretto a giustificare le latenti tentazioni di cesaropapismo. Ad Ambrogio è sufficiente che lo Stato, impedendo all'errore di propagarsi, aiuti la Chiesa nella sua missione spirituale.
    La tutela offerta alla Chiesa e le garanzie assicurate alla sua libertà, garantendo la pace e il benessere dei popoli, finiscono con il coincidere con gli interessi stessi dell'impero, sicché l'invocata Libertas Ecclesiae s'identifica con il baluardo delle pubbliche libertà.
    Il capovolgimento del pensiero politico cristiano attuatosi nel corso del iv secolo spiega il progressivo allineamento della Chiesa, sul piano politico, alle posizioni dell'autorità imperiale. Gli scrittori cristiani non sostengono più l'illiceità del servizio militare e non ne predicano più la diserzione; accettano anzi la situazione politica e si sforzano persino di giustificare il cristiano che combatte per l'imperatore e la fede.
    I vescovi, e cioè i dirigenti cristiani che per tre lunghi secoli avevano sognato la caduta dello Stato romano, trepidano ora dinanzi al pericolo delle invasioni barbariche e si pongono come i più validi difensori delle città dell'Impero. Ambrogio, convinto che l'impero garantisca la difesa del diritto, della libertà e della vita civile contro la barbarie, assicura una franca collaborazione agli imperatori cristiani, di cui riconosce l'autonomia nell'ambito civile. (...)
    La battaglia di Ambrogio per l'indipendenza della Chiesa contro l'ingiustificata intromissione dei poteri statali, la cui mancanza di scrupoli dogmatici era stata sperimentata nel corso del governo di Costanzo ii, ha come obiettivo il pubblico riconoscimento di un'unica, vera Chiesa cattolica, fondata sull'insostituibile base della professione ortodossa, che è unica e quindi la sola legittima.

    Fonte: L'Osservatore Romano, 22 maggio 2008

  3. #23
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    Il pontefice: «ci rallegriamo della distinzione tra stato e chiesa»

    Il Papa visita l'ambasciata d'Italia : «Intesa con voi aiuta pace nel mondo»

    Ad accoglierlo Frattini e Letta che dice: «La Sua presenza conferma la validità del Concordato»


    ROMA - Il Papa ha visitato l'ambasciata italiana presso la Santa Sede. Ad accoglierlo il ministro degli esteri Franco Frattini e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta.

    LETTA - La «presenza di alcuni membri del governo» a salutare il Papa nella «circostanza del tutto eccezionale» della sua visita alla ambasciata di Italia presso la Santa Sede «sta a significare non ufficialità, ma genuino e personale interesse per le relazioni con la Santa Sede, nonchè altissimo rispetto e grande considerazione per» la «persona» del Pontefice ha detto Letta, nel suo saluto a Benedetto XVI, nella cappella della sede diplomatica italiana.
    «La sua presenza qui, Santità - ha osservato ancora Letta - ci conferma che la strada percorsa assieme in questi ottanta anni di vita del Trattato Lateranense e di venticinque del nuovo Concordato è contrassegnata da una più che soddisfacente evoluzione del rapporto bilaterale, che conferma la attualità e la validità dello strumento concordatario». Il sottosegretario Letta ha rivolto l'indirizzo di omaggio a papa Ratzinger, «in assenza del Presidente del Consiglio, - ha spiegato Letta - impegnato proprio in queste ore in un evento di carattere familiare fissato ormai da molti mesi (il matrimonio della figlia Marina ndr)».

    IL PONTEFICE - «Sono contento di incontrare voi che costituite la comunità di vita e di lavoro di questa ambasciata. Vi saluto tutti con affetto insieme ai vostri familiari. Un saluto speciale dirigo al signor sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che mi ha recato il saluto del presidente del Consiglio e mi ha rivolto un caloroso benvenuto, facendosi interprete dei vostri sentimenti». Così Benedetto XVI ha risposto alle parole di benvenuto di Gianni Letta. «In questa mia breve visita all'Ambasciata d'Italia, il primo appuntamento - ha aggiunto il Pontefice - si tiene in questa bella Cappella appena restaurata e rinnovata, dedicata ad un santo, il cui nome è indissolubilmente legato a questo palazzo: san Carlo Borromeo, vescovo che dedicò ogni sua cura all'Arcidiocesi di Milano».

    IL DISCORSO DEL PAPA - «Quella tra Italia e Santa Sede rappresenta «un'intesa quanto mai importante e significativa nell'attuale situazione mondiale, nella quale il perdurare di conflitti e di tensioni tra popoli rende sempre più necessaria una collaborazione tra tutti coloro che condividono gli stessi ideali di giustizia, di solidarietà e di pace» ha poi aggiunto il Pontefice.

    STATO E CHIESA - La Chiesa «si rallegra» della distinzione tra Stato e Chiesa, ma tiene a «risvegliare nella società le forze morali e spirituali» e richiamare «il valore che hanno per la vita non solo privata ma anche e soprattutto pubblica alcuni fondamentali principi etici»: ha poi aggiunto il Papa. «Questa breve visita - ha detto Benedetto XVI - mi è propizia per ribadire come la Chiesa sia ben consapevole che alla struttura fondamentale del cristianesimo appartiene la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, cioè la distinzione tra Stato e Chiesa. Tale distinzione e tale autonomia - ha proseguito Benedetto XVI - non solo la Chiesa le riconosce e rispetta, ma di esse si rallegra, come di un grande progresso dell'umanità e di una condizione fondamentale per la sua stessa libertà e l`adempimento della sua universale missione di salvezza tra tutti i popoli. In pari tempo, però - ha proseguito Ratzinger - la Chiesa sente come suo compito, seguendo i dettami della propria dottrina sociale, argomentata a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano, di risvegliare nella società le forze morali e spirituali, contribuendo ad aprire le volontà alle autentiche esigenze del bene. Perciò - ha concluso il Papa - richiamando il valore che hanno per la vita non solo privata ma anche e soprattutto pubblica alcuni fondamentali principi etici, di fatto la Chiesa contribuisce a garantire e promuovere la dignità della persona e il bene comune della società, ed in questo senso si realizza l`auspicata vera e propria cooperazione tra Stato e Chiesa».

    Fonte: Corriere della sera, 13.12.2008

  4. #24
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    Benedetto XVI visita l'ambasciata d'Italia presso la Santa Sede
    Frattini: "L'Europa non insegua modelli di integrazione multiculturale

    Il Papa all'Italia: "Dio e Cesare separati ma alla Chiesa il ruolo di risveglio morale"

    Gianni Letta: "Il Concordato ancora valido e attuale"

    Il Papa ammira il crocifisso di Michelangelo recentemente acquistato dallo Stato


    ROMA - La Chiesa non solo riconosce e rispetta la distinzione tra Dio e Cesare ma la considera come un grande progresso dell'umanità. E' questo il messaggio che papa Benedetto XVI ha voluto trasmettere nella sua visita di stamane all'ambasciata d'Italia presso la Santa Sede.

    Per la Chiesa, dunque, la separazione del potere spirituale da quello temporale è "una condizione fondamentale per la sua stessa libertà e l'adempimento della sua universale missione di salvezza tra tutti i popoli". Questo non significa tuttavia - ha fatto notare il Pontefice - che la Chiesa non senta "come suo compito, seguendo i dettami della propria dottrina sociale, quello di risvegliare nella società forze morali e spirituali, contribuendo ad aprire le volontà alle autentiche esigenze del bene". "Perciò - ha proseguito - richiamando il valore della vita di fatto la Chiesa contribuisce a garantire e promuovere la dignità della persona e il bene comune della società, ed in questo si realizza l'auspicata vera e propria cooperazione tra Stato e Chiesa".

    Ad accogliere il capo della Città del Vaticano a palazzo Borromeo, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, che ha ricordato la validità e l'attualità del Concordato, e il ministro degli Esteri Franco Frattini, che ha sottolineato la "stessa visione di diritti" tra lo Stato e la Chiesa. "L'Unione Europea - ha aggiunto - non deve inseguire astratti modelli di integrazione multiculturale a scapito del rispetto dei diritti individuali". "Dev'essere la promozione di questi ultimi, un nuovo umanesimo fondato sui diritti della persona, a forgiare oggi l'identità europea e a porsi come condizione per l'integrazione", ha spiegato.

    Benedetto XVI è il quarto papa a visitare la sede diplomatica italiana, dopo Pio XII nel 1951, Paolo VI nel 1964 e Giovanni Paolo II nel 1986.

    Fonte: Repubblica, 13.12.2008

  5. #25
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    Il Papa all'Italia: giusta separazione Stato-Chiesa

    di Redazione


    Roma - Il rapporto fra Italia e Santa Sede rappresenta "un’intesa quanto mai importante e significativa nell’attuale situazione mondiale, nella quale il perdurare di conflitti e di tensioni tra popoli rende sempre più necessaria una collaborazione tra tutti coloro che condividono gli stessi ideali di giustizia, di solidarietà e di pace". È quanto ha detto Benedetto XVI nel discorso tenuto all’ambasciata d’Italia in Vaticano. Ratzinger ha affermato: "Mi piace riprendere quanto proprio nel corso della visita al Quirinale ebbi ad affermare, che cioè nella città di Roma convivono pacificamente e collaborano fruttuosamente lo Stato Italiano e la Sede Apostolica. Basterebbe da sola la singolare attenzione mostrata dai Pontefici a questa Sede diplomatica - ha osservato ancora il Papa - per segnalare il riconoscimento dell’importante ruolo che ha svolto e svolge l’ambasciata d’Italia negli intensi e particolari rapporti che intercorrono fra la Santa Sede e la Repubblica italiana, come pure nelle relazioni di mutua collaborazione fra la Chiesa e lo Stato. Avremo di sicuro modo di evidenziare quest’importante duplice ordine di vincoli diplomatici, sociali e religiosi nel mese di febbraio del prossimo anno nella ricorrenza dell’80° della firma dei Patti Lateranensi e del 25° dell’Accordo di modifica del Concordato".

    Stato e Chiesa "La Chiesa non solo riconosce e rispetta, ma si rallegra come di un grande progresso per l’umanità della distinzione e autonomia tra Stato e Chiesa proclamata anche dall’invito evangelico a dare a Dio ciò che è di Dio e a Cesare ciò che è di Cesare". Nello stesso tempo però, spiega il Papa, la Chiesa "sente come suo compito, seguendo i dettami della propria dottrina sociale, ...di risvegliare nella società forze morali e spirituali, contribuendo ad aprire le volontà alle autentiche esigenze del bene". Benedetto XVI lo ha ribadito nel discorso a Palazzo Borromeo, in occasione della sua visita alla ambasciata di Italia presso la Santa Sede. "Perciò - ha proseguito - richiamando richiamando il valore che hanno per la vita non solo privata ma anche e soprattutto pubblica alcuni fondamentali principi etici, di fattola Chiesa contribuisce a garantire e promuovere la dignità della persona e il bene comune della società, ed in questo si realizza l’auspicata vera e propria cooperazione tra Stato e Chiesa".

    Frattini: "Identità di vedute" Tra Chiesa Cattolica e Stato Italiano c’è "profonda identità di vedute nella costante azione a tutela dei diritti dell’uomo". Il ministro degli Esteri Franco Frattini lo ha detto al Papa, che ha accolto con il sottosegretario Gianni Letta all’ambasciata d’Italia nella Santa Sede, ricordando il "comune sentire che accomuna Italia e Santa Sede nella costante difesa dell’essere umano e della sua dignità in tutto il mondo. Il governo italiano - ha spiegato - ritiene centrale, nell’ambito dei diritti umani, la tutela della libertà di culto, che non significa solamente la possibilità di vivere il proprio credo in privato, ma soprattutto libertà di espressione pubblica delle convinzioni religiose di ciascun individuo e gruppo". Da qui la "sensibilità" dell’Italia "per la sorte delle minoranze cristiane in ogni parte del mondo e la sua costante azione a loro supporto".

    Fonte: Il Giornale, 13.12.2008

  6. #26
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    Anche se non lo meriterebbe, Benedetto XVI, ad onor del vero, ha parlato di distinzione, non di separazione. I giornalisti, purtroppo, non ne intuiscono la differenza ... .

  7. #27
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    BENENDETTO XVI

    INDIRIZZO DI SALUTO AI DIPENDENTI E LORO FAMILIARI
    DELL'AMBASCIATA D'ITALIA PRESSO LA SANTA SEDE


    Palazzo Borromeo, Roma, 13 dicembre 2008

    Signor Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio,

    cari amici!

    In questa mia breve visita all’Ambasciata d’Italia, il primo appuntamento si tiene in questa bella Cappella appena restaurata e rinnovata. E sono contento di incontrare, proprio qui, voi che costituite la comunità di vita e di lavoro di questa Ambasciata. Vi saluto tutti con affetto insieme ai vostri familiari. Un saluto speciale dirigo al Signor Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che mi ha recato il saluto del Presidente del Consiglio e mi ha rivolto un caloroso benvenuto, facendosi interprete dei vostri sentimenti. Egli ha ricordato che questa Cappella, benedetta qualche giorno fa dal Signor Cardinale Segretario di Stato, è dedicata ad un santo, il cui nome è indissolubilmente legato a questo palazzo: san Carlo Borromeo. Egli, insieme al fratello Federico, ricevette in dono questa dimora dallo zio, il Pontefice Pio IV, con il quale, nominato Cardinale giovanissimo, collaborò nel governo della Chiesa universale. Fu proprio dopo la morte del fratello maggiore, che il giovane nipote del Pontefice iniziò un processo di maturazione spirituale fino a pervenire a una profonda conversione segnata da una decisa scelta di vita evangelica. Divenuto Vescovo dedicò ogni sua cura all’Arcidiocesi di Milano. Dalla sua biografia emerge con chiarezza lo zelo con cui espletò il suo ministero episcopale, promovendo la riforma della Chiesa secondo lo spirito del Concilio di Trento, alle cui direttive dette esemplare attuazione, mostrando una vicinanza costante alle popolazioni, specialmente durante gli anni della peste, sì da essere chiamato, proprio per questa sua generosa dedizione, "Angelo degli appestati". La vicenda umana e spirituale di san Carlo Borromeo mostra come la grazia divina possa trasformare il cuore dell’uomo e renderlo capace di un amore per i fratelli spinto fino al sacrificio di sé.

    Cari fratelli e sorelle, alla protezione di san Carlo affido ognuno di voi qui presenti insieme ai vostri familiari, perché possiate anche voi realizzare la missione che Iddio vi affida al servizio del prossimo secondo le vostre diverse mansioni. Colgo infine l’occasione per augurarvi un lieto e santo Natale, mentre di cuore tutti vi benedico.

  8. #28
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    BENENDETTO XVI

    DISCORSO UFFICIALE ALL'AMBASCIATA D'ITALIA PRESSO LA SANTA SEDE


    Palazzo Borromeo, Salone dell’Ambasciata, Roma, 13 dicembre 2008

    Signor Ministro degli Affari Esteri,

    Signor Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio,

    Signor Ambasciatore presso la Santa Sede,

    Rappresentanti del Corpo Diplomatico presso la Santa Sede,

    illustri Autorità,

    Signori e Signore!

    Sono veramente lieto di poter oggi accogliere l’amabile invito rivoltomi a visitare questo storico edificio, sede dell’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede. Saluto cordialmente tutti, ad iniziare dal Signor Ministro degli Affari Esteri, che ringrazio per le espressioni deferenti che mi ha appena rivolto. Saluto gli altri Ministri, le Autorità presenti e in modo speciale l’Ambasciatore Antonio Zanardi Landi. Grazie di cuore per la cortese accoglienza, accompagnata da un gradito intermezzo musicale.

    Come è stato già ricordato, questo storico Palazzo ha ricevuto la visita di tre miei Predecessori: i Servi di Dio Pio XII, il 2 giugno 1951, Paolo VI, il 2 ottobre del 1964 e Giovanni Paolo II, il 2 marzo 1986. Nell’odierna solenne ed al tempo stesso familiare circostanza, mi tornano alla mente pure i recenti incontri con il Presidente della Repubblica: quello del 24 aprile scorso in occasione del concerto da lui offertomi per l’anniversario del solenne inizio del mio servizio sulla Cattedra di Pietro; quello, poi, del 4 ottobre, al Quirinale, e quello di mercoledì scorso nell’Aula Paolo VI in Vaticano, in occasione del concerto per il 60° anniversario della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, a cui Ella, Signor Ministro degli Affari Esteri, ha fatto riferimento. Mentre indirizzo un deferente e grato saluto al Presidente della Repubblica, mi piace riprendere quanto proprio nel corso della visita al Quirinale ebbi ad affermare, che cioè "nella città di Roma convivono pacificamente e collaborano fruttuosamente lo Stato Italiano e la Sede Apostolica" (L’Oss. Rom., 5 ottobre 2008, p. 8).

    Basterebbe da sola la singolare attenzione mostrata dai Pontefici a questa Sede diplomatica per segnalare il riconoscimento dell’importante ruolo che ha svolto e svolge l’Ambasciata d’Italia negli intensi e particolari rapporti che intercorrono fra la Santa Sede e la Repubblica Italiana, come pure nelle relazioni di mutua collaborazione fra la Chiesa e lo Stato in Italia. Avremo di sicuro modo di evidenziare quest’importante duplice ordine di vincoli diplomatici, sociali e religiosi nel mese di febbraio del prossimo anno nella ricorrenza dell’80° della firma dei Patti Lateranensi e del 25° dell’Accordo di modifica del Concordato. A questo anniversario è stato fatto già riferimento per sottolineare giustamente il fruttuoso rapporto che esiste tra l’Italia e la Santa Sede. Si tratta di un’intesa quanto mai importante e significativa nell’attuale situazione mondiale, nella quale il perdurare di conflitti e di tensioni tra popoli rende sempre più necessaria una collaborazione tra tutti coloro che condividono gli stessi ideali di giustizia, di solidarietà e di pace. Non posso inoltre, riprendendo quanto Ella, Signor Ministro degli Affari Esteri, ha detto, non far cenno con sensi di viva gratitudine alla collaborazione che quotidianamente si svolge tra l’Ambasciata d’Italia e la mia Segreteria di Stato, ed a questo proposito saluto cordialmente i Capi Missione che in questi anni si sono succeduti a Palazzo Borromeo e che oggi hanno gentilmente voluto essere con noi.

    Questa breve visita mi è propizia per ribadire come la Chiesa sia ben consapevole che "alla struttura fondamentale del cristianesimo appartiene la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio (cfr Mt 22,21), cioè la distinzione tra Stato e Chiesa" (Enc. Deus caritas est, 28). Tale distinzione e tale autonomia non solo la Chiesa le riconosce e rispetta, ma di esse si rallegra, come di un grande progresso dell’umanità e di una condizione fondamentale per la sua stessa libertà e l’adempimento della sua universale missione di salvezza tra tutti i popoli. In pari tempo, però, la Chiesa sente come suo compito, seguendo i dettami della propria dottrina sociale, argomentata "a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano" (ibid.), di risvegliare nella società le forze morali e spirituali, contribuendo ad aprire le volontà alle autentiche esigenze del bene. Perciò, richiamando il valore che hanno per la vita non solo privata ma anche e soprattutto pubblica alcuni fondamentali principi etici, di fatto la Chiesa contribuisce a garantire e promuovere la dignità della persona e il bene comune della società, ed in questo senso si realizza l’auspicata vera e propria cooperazione tra Stato e Chiesa.

    Mi sia ora consentito di menzionare con gratitudine anche il prezioso contributo che, sia questa Rappresentanza diplomatica, sia in generale le Autorità italiane offrono generosamente affinché la Santa Sede possa liberamente svolgere la sua missione universale e, quindi, anche intrattenere rapporti diplomatici con tanti Paesi del mondo. A questo proposito, saluto e ringrazio il Decano e alcuni rappresentanti del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, che prendono parte a questo nostro incontro, e sono certo che essi condividono questo apprezzamento per i preziosi servizi che l’Italia rende alla loro delicata e qualificata missione.

    Signore e Signori, è davvero significativo che la Rappresentanza diplomatica italiana presso la Santa Sede abbia dal 1929 la sua sede dove visse da giovane san Carlo Borromeo, che allora esercitava l’ufficio di collaboratore del Romano Pontefice nella Curia Romana, guidando quella che si definisce normalmente la diplomazia della Santa Sede. Coloro che qui operano possono quindi trovare in questo santo un costante protettore, ed al tempo stesso, un modello a cui ispirarsi nello svolgimento dei loro quotidiani compiti. Affido alla sua intercessione quanti qui oggi sono convenuti, e formulo a ciascuno un sincero augurio di ogni bene. Mentre si avvicina la festa del Natale del Signore Gesù, questo augurio si estende alle Autorità italiane, a cominciare dal Presidente della Repubblica, e all’intero diletto popolo di questa amata Penisola. Il mio augurio di pace abbraccia poi tutti i Paesi della terra, che siano o meno ufficialmente rappresentati presso la Santa Sede. E’ un augurio di luce e di autentico progresso umano, di prosperità e di concordia, realtà tutte alle quali possiamo aspirare con fiduciosa speranza, perché sono doni che Gesù ha recato nel mondo nascendo a Betlemme. La Vergine Maria, che qualche giorno fa abbiamo venerato come Immacolata Concezione, ottenga questi doni, ed ogni altro desiderato vero bene all’Italia e al mondo intero, dal suo Figlio, il Principe della pace, la cui benedizione invoco di cuore su tutti voi e sulle persone a voi care.

 

 
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